I vichinghi sono gli altri

Euromediterraneo
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Uno Stato nello Stato, così si presenta Rinkeby, ghetto e quartiere di Stoccolma caratterizzato dalla forte presenza di immigrati di origine africana o mediorientale, è diventato espressione del fallimento delle politiche di accoglienza su cui aveva puntato il paese negli ultimi vent’anni



Quanto è accaduto nella capitale svedese segna il fallimento del modello di accoglienza e di multietnicità che ha visto nascere periferie con una fortissima concentrazione islamica. Il modello di integrazione svedese prevede che agli immigrati sia offerto un alloggio e un assegno, a spese dello Stato. In cambio gli immigrati frequentano corsi di lingua per essere accompagnati con più facilità  nel processo di inserimento e formazione professionale, al termine del quale possano avere accesso al lavoro. Come il modello francese, anche il meccanismo svedese sembra però essersi inceppato. Il risultato  sembra  essere, infatti, la segregazione nelle “banlieu” in attesa di occupazione e collocazione sociale.  A causa delle barriere linguistiche e di un mercato del lavoro ben regolato, la Svezia è il Paese europeo dove un immigrato ha più probabilità di restare disoccupato. Alla luce di questi dati, se la Svezia è il primo paese a distinguersi per l’accoglienza di immigrati, è il secondo per numero di giovani combattenti, partiti in Siria per unirsi allo Stato islamico o altri gruppi affiliati. Di circa 300 giovani, secondo fonti intelligence, sarebbero 140 i foreign fighters rientrati in Svezia, un numero che non può essere ignorato, perché i lupi solitari sono il nemico più insidioso, in quanto difficile da individuare nella società in cui è perfettamente integrato. Oltre allo spettro DAESH, c'è anche una forte presenza somala che merita particolare attenzione. Tra Stoccolma e dintorni c'è una comunità di circa 50 mila persone di origine somala, molti dei quali in passato accusati di essere vicini ad Al Shabaab.  Negli anni della guerra civile in Somalia, la penisola scandinava accolse migliaia di rifugiati e alcuni dei discendenti di questa diaspora, pur all’interno di una comunità ben integrata, oggi sembra abbiano ceduto all’ideologia estremista di Al Shabaab. La disoccupazione e l’emarginazione potrebbero aver effettivamente creato le condizioni ideali per predicatori e reclutatori, avviando il processo di radicalizzazione, ma tali problematiche sociali sembra non possano a lungo giustificare la presa del radicalismo jihadista, soprattutto in un paese così moderno come la Svezia. Allo stesso tempo, cade anche ogni motivazione di natura politica, perché la Svezia mantiene un profilo basso in Medio Oriente, quindi, sebbene paradossale, dovremmo forse cominciare a pensare che il fondamentalismo islamico attragga in virtù della visione alternativa ai principi del liberalismo democratico di cui sono intrise le nostre società.