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Dom, Dic

Le "spine" del 2018: il traffico dei migranti

Le "spine" del 2018: il traffico dei migranti

Euromediterraneo

Il nuovo anno eredita uno dei problemi più spinosi per la politica internazionale: l'immigrazione irregolare. Un fenomeno che continua a fare ricchi e felici i suoi organizzatori

Uno dei problemi che i politici del “vecchio continente” dovranno tentare di risolvere nel 2018 è certamente quello originato dai flussi migratori. Una questione spinosa che si trascina da anni e che, ancora oggi, rappresenta un fardello che nessuno riesce a scrollarsi di dosso nonostante da più parti si cerchi di ridimensionare timori e perplessità esibendo dati secondo cui gli sbarchi sono ormai in deciso calo.  Magari sarà tutto vero, ma si é sicuri di trovarsi di fronte a qualcosa di più di una semplice “tregua”?  In attesa di risposte rivelatrici, c'è da dire dire che é dall'inizio dello scorso anno che stiamo assistendo ad incontri e vertici fra capi di Stato e governo dei maggiori Paesi dell'UE volti a trovare una soluzione, ma oltre alla buona volontà, sicuramente manifesta, e a promesse in attesa di realizzazione non sembra si stia andando.

Ad esempio, il tanto celebrato Memorandum firmato il 2 febbraio del 2017 dal presidente del Consiglio dei ministri italiano Paolo Gentiloni e dal premier libico Fayez al-Serraj volto a frenare e a “regolamentare” l'ondata di partenze dalle coste di Tripoli e dintorni rischia di avere un valore molto vicino allo zero. E non solo perché sino alla fine dello scorso agosto era ancora in vigore la decisione con cui il parlamento di Tobruk lo aveva ritenuto nullo sospendendone gli effetti nelle more della decisione finale dei giudici (arrivata con la sentenza della Corte suprema libica che ha restituito validità all'intesa). A destare dubbi sull'eventuale efficacia del “patto” sono anche altri motivi. Il primo è sicuramente quello che si ricava dal contesto in cui l'accordo è maturato. Credere di poter contare sull'apporto di un Paese ancora diviso e scarsamente affidabile come la Libia è pura utopia, anche perché le voci secondo cui non meglio precisate milizie della guardia costiera nordafricana siano dalla parte dei trafficanti ancora oggi non sono state smentite da chi avrebbe dovuto.

La seconda ragione che alimenta dubbi sulla “consistenza” dell'agreement italo-libico (ma, a questo punto, anche delle successive intese intercorse fra i due Paesi) è ancora più disarmante: tutti hanno potuto constatare che senza un intervento risoluto queste ondate migratorie e, di conseguenza, l'attività dei trafficanti non saranno mai “stoppate”. Ciò che servirebbe è una campagna di informazione vera e capillare da effettuare “in loco”, da effettuare nelle zone in cui prendono forma i viaggi della speranza (ma forse sarebbe meglio definirli “della disperazione”). Recarsi in Africa per far capire che al di là del Mediterraneo le cose non stanno proprio come raccontano gli scafisti non dovrebbe essere un'operazione titanica, eppure i tanto strombazzati, e nemmeno tanto convinti, tentativi esperiti in tal senso fino ad oggi non hanno fatto registrare alcun risultato degno di tal nome.

Sì, bisogna ammetterlo: di sicuro, una volta arrivati nel “vecchio continente”, i migranti non troveranno le guerre, gli orrori, la paura e la miseria da cui fuggono, ma è altrettanto vero che i sempre più crescenti sentimenti nazionalisti che stanno minando le certezze della stessa Unione Europea non facilitano un'eventuale integrazione. E non basta. Se distogliamo gli occhi dal Mediterraneo e diamo un'occhiata al di là dei Balcani, la situazione rischia di assumere contorni ancor più drammatici di quanto già non lo siano qualora la sempre più irrequieta Turchia dovesse dare “via libera” alle migliaia e migliaia di profughi siriani che premono per raggiungere i Paesi UE più vicini.

Potendo contare su uno scenario simile (pericolosamente pronto a volgere al peggio), i trafficanti di esseri umani stanno avendo gioco facile. Sino a quando saranno in grado di sfuggire ai controlli (ad oggi, a finire nella rete sono stati solo “pesci piccoli”), sino a quando saranno in grado di reclutare viaggiatori disperati, sino a quando i proventi di questo business infame non cesseranno, allora non resterà che rassegnarci a questa massiccia emigrazione irregolare che fa felici e ricchi soltanto i suoi organizzatori. Già, felici e ricchi. Del resto, appare difficile sostenere il contrario se si pensa che, stando ad una stima elaborata da un consorzio internazionale di giornalisti, dal 2000 i trafficanti avrebbero messo insieme un fatturato di poco superiore ai  16 miliardi di euro. Una cifra che, ovviamente, comprende anche i compensi destinati a chi contatta i migranti, ai “comandanti” delle imbarcazioni, ai sodali che si occupano di sistemare inizialmente chi è fuggito dal proprio Paese e a coloro che sono incaricati di riciclare i proventi di questo business.

E che attorno al fenomeno del traffico di migranti ruotino tanti soldi lo dimostrano altre circostanze. Ad esempio, nel marzo del 2017, nel corso del vertice UE-Libia tenuto in Italia, sono stati promessi al governo di Al-Sarraj motovedette e personale qualificato per l'addestramento di marinai nordafricani per una spesa complessiva di 800 milioni di euro. Una somma imponente, ma quasi “ragionevole” se si valuta, ad esempio, che l'Italia è arrivata a spendere 100 milioni di euro al mese per garantire l'accoglienza ai migranti che siano regolari o irregolari. Senza temere di esagerare, si può sostenere che si è trattato di una decisione a dir poco “obbligata” a fronte di una situazione che stava sfuggendo di mano. Del resto, solo negli ultimi mesi i vertici di alcuni Paesi UE hanno finalmente capito che nemmeno un rafforzamento dell'azione penale contro i trafficanti, ovviamente affiancato da un'adeguata soluzione giuridico-normativa, potrà essere in grado... non dico di “debellare”, ma quantomeno ridurre i flussi migratori che si stanno registrando da alcuni anni.

Come tutti sappiamo, in questa “operazione” l'Italia è in prima fila (soprattutto per questioni logistiche). Un ruolo che però non si capisce fino a che punto sia gradito tenuto conto che nei nostri confini pare aumentare sempre di più la schiera di coloro che sono convinti che i migranti debbano essere aiutati a “casa loro”. Napoleone Bonaparte diceva che “la geografia di un Paese è il suo destino”: ebbene non vorremmo che  proprio in virtù di questo concetto la sorte dell'Italia sia segnata in negativo visto che è il punto di approdo più comodo e vicino per chi arriva dalla Libia. Senza contare che non sono pochi i Paesi dell'Unione che (“alla faccia” di un'equa ripartizione) hanno fatto chiaramente intendere di non esser più disposti ad accettare l'arrivo nei propri confini di qualsiasi tipo di migrante (quello “economico”, ad esempio, non è bene accetto).

Quanto si sta verificando è la prova che l'esistenza di un quadro normativo ben delineato può non bastare in assenza di direttive politiche in grado di farlo funzionare. Ormai il problema non è più (soltanto) prevenire e sanzionare il fenomeno del traffico degli esseri umani dopo aver individuato espressioni giuridicamente e tecnicamente condivisibili dalla maggioranza degli Stati membri. Adesso la priorità è un'altra: è necessario trovare con i Paesi del Nordafrica un accordo credibile e duraturo su come agire per evitare che i flussi migratori si susseguano in maniera impressionante.

Fra coloro che nei mesi scorsi hanno dimostrato di volersi dare da fare spicca l'intraprendente presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, il quale  dopo aver  incontrato i due leader (contrapposti...) della Libia, vale a dire Fayez al-Serraj ed il generale Khalifa Haftar, aveva dichiarato pubblicamente di voler aprire al più presto in territorio libico degli hotspot per l'esame delle domande di asilo dei migranti e stabilire chi ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. E questo per accelerare la soluzione del problema “immigrazione irregolare”, un problema a cui, al di là delle buone intenzioni e dei proclami il più delle volte ispirati da intenti elettorali, nessuno è riuscito a fornire una risposta adeguata. Almeno finora.

Inutile ricordare che l'iniziativa del capo di Stato transalpino, pur apparendo palesemente velleitaria, non è stata vista di buon occhio dal resto dell'Unione europea. Sia perché il protagonismo di Macron comincia a dare un po' di fastidio (soprattutto) all'Italia che ha preso atto di poter essere scalzata nella gestione della crisi libica (ma sarebbe davvero un dramma?) e ad altre nazioni del vecchio continente (si immagini che livello toccherebbe l'invidia suscitata dall'attivismo del presidente francese se dovesse davvero riuscire a stabilizzare l'ex regno di Gheddafi); sia perché una matassa simile non può essere sbrogliata da un solo governo tenuto conto che più volte le Istituzioni comunitarie hanno sottolineato che una sfida del genere non può essere affrontata da un singolo Paese, ma da tutti quelli dell'UE.

Una piccola dimostrazione si è avuta in occasione del summit dello scorso 28 agosto a Parigi, dove i leader di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno discusso con i capi di Stato e di governo del Ciad, della Nigeria e della Libia (questa è stata rappresentata da Fayez al-Serraj) per capire come gestire il fenomeno. In quell'occasione, non sono stati stanziati fondi, non sono stati programmati “hotspot” in terra africana, ma si è soltanto stabilito che è necessario un intervento concreto sulle rotte e sui confini e che l'Italia non può essere lasciata da sola a “pelare” questa brutta gatta. Anzi si è sostenuto che lo sforzo del nostro Paese dovrà essere condiviso fra gli altri Stati comunitari e che la Libia va... stabilizzata. Insomma, senza ledere la maestà di alcuno o sminuire la portata del vertice stesso, sembra che l'incontro di Parigi abbia ufficializzato uno scenario che tutti (anche i meno informati...) erano in grado di delineare.

Sia chiaro: qualora dovesse trovarsi una soluzione (che di sicuro non sarà indolore visto che l'impegno richiesto a livello di uomini, mezzi ed economico è “mostruoso”), non è detto che la tratta o il traffico di esseri umani diventi un problema secondario. Anzi, sicuramente questo fenomeno continuerà a trovare terreno fertile. Magari in misura minore rispetto allo stato attuale, ma continuerà a far parlare di sé. Nonostante tutto. Anche perché c'è chi ha interesse a che una simile situazione perseveri. Si pensi, ad esempio, al mercato del lavoro. Appare pleonastico evidenziare come, a fronte di un mercato occupazionale che dà origine ad una forte domanda di manodopera a basso costo e priva delle più elementari garanzie previdenziali e di sicurezza, datori di lavoro senza scrupoli avranno convenienza a trovare nuovi modi per aggirare sanzioni e divieti per procurarsela, con buona pace delle campagne di formazione e di informazione messe in atto dalle istituzioni comunitarie. Ma questa... è un'altra storia.