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Sab, Nov

L'alta moda paga salari da fame. L'inchiesta del NYT in Puglia

L'alta moda paga salari da fame. L'inchiesta del NYT in Puglia

Apulo • Lucane

Coinvolto anche il tarantino e, in particolare, il comune di Ginosa. La storia di Maria Colomita raccontata dal prestigioso giornale statunitense. E' la globalizzazione, bellezza. Se qualcuno avesse dubbi, provi a chiederlo a sarte e sarti pugliesi

L’alta moda paga salari da fame. L’inchiesta compiuta in Puglia dal “New York Times” – e ripresa nell’ultimo numero di “Internazionale” - , arriva a lambire anche il tarantino. E, in particolare, la realtà di Ginosa. A parlare è Maria Colomita, 53 anni, che sino a qualche anno fa cuciva in casa abiti da sposa, per importanti griffe, ricavando una cifra che oscillava tra 1,50 e 2 euro all’ora. “Per ogni abito – racconta la donna – ci volevano dalle dieci alle cinquanta ore e lei lavorava 16 o 18 ore al giorno”. Veniva pagata solo quando finiva di ultimare l’abito. Il lavoro “nero”, ribattezzato da Tania Toffanin – l’autrice di Fabbriche invisibili, un libro sulla storia del lavoro in casa in Italia – lo sfruttamento dei tempi moderni coinvolge alcune delle più famose firme della moda mondiale: Luis Vuitton, Fendi, Gucci, Max Mara, Prada, Tod’s. La pratica, nel comparto del tessile, la conoscono tutti, anche se fingono di non sapere: “I grandi marchi commissionano il lavoro a un primo appaltatore, che poi lo distribuisce a subappaltatori, i quali a loro volta, a causa dei tempi molto ristretti e dei tempi ridotti, passano una parte della produzione a fabbriche più piccole”, dice Deborah Lucchetti di Abiti puliti, il ramo italiano di Clean clothes, un’organizzazione che si batte per la chiusura delle aziende che sfruttano i lavoratori. Le secolari fondamenta della leggenda del “made in Italy”, costruite sulle tante piccole e medie imprese che formano la spina dorsale della quarta economia del Continente, negli ultimi anni hanno cominciato a scricchiolare. “L’industria del lusso è responsabile del 5 per cento del prodotto interno lordo – si legge nell’inchiesta nel NYT – e, secondo i dati dell’università Bocconi, nel 2017 ha dato lavoro, direttamente o indirettamente, a mezzo milione di persone”. Già, ma come? Mediante pratiche di sfruttamento, più o meno lecite. Confezionare  abiti e scarpe per le grandi firme, lavorare in casa, essere sottopagati e non ricevere alcuna formula di tutela. Perché il lusso, quello vero, qualcuno dovrà piangerselo. E’ la globalizzazione, bellezza. Qualcosa che hanno imparato a conoscere le sarte e i sarti pugliesi.