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Venerdì, 17 Novembre 2017
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Non sottomessa

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L’arresto della giovane ventiseienne italiana, Lara Bombonati, pronta a ripartire per la Siria e combattere nelle fila DAESH, ha riportato l’attenzione sul ruolo della donna nello Stato Islamico


L’idea che la donna indossi il Burka e che il suo ruolo nello Stato Islamico sia prettamente passivo, finalizzato unicamente a mettere al mondo la generazione dei futuri combattenti, porta spesso l’Occidente a sottovalutare le reali potenzialità femminili all’interno di un’organizzazione terroristica. La narrativa sulla donna musulmana sottomessa contrasta con la volontà dei muhajirat (letteralmente, donne-migranti) di unirsi allo Stato Islamico, radicalizzate e pronte all’attività operativa.  All'interno del territorio controllato da Daesh, le donne conducono una vita domestica, dedicando il proprio tempo alla maternità – allevano i figli maschi come futuri mujaheddin e le figlie femmine come future spose – e al marito, sebbene diventare vedova di un martire resti comunque un privilegio. Le donne vivono in un maqqar, la casa delle donne, che possono lasciare solo una volta alla settimana. A tal proposito, molte donne o vedove si sposano o si risposano rapidamente per evitare di finire in un maqqar. Tuttavia, nonostante la vita nello Stato Islamico sia scandita dalla Legge islamica rigidamente interpretata, lo Stato Islamico impiega le donne in diversi dipartimenti e agenzie statali, tra cui Sanità, Scuola e Fisco. Non mancano però anche i ruoli attivi. La brigata Al-Khansaa o Umm al Rayan, infatti, è la polizia religiosa femminile che si è costituita all’inizio del 2014. 

Una polizia morale, incaricata di redimere le donne che non rispettino la Sharia, garantire il rispetto dell’hisbah – dottrina della religione islamica che contempla l’ordine all’interno delle leggi di Allah – proceda ai controlli e alle perquisizioni sulle donne, potendo fermare chiunque sia vestito con hijab, niqab o burqa. Come indicato nel manifesto della Brigata Al-Khansaa, le donne non possono combattere se non è stabilito da una fatwa; benché non si possa escludere che le donne siano addestrate per uccidere e possano in futuro avere un ruolo più operativo negli attentati terroristici, esattamente come avvenuto in Cecenia o in Iraq. Pertanto, nonostante le restrizioni imposte alle donne relegate a svolgere ruoli distanti da quelli tradizionali, lo Stato islamico ha sfidato le convenzioni considerando che le donne che dall’Occidente partono verso la Siria compiono tali scelte sulla base di una motivazione fortemente ideologica e religiosa. Alla luce di questi sviluppi, forse è il caso di considerare semplicistico che le donne si uniscano a DAESH solo in qualità di vittime o spose jihad.