La bellezza, le cicatrici e il tempo

Fine corsa mai
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Storia di Patrizia: il sorriso, le ferite, ogni nuova alba sotto le scarpe da runner. Perché, come scrisse Neruda, nascere è un dettaglio: è per rinascere che siamo fatti

Tutti corrono e nessuno allo stesso modo, nella misura in cui i modi in cui concepiamo e poi trasformiamo in segno la corsa finisce col definire come una sorta di impronta digitale la nostra essenza. Ma forse una sfumatura comune di senso, se c’è, riguarda il genere. Forse, rifletto con la protagonista di questa puntata, esiste una corsa…rosa, un modo femminile e ulteriormente problematico di interpretarne il gioco, e la messa in gioco. Se lo dice una uoma di ferro come Patrizia Rollo (“Mi sfotti? Intendi alludere ai ferri che porto nelle ossa?”) sulla questione tocca riflettere.
Patrizia è bella, lo è sempre stata. Mi racconta che da ragazza veniva chiamata per fare servizi fotografici come fotomodella, essendo magrissima, dice. Ma io me la ricordo, non era solo magrissima, ma armonica e modellata dal basket, sua originaria passione, giocato a buoni livelli fino ai 18 anni, ovvero fino a che non ebbe la meglio l’impegno dedicato agli studi di giurisprudenza. E poi aveva, come oggi, un viso intenso, illuminato da un sorriso perfetto e sincero. Un sorriso facile, che nessuna delle difficoltà della sua vita è mai riuscita ad arginare. La bellezza di Patrizia, lo si capisce molto presto ascoltandola parlare delle cose cui tiene e per le quali combatte (tante, al punto di aver scelto quest’anno di entrare in politica per le comunali del suo paese, Palagiano), ha molto a che fare con la sua forza interiore, con la capacità di sacrificio e di resistenza che in lei si infiammano di agonismo tosto.
Eccoci al punto: siamo arrivati alla corsa secondo Patrizia. E alla storia di una donna che deve venire a patti col tempo, con i cambiamenti, con l’elaborazione di una specie di lutto per ciò che non può più essere come era, alla ricerca di un nuovo modo per continuare a correre che sia diverso ma si adatti al cambiamento, mantenendo l’essenza della propria necessità.
“Il mio problema è che voglio vincere. Voglio vincere sempre. Non posso pensare di gareggiare accettando di arrivare ultima”. Questo perché sul podio Patrizia ci è andata diverse volte, e le è piaciuto. Lei che aveva cominciato a correre intorno ai 40 anni, così, per fare compagnia ad una coppia di amici, con delle sgambate nella pineta di Chiatona e che abbastanza presto ci aveva preso gusto, convincendo, quattro anni dopo, anche il marito Raffaele a provarci. Raffaele Jacobino a sua volta non aveva avuto a che fare con la corsa fino a quel momento, anche lui vicino al basket, vissuto anche con funzione dirigenziale nel Castellaneta. Ma la sua entrata in gioco si rivelerà importante per molti. Perché da quel momento il gruppo di runner palagianesi, dei quali Patrizia faceva parte ma che come società podistica si trovava in una situazione di stallo, nemmeno più partecipando ai circuiti, trovò proprio nell’entusiasta neofita commercialista la persona adatta a rilanciarla, nel ruolo di Presidente. Da quel momento l’Athletic Team Palagiano acquistò una rinata vitalità agonistica, che inevitabilmente produsse un aumento degli iscritti e un miglioramento nelle prestazioni e nei piazzamenti in gara. Di tutto questo Patrizia parla con orgoglio personale, evidentemente non autoreferenziale. Sa di aver fatto, col vulcanico marito e coi sodali runner storici del paese, una cosa molto bella, soprattutto perché si è creata fra i compagni, pure nella loro totale disomogeneità, una coesione e un’amicizia magiche, che vanno molto oltre l’ambito della comune passione. “Molto del felice esito di questa avventura, mia personale e della mia società, io lo attribuisco all’incanto del circuito Corripuglia. Meraviglioso. Ogni settimana ci dà la possibilità di conoscere in un modo diverso, più…intimo, paesi e città incredibili della nostra regione che mai avresti pensato potessero rivelare tante sorprese. Ricordo l’emozione della tappa a Cerignola….ancora mi commuovo. Correre così, con un gruppo di fratelli, è diverso. Questa è un’altra droga nella droga. La dipendenza dalla socialità calda e motivante dei tuoi amici si aggiunge a quella delle endorfine (dunque del gesto atletico in sé) che a sua volta si aggiunge a quella dell’adrenalina da gara….Sono tre componenti indissolubili, per me. Ecco perché io ho bisogno della gara. Per me ora la corsa in sé, magari da sola, non significa granché. Infatti attualmente.. .(Fa molta fatica a dirlo, si ferma…n.d.a.)  non sto correndo. Non ce la faccio. Sono in una fase strana”.
Le chiedo di riepilogare le premesse dell’attuale empasse. “Ci sono diverse componenti…Un anno e mezzo fa, a febbraio, ho avuto un incidente automobilistico molto grave, sulla 106. Dovevo essere morta. Chi ha visto la mia macchina sa cosa intendo. Non sono morta, ma pensare di tornare del tutto viva, cioè normale, non sembrava tanto possibile, soprattutto perché gomito e malleolo erano distrutti. Operazioni, ferri, infinita, dolorosa, frustrante fisioterapia. Un percorso riabilitativo allucinante. Ma io ci mettevo del mio. Pensavo solo che non avrei accettato di non tornare a fare tutto quello che facevo. Per cui tanto per cominciare, appena le gambe e i piedi me lo consentirono (tutta la parte superiore era a pezzi, ma non mi importava), cioè 40 giorni dopo l’incidente, mi misi a corricchiare per le strade del paese. Non pensavo certo di nascondermi. Mi pareva una cosa bella. Pensavo che chi mi avesse visto sarebbe stato contento della mia volontà di farcela. Evidentemente non era esattamente così, o quantomeno non per tutti. So che ci fu anche, nel paese, qualcuno che non capì. Ma non può e non poteva interessarmi il giudizio delle persone che non sanno. Solo molto più tardi sarei stata in grado di usare il braccio, e stavo facendo un percorso riabilitativo complesso. In quel frangente la corsa per me rappresentò uno dei motivi di resurrezione. Oltre alla mia famiglia, naturalmente. Nei confronti della quale tuttavia sviluppai un insano senso di colpa per il fatto di aver avuto l’incidente e stare male, con la conseguenza di far stare male loro. Le mie due figlie… Mi sentivo uno schifo. Lo so che è assurdo. Ma il senso di colpa è roba nostra. Molto tipico delle donne. Come purtroppo lo è, rispetto agli uomini, il sentirsi cambiare con le modifiche ormonali dell’età, sapere di stare perdendo colpi, guardarsi invecchiare, fatalmente, prima di loro. Ricordo che quando guardavo alle donne della mia attuale fascia di età che correvano e che mollavano, cambiavano….mi intristivo così tanto! Ora… Pensa che mio marito, che pure ha sempre corso in allegria, chiacchierando (non come me che se non mi concentro e mi incattivisco a dovere per vincere non me la godo), oggi fa tempi migliori dei miei. Non lo sopporto”. E ride. “Ma con la corsa ci si usura, anche. Il principale motivo per cui oggi fatico è una infiammazione ormai cronica al tendine di Achille. Prendo antinfiammatori e procedo, ma fa male. E non sono più competitiva. E questo, lo avrai capito, mi scoccia”. Concorda con la necessità di ritarare il proprio rapporto con la corsa, perché comunque Fine corsa mai, ma stavolta il sorriso è dolente. Incredibilmente riaffiora la questione del senso di colpa, ma adesso...nei confronti della corsa stessa. “Questo è quello che provo oggi che non corro. Da non credere, come possiamo essere complicate. E autopunitive”.
Perché la corsa, come droga, ha una peculiarità bastarda che la differenzia da quelle titolari e cioè che se smetti non sei virtuoso e dunque orgoglioso di esserci riuscito, ma ti senti uno schifo, stai male per aver mollato e non puoi perdonartelo. Peggio, pensi che sia la Corsa stessa a non poterlo fare.
La gente si tatua. Che impazienza. Come non capire che basta aspettare: i tatuaggi veri, gli unici significanti, arriveranno. E se sei bella nella volontà, e nella consapevolezza, li ostenterai convinta che siano belli, e ne sarai orgogliosa, perché quello che dicono di te, a chi sa leggerli, è pure quella una storia bella. Patrizia, il suo sorriso, le cicatrici e il tempo.