La leggenda del Barba

Fine corsa mai
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Uno spettro si aggira, anzi sfreccia, tra i ginepri e la salsedine di Castellaneta Marina: uno spettro alto, barbuto, a caccia di sé

Correre è un’attività anarchica che ti approssima alla libertà. Correre asciuga i pensieri, mette ordine alle angosce e restituisce alle idee una nobiltà non compromessa dal chiassoso vociare umano. La corsa non ha bisogno di mete, orizzonti, per tendere a qualcosa. Partire e arrivare sono due momenti senza sosta di una stessa unità temporale. Arrivare primi, costi quel che costi, noncuranti di niente e nessuno, calpestando l’asfalto delle dignità ripudiate, è una sciagura che la fatica, quella vera e non adulterata, espelle dal suo codice comportamentale. Con la corsa, il moto diviene perpetuo; e le analisi, nelle loro altalenanti suggestioni, si fissano con fare plastico nella mente. In maniera nitida, senza chiedere permesso ad alcuno. La corsa restituisce unità – e autenticità – ad una modernità polifonica e posticcia. C’è un privato da custodire, da proteggere, dinanzi all’incedere volgare di una dimensione pubblica senza pubblico. Quando l’intimità si deturpa, il brutto ci avviluppa. Barattiamo noi stessi per una manciata di finta notorietà. E finiamo con il restare soli, nella moltitudine informe e omologante che ci fissa a distanza.
“Fine Corsa Mai”, la nuova rubrica di CosmoPolis, sarà mero esercizio utopico. Vocazione controcorrente alle imbecillità stantie dei nostri tempi. A suo modo, e nella maniera più consona alla lucida follia di questa testata. Vogliamo correre senza alcuna catena fissata alle nostre caviglie, assaporando il vento che  tratteggia i sentieri dell’animo umano. Amiamo la libertà e siamo disposti a tutto pur di preservarla. Correndo non facciamo altro che incamminarci verso di essa. Poggiamo i piedi sull’acqua del mare aperto e tanto agognato. Sprofonda, s’inabissa soltanto chi non ci crede. Teniamolo sempre a mente. (Vincenzo Carriero)

Se una sera di inverno un viaggiatore, forse perdutosi, forse confusosi, dovesse vagare per le strade salmastre ed estreme di Castellaneta Marina, gli basterebbe aspettare. Prima o poi, forse appena un attimo prima di essersi desolatamente convinto che si tratti per certo di un paese fantasma, vedrebbe comparire nel grigio di un lungomare diversamente paradisiaco una barba. O una pelata, dipende da quale delle due  peculiarità dell’aspetto dell’uomo arrivino prima a chi lo osservi tagliare aria, traiettorie, esitazioni: l’aerodinamicità garantita dal cranio vanificata dal mento. L’unica variabile, nella certezza del suo passaggio, sarebbe il mezzo: di corsa o in bicicletta. Due aspetti della stessa malattia, o della stessa cura, è lo stesso. Perché chi fa della resistenza uno dei motivi fondanti della propria essenza, come Stefano Petrosillo, di cui stiamo parlando, sa bene come e perché ciò che nasce come cura può virare in malattia, e a volte viceversa.
Il viaggiatore perduto, confuso e ora anche vagamente turbato dal cipiglio talebano di quell’imponente corsaro, tenterebbe invano di farsi scorgere, magari per un saluto, o una indicazione stradale. Perché quando Stefano corre, o pedala, non vede che la strada, non riconosce che i propri mantra, non divaga dal senso del gesto ripetuto ed esaltante, tanto più nella misura in cui diventa sofferenza da domare, una volta di più, sapendo di aver dato scacco non certo e non solo alla semplice fatica, ma a tutti i fantasmi propri di chi corre. Perché chi corre, corre sempre anche (a volte solo) via da.
Stefano corre in questo posto, in inverno e sempre, perché qui ha trovato una totale corrispondenza col suo essere, come atleta e non solo, facendo la scelta di acquistare e ristrutturare una villa dove trasferirsi da un appartamento nel  suo paese, Palagiano. Questa scelta è stata appoggiata dalla sua famiglia, composta da mamma Giulia e papà Tommaso, a sua volta uomo di sport (un’istituzione come allenatore dei piccoli calciatori palagianesi ) e di corsa (tra i fondatori della prima società podistica locale e animatore della sua rinascita) , ora forzatamente abbandonata per motivi di… cuore, consueto paradosso di chi ha talmente tanto la corsa nel cuore, appunto, da finire con l’avere battiti normali proprio soltanto durante la corsa stessa. Troppo pochi, dopo, a riposo. Cuore d’atleta, lo chiamano. Motivo per cui, tutte le volte che può, Stefano aggiunge alla sua considerevole mole di attività (160-200 km di corsa e 4-500 di bicicletta mensili) una lunga passeggiata col padre, che anche lui, certo, fermo non può stare. D’estate li si vede partire dal lido La Conchiglia e arrivare chissà dove, mentre mamma Giulia li aspetta volentieri sotto l’ombrellone, recuperando gesti e chiacchiere di una socialità che in questo luogo, di inverno, deve risultare complicata. Ma loro tre sono chiaramente una cosa sola. Accompagnare Stefano alle gare è per Tommaso e Giulia un’occasione appagante e quando ne parlano emerge l’orgoglio per questo figlio… unico, appunto. “Noi stiamo bene così, insomma”, dichiarano tutti e tre quando ci si parla separatamente, usando proprio le stesse parole.
Spiego a Stefano l’idea di questa rubrica: mi interessa, accostando le storie diverse di persone che hanno in comune la passione, l’urgenza e la necessità della corsa, indagarne il substrato motivazionale, emozionale, ideologico, se non filosofico, che porta chi corre a non poter mai essere uguale a nessun altro che, come lui, corra. Capire che livello di coscienza si abbia di tutto ciò che ha portato alla corsa e di quel molto di più a cui la corsa ha portato. Stefano è un solitario, si è capito. Ma quando parla, lo fa volentieri, e non si nega. Tranne, forse, nel rispondere fino in fondo a quella che sarà la domanda più intima di questa serie di chiacchierate, e cioè: “Da cosa corri via, quando corri?”.
“Io ho sempre corso, ma non con continuità. Mio padre era allenatore giovanile di calcio, ma a me quello sport non interessava. Per un periodo mi dedicai alla pallavolo in una società di Taranto, ma io volevo giocare ed invece ero troppo spesso fuori, anche perché ero il più piccolo. La mia passione principale però erano le moto. A 20 anni mi comprai un’ Harley e cominciai a dedicarmici con convinzione. Mi chiedi cosa mi muove oggi a correre così come corro. Sicuramente, come tanti, ho sviluppato una dipendenza. Oggi è la mia droga. Vincere quotidianamente il desiderio di fermarmi, di cedere alla fatica, produce una dipendenza che va ad aggiungersi a quella ben nota di origine chimica, le famose endorfine. Questa dimensione di appagamento mentale, che ha a che fare con la volontà, forse in me è anche superiore, come stimolo. A maggior ragione in gara, durante le maratone, sento di aver vinto tutte le volte che riesco a sfuggire al pensiero di fermarmi. Dovessi in un angolo della mia mente formulare l’idea, sarei già fermo. Combattere quel pensiero, sviarlo, negarlo, occupa una parte enorme dell’attività mentale in gara. Bisogna trovare tutti i modi possibili per non cascarci. La cosa diventa ancora più ardua quando vedi qualcuno fermarsi….e dici: ‘Se si è fermato lui, perché non posso anch’io?’…. Ma ti salva la consapevolezza di quanto staresti male dopo, se mollassi. Quando ce la fai, invece, è estasi. Pura. Io che non mi vergogno a dire che non ho mai nemmeno provato una canna, conosco bene l’esaltazione che può produrre una droga. Sì, la corsa lo diventa, ma fa comunque meno male della chimica. E poi qualche tipo di droga, che ci allontani da ciò che ci tormenta, la dobbiamo pur avere. Quando ero più giovane, era appunto la moto. E prima, la musica tosta. Mi chiudevo in camera e mi sballavo un po’ così. Con la moto però è andata diversamente. Perché a un certo punto mi sono reso conto di aver superato un limite. Padroneggiare un mezzo ti porta a sottovalutarne i rischi, se non ti mantieni lucido. E io a un certo punto non lo ero più. Rischiavo troppo. Questa verità però me l’ha dovuta sbattere in faccia la morte di un amico fraterno. Così ho chiuso la mia amatissima compagna cromata in garage e lì mi aspetta da quattro anni. Non la vendo, so che me ne pentirei. Ma nemmeno la prendo più. Proprio da allora ho virato il mio bisogno di….superamento nella corsa e poi anche nella bicicletta. Perché come ogni droga che si rispetti, oltre alla dipendenza subentra anche l’assuefazione e dunque il bisogno di aumentare le dosi e i tempi. E così aumentando aumentando si sposta l’asticella e ci si mette sempre più alla prova. E’ a questo punto che bisognerebbe fermarsi a cercare di capire qual è il proprio limite. Perché se si arriva a superarlo, tutto ciò che era bene si trasforma rapidamente in male, malissimo, anche. Io per ora credo di esserci, nei miei limiti. Certo, l’età sarà uno dei parametri che cambierà le carte, ma combatto, ovvio che combatto. E più è dura più ci godo”.
Gli faccio infine la spinosa domanda di cui anticipavo il senso, e cioè se ha coscienza di fuggire da qualcosa, quando corre. Mi dice che sì, ma che si tratta di una questione molto intima. Obietto che a volte le persone non ne hanno consapevolezza, oppure fingono solo, di non saperlo, ma che la verità appare evidente a chi li conosca. Insperata soccorritrice del Barba ci affianca in acqua, dove appunto siamo mentre parliamo, una sua compagna di squadra, Patrizia Rollo (runner speciale anch’essa, protagonista della prossima puntata della nostra rubrica) che scherzosamente ci interrompe chiedendomi: “Ma te l’ha detto il motivo reale per cui corre, o meglio per cui gareggia?”. Mah, penso di sì, rispondo. “No, non può averlo fatto perché è sempre troppo modesto: lui lo fa per gli altri”. In che senso? “Durante le gare Stefano si va a prendere tutti quelli che sono in difficoltà: gli parla, li incita, li distrae, dà il passo… in genere dice che è finita quando non è affatto vero…. cose così. Lo conoscono tutti. Io posso dire che le volte che sono andata sul podio mi ci ha portato lui”. Evidentemente anche Patrizia deve aver frequentato la stessa scuola di modestia.
Ma l’intervento della compagna di fatiche produce l’effetto di  aprire un varco al balenio di un sorriso, che pare faticare d’accetta in quella imponente foresta pilifera per rivelare un tratto che ha in sé, solo in apparente contraddizione con la percepita granicità della persona, un candore bambino. Una barba nasconde, e protegge, ma non può nulla contro la rivelazione di un sorriso fuggito. Veloce, ovvio.

RUNNER'S BLUES

Chi corre
è il Tempo
che scorre
Il runner
segue percorsi
abitudinari,
per questo
privi di logica
come il fatto che corra
Niente di ciò
che crede di credere
ha veramente
una specie di senso
Se non
ciò che ignora
e veramente
lo muove
Come palline
dell’alberello
si accendono i segni
sul suo passaggio
strenuo bagnato
immutabile dato
Abituri
riattati
tornano a vivere
il linguaggio
dei muri
I fiocchi
diventano bimbi
I bimbi
diventano funghi
I muri raccontano
agli anni
e ai chilometri
liti gioiose
poi astiose
e silenzi
definitivi
Le case tornano
mute
e dirute
Il runner ne assorbe
il racconto
sempre più magro
sempre più vano
sempre più curvo
Pura manovalanza
del Tempo
Che assume podisti
gli compra le scarpe
gli scheda le scie
li trasforma in spie

(Marco Tarantino)