BREAKING NEWS
Domenica, 21 Gennaio 2018
TARANTO VITTORIOSO PER 3-2 NELLA TRASFERTA DI SARNO. Quarta vittoria consecutiva per i rossoblù. Mattatore della gara odierna D'Agostino con una tripletta

MIO CAPITANO

Fine corsa mai
Typography

E’ il soprannome di Vittorio Granile, corridore solitario anche in compagnia. Un giorno un ortopedico gli disse: “Non è più il caso di correre”. Quindi lui decise di dedicarsi alla maratona

Il Capitano deve il soprannome a un gruppetto di amici, castellanetani come lui, che sugli inizi degli anni ’80 cominciò ad organizzare delle avventurose e disimpegnate uscite comuni in bicicletta. Prima che ogni cosa diventasse necessariamente seria, ammantata di pseudo-professionismo, come oggi è per qualunque attività si intenda intraprendere. Questo tipo di rischio non poteva sfiorare il gruppo del Capitano, che lo elesse tale ad honorem tanto in virtù del fatto che era più grande ed esperto di loro, quanto per il suo indiscusso carisma, determinato da una serie di caratteristiche psicologiche e morali anomale e affascinanti. Un anticonformista naturale, difficile da classificare, difficile da definire, difficile.
Vittorio Granile è uno di quei tipi che non avendo mai preso in considerazione la possibilità, non sembra poter invecchiare. Da che ha questo fisico, cioè da quando era ragazzino, visto che si tratta di un fisico da ragazzino piuttosto che da ragazzo, è così: minuto, leggero, tendineo. E poi: solitario ma chiacchierone, impaziente ma costante, inquieto ma tranquillizzante, pieno di fissazioni che scopre con curiosità e commenta con autoironia. Dalla bici, o per un periodo in contemporanea, alcuni di quel gruppo sarebbero poi passati al podismo. Di certo il Capitano fu anche il primo a… staccare il gruppo, nel senso che sempre più di frequente era possibile vederlo correre in solitaria nelle più improbabili stradine della sterminata campagna castellanetana. Sviluppando peraltro, come accade a molti di quelli che corrono in location analoghe, un ambivalente sentimento nei confronti dei cani. I maremmani in particolare, lui che una maremmana amatissima aveva coccolato fino alla vecchiaia. Racconta di fughe col cuore in gola per scampare a uno o più spesso branchi di zannuti cacciatori di runner, di corse col bastone in mano… E, ripeto, si tratta di un animalista convinto. Ma anche questo aspetto apparentemente contraddittorio è una componente tipica di un certo mondo di corridori, la cui attività campagnola sovente può diventare a tutti gli effetti uno sport estremo.  
Caso poco casuale ma molto fatale, incontro Vittorio sulla strada, mentre corro, poco e male, ma soprattutto penso all’idea di una rubrica sulla corsa. Non ci vediamo da tanto e non è affatto normale intercettarci su quella strada e a quell’ora. Che gioia. Vittorio fa il gesto di affetto più grande che si possa, dato il contesto equatoriale, rovesciandomi il fondo della sua preziosa bottiglietta d’acqua in testa. Non gli dico nemmeno dell’intervista, lo faccio parlare e basta. Anche perché a lui costa zero, mentre le mie domande sono ridotte al minimo per la desuetudine alla doppia gestione del fiato. Situazione più centrata di questa non avrei potuto immaginarla.
Racconta, Capitano, di te e la corsa. Quando vi siete incontrati?
“Io ho sempre corso. Fin da bambino mi piaceva. Proprio piccolo, facevo i giri del mio palazzo e poi tutto contento riferivo: oggi 8, oggi 12…. Avevo 5 anni quando alla mia necessità di correre tutte le volte che potevo camminare devo un incidente che in qualche modo segnò il mio legame…di sangue con la corsa, considerato che mi procurò il quasi totale distacco dell’anulare, ricucitomi con una “fede” che ancora porto. All’epoca si andava a prendere il latte portandosi la bottiglia da casa. Mia madre mi diede quell’incarico e io ovviamente decisi di andare alla latteria di corsa. Caddi e il vetro mi tagliò nel modo che dicevo. Tutti non facevano che sgridarmi perché avevo corso!  Alle scuole medie un professore di educazione fisica piuttosto scoglionato ci metteva a fare i giri di campo per tutta l’ora. E io ero contento. Gli altri si fermavano… Con i primi soldi guadagnati mi comprai una bicicletta. Un’Atala, la presi a Bari. Cominciai ad uscire da solo, provando percorsi sempre più complessi ed affascinanti, ai quali qualche tempo dopo avrei iniziato il mio gruppo di amici, guadagnandomi il “titolo” di Capitano. Poi anche la passione per la mountain bike. Intanto avevo ripreso a correre. Poco, 5-6 chilometri, da solo. Perché erano anni in cui va bene le pedalate assieme, ma col gruppo non è che facessimo vita proprio tanto sana… E insomma sentivo il bisogno di ripulirmi da certe fumate stendenti. Ecco perché ricominciai ad uscire. Un mio amico e collega di lavoro cercava, insieme ad altri tre compagni di sgambate, un quinto podista disposto a far partire una squadra ufficiale di corsa. Ne servivano minimo cinque, appunto, per formare una società. Non ero tanto sicuro, mi sentivo inadeguato. Mi convinse. Cercammo insieme un nome e un logo. Masticavamo un inglese così e pensammo “Club runner”, un po’ a capocchia, seguito dall’anno della fondazione, l’87, appunto. Come logo un’amica che insegnava disegno realizzò per noi un Beep-beep (che ha con Vittorio un’incredibile somiglianza, adesso che me lo mostra sulla canotta che indossa, n.d.a.). Così cominciammo a partecipare a gare locali. Ma presto la società crebbe, e io mi allontanai. Risentivo il bisogno di correre in solitaria, e comunque di essere svincolato. Potevo anche non correre, del resto. Nei primi ’90 infatti feci altro. Un anno e un viaggio in particolare segnano una mia fase che ho difficoltà a definire, ma che è stata decisiva: il ’92 e Sarajevo. Non si trattò di una scampagnata turistica. Chi ricorda cosa succedeva a Sarajevo in quel periodo, sa. Impegno? Necessità. L’estate mi piaceva giocare un beach volley molto amatoriale  con un gruppo di amici con i quali fondamentalmente era bello stare, beach a parte. Un giorno però, dopo l’attività, avvenne che mi bloccai con la schiena. Di botto. Immobilizzato. Non potevo muovere la gamba. Come se non l’avessi. Visite, consulti, andai da uno specialista, rinomato, il quale non ebbe esitazioni nel valutare la mia ernia al disco (L5-S1, per gli esperti…) come necessariamente da operare. Dovevo fidarmi. Stavo malissimo. A settembre mi operai. A Natale stavo correndo. Ma non ci riuscivo. Non portavo bene la gamba. Soffrivo. Uno strazio. Tornai dal dottore e glielo dissi. Non riesco a correre, non mi pare di stare tanto meglio… E lui mi diede una risposta che avrebbe orientato il seguito della mia vita, in qualche modo. Perché disse: “Ma che bisogno c’è di correre? Scordati la corsa!”. Non fu difficile: in quel preciso momento decisi che mi sarei dedicato alla maratona. E così dai pochi chilometri che fino ad allora mi erano bastati, iniziai a darmi un programma, in termini di costanza e progressione. Tornai dai miei vecchi soci del gruppo che insieme avevamo fondato e gli chiesi se potevo rientrare. Ovviamente furono felici. Così ricominciai a correre, o forse cominciai. Ci sono tanti modi di correre, non esiste la Corsa. Soffrivo, combattevo. Ricordo le prime gare. Putignano, la prima, poi Brindisi, dove, ultimissimo, andai da quelli dell’ambulanza e gli dissi: ‘Fatemi un favore, non mi state subito dietro, precedetemi!’. All’arrivo i compagni di squadra, già pronti in macchina, mi giuravano che non mi avrebbero più aspettato. Col passare delle gare la posizione in classifica migliorò. Non ero più l’ultimo del “gruppo macchina”. Le prime maratonine. Nel 2004 finisher alla Maratona del Sdalento di Parabita. Dopo una ventina di maratone in giro per l’Italia, l’ultima, la primavera scorsa,a Rimini”.

Visto che mentre corriamo, diciamo così, lui saluta tanti che incrociamo e fa qualche commento scherzoso, gli chiedo che ruolo ha per lui la corsa in compagnia, se è un valore aggiunto, che magari allevia la fatica, o se può farne a meno. E’ perentorio. “Preferisco sempre di più correre solo. Non comprendo la paranoia dei dispositivi tecnologici, contapassi, conta battiti, e le conseguenti conversazioni tutte incentrate su tempi, statistiche, confronti… Io esco, e quello che mi va di correre corro. Nei tempi e nei modi che mi gira. Non voglio sapere altro che quello che il mio senso del limite mi dice, e quello è sempre variabile. E poi c’è un altro aspetto della chiacchierate con i compagni di corsa che sopporto sempre meno: le tirate sugli inevitabili infortuni e acciacchi ‘professionali’ di cui siamo tutti pieni. Mi scoccia pensarci, visto che fatico proprio tentando di fregarne la percezione. E ancor di più mi scoccia parlarne. Sembra una gara a chi sta peggio. E di conseguenza a chi è più tosto correndo lo stesso”.
Del percorso che fortuitamente stiamo condividendo conosce tutti i posti dove è possibile bagnarsi. Impianti di irrigazione che perdono, fontanelle di lidi… Perché, mi racconta, fra le tante scoperte che periodicamente continuano a stupirlo di sé stesso, c’è una recente predilezione per la corsa con i piedi bagnati. Quel cic-ciac che manderebbe ai pazzi più o meno chiunque rende Vittorio euforico. Lo conforta, gli dà energia. L’ha scoperto per caso quando in una corsa in gravina ha dovuto guadare un corso d’acqua, accorgendosi subito dopo del miracolo prodotto dall’involontario pediluvio. “In gara la bottiglietta del primo ristoro la uso così. Mi fa ridere quando mi affianca un amico che ha il ruolo di istruire i ragazzi alle corse e che quindi in gara dà loro tutte le indicazioni di ciò che si deve e non deve fare….Io lo sento e regolarmente annoto che si tratta esattamente di tutto il contrario di ciò che faccio io. Del resto sempre più mi accorgo che molte cose che faccio, o il modo in cui le faccio, sono il contrario di come forse dovrebbero essere fatte”.
La cosa ti procura problemi, Capitano?  Una risata. Beep beeeeeep. Corri Will Coyote, prova a prenderlo.