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Il destino di un guerriero

Fine corsa mai
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Corridore, ciclista, nuotatore, rocciatore, sub, esploratore in Antartide e chissà quanto altro, a poterlo raccontare. Profilo inedito dell’incredibile Giovanni Vacca, incursore del San Marco scolpito nell’acciaio e temperato nel sudore

Capo Vacca non è normale. Deve essere fatto proprio di qualche altro materiale. Meno male, perché a me sapere che c’è uno come lui a fare quello che fa lui come lo fa lui tranquillizza moltissimo. Riesco a fargli questa intervista solo perché è costretto a un relativissimo riposo a causa di un recente intervento al menisco. “Il dottore mi ha detto che per un mesetto non posso correre. Però posso camminare e nuotare…”. Così si è appena sparato non so quanti chilometri in mare e poi sulla spiaggia. Di ritorno, facciamo questa chiacchierata piacevolissima, come lo sono state tutte quelle che negli anni abbiamo fatto attorno ad un tavolo di amici, situazione nella quale Giovanni sta benissimo, perché è disponibile e socievole. Racconta volentieri. Mai tutto. Non credo possa. Non credo voglia. Alcune cose si devono fare e poi forse è necessario organizzare per il loro ricordo un magazzino speciale nella testa o nel cuore, perché ci permettano di continuare a fare bene ciò che va fatto nonostante.
Giovanni Vacca ha un fisico che intimidisce. Chi pensasse si tratti di un bodybuilder tuttavia sbaglierebbe di grosso, perché ognuno dei suoi muscoli è necessario, e racconta storie di efficienza, resistenza, forza reale, reattività. E, ovviamente, determinazione nel mantenere una condizione che negli anni non muta. Allenamento, allenamento, allenamento. In tutte le forme. Anche ricorrendo a ciò che ancora non è stato inventato, ma che Giovanni ha creato personalmente concependo e realizzando una sorta di surreale palestra artigianale (anche in questo le competenze non gli mancano: sa fare tutto) a casa sua, allestita con attrezzature geniali quanto inquietanti (noi amici umani la chiamiamo la stanza delle torture).
Oggi parleremo di corsa, ma come sempre e più di sempre la corsa sarà solo uno dei tasselli di un mosaico complesso e affascinante che ruota attorno alla necessità di efficienza fisica. Correre, pur essendo per Giovanni una piacevole attività, non ha insomma la stessa funzione e la stessa valenza che può avere per chi decida di farlo come passatempo, perché lui è un incursore della Marina Militare, un maresciallo che deve al suo corpo, alla sua intelligenza e alle sue capacità operative e decisionali il fatto stesso di essere in vita, semplicemente. Cominciamo dall’inizio.
Ho cominciato a correre a 19 anni, per lavoro. Prima avevo fatto il portiere di calcio, me la cavavo. Entrato in marina, nel Battaglione San Marco, dovevamo allenarci duramente per preparare le marce forzate. Per cui si inizia con la corsa, aumentando i chilometri e riducendo i tempi per poi essere in grado di sopportare agevolmente le marce con addosso il peso di tutto l’occorrente. Che non è poco. Ci sono progressioni precise da rispettare in termini di resistenza e velocità ed è obbligatorio rientrare negli standard previsti. Dopo un anno decisi di fare il corso da incursore e passai i test. Andai a La Spezia, dove iniziò un tipo di allenamento ulteriormente duro. Anche perché avevo un capo tostissimo, cui devo molto, appassionato di corsa e in generale di attività sportive, che preparava i suoi ragazzi con una passione e una competenza che negli anni avrei compreso avermi avvantaggiato in tante cose. Del resto, quando in seguito sarei diventato io stesso istruttore, mi piace pensare di aver ricalcato le sue orme nel modo in cui ho tirato su i miei ragazzi. E non mi riferisco solo all’addestramento fisico. A Spezia facevamo i TEF, test di efficienza fisica che consistevano nel correre 5 chilometri sotto i 20 minuti, fare 20 trazioni e 100 addominali. Per ognuna delle tre cose era previsto un punteggio, per un massimo di trecento punti. Che andava poi ad essere annotato nella scheda personale, dunque era importante ottenere, e poi mantenere, buone prestazioni”. Glielo chiedo? Evito? Lo faccio dire a lui, quanto prese al primo TEF? E poi al secondo, al terzo e sempre?
Trecento, sì. Noi ‘trecentisti”’prendevamo scherzosamente in giro gli altri, fingendo di snobbarli. I TEF erano un motivo di sfottò ma anche di sfida. Era divertente e stimolante. Grazie ai tempi che ormai riuscivo a tenere nella corsa e soprattutto perché intanto mi ero appassionato, cominciai a fare qualche garetta regionale. Partecipavamo come squadra della Marina, non gareggiavo con una Società. Si trattava di partecipazioni non finalizzate certo al risultato, più rappresentative che altro. Ma facevo buoni piazzamenti. Avrei continuato anche in seguito a gareggiare, come libero, solo nel 2006 lasciandomi convincere dagli amici del ‘Club Runner’ del mio paese a tesserarmi con loro. E’ stata un’esperienza piacevole, condividere col gruppo le trasferte, anche se in linea di massima i miei allenamenti erano e sono soprattutto in solitaria. Sono uscito dalla Società nel 2015, soprattutto perché a causa del ginocchio avevo deciso di prendermi una pausa. Ma se adesso ho deciso di operarmi è proprio perché in realtà ho intenzione di riprendere. Non che abbia mai smesso, del resto. Magari riprendere a gareggiare è uno sfizio che mi regalo l’anno prossimo, per i miei 50 anni…”.
Il finto riposo che deve al ginocchio è una storia che ha dei precedenti. “Anche nel 2008 dovetti intervenire con le onde urto sul ginocchio per delle calcificazioni tendinee. In quell’occasione mi dissero che potevo pedalare e così mi diedi alla bicicletta, che non avevo mai considerato, utilizzando una pesantissima vecchia mountain bike di mio fratello. Partendo a scopo terapeutico, pedala oggi, pedala domani, finii con l’appassionarmi. Miglioravano tempi e distanze. Un amico triatleta  che sapeva delle mie prestazioni nella corsa e nel nuoto mi propose di provare a fare qualche gara. Mi pareva un ulteriore stimolo. Mi iscrissi quindi alla sua società di triathlon e accettai di misurarmi in una competizione. Solo che non avevo una bicicletta da corsa. Né sono il tipo da spendere tanti soldi per una bicicletta e in generale per qualsiasi altro attrezzo o indumento tecnico. Per cui un amico mi diede la sua. Io non ci capivo niente e mi presentai alla gara con questa vecchia Bottecchia che aveva ancora il cambio antico sulla canna invece che sul manubrio. Quanto mi presero per il culo. Tutti! Per non dire del mio amico, con il quale ci accordammo di fare assieme il tratto in bici, perché io non sapevo come si gestiva la corsa. Per darci il cambio, anche. Partimmo. Io stavo avanti e procedevo. Lui dietro, ma non faceva mai nemmeno il gesto di darmi il cambio. Io non capivo e francamente a un certo punto mi scocciai e me ne andai, staccandolo. Quando alla fine della gara ci ribeccammo, lui incredulo mi spiegò che a stento ce l’aveva fatta a seguirmi per il tratto che avevamo condiviso, perché avevo tenuto tempi bassissimi. In effetti, con mio stupore,  mi classificai terzo. Con la mia bicicletta ridicola…Fui contento soprattutto per lei, in effetti. E per il piacere di aver zittito tutti i supertecnici che ci avevano derisi.
L’incursione nel triathlon non è stata l’unica sfida affrontata da Giovanni, sempre disposto a mettersi alla prova con qualsiasi attività che abbia a che fare con sudore e fatica.
Un altro amico aprì a Gioia il primo centro di CrossFit pugliese, invitandomi a misurarmi con questa disciplina che all’epoca in pochi conoscevano. In seguito sarebbe rapidamente diventata una moda, che peraltro sembra dare ai suoi praticanti più fanatici l’adrenalina di sentirsi dei marines… Del resto si tratta proprio di un’attività nata in America a scopo di addestramento militare, per cui….era il mio, nel senso che noi quelle cose le avevamo sempre fatte, sia pure con qualche differenza. Feci il percorso e francamente lo trovai piuttosto semplice, normale. Lo dissi al mio amico, e lui era perplesso. Ma per me era, normale, non volevo sminuire il suo sport. Comunque mi piacque, soprattutto la parte della pesistica, interessante. Per lo stesso motivo nel 2013 ho partecipato alla prima edizione italiana dello’Spartan Race’, che si tenne a Roma, nello Stadio dei Marmi. Sulla maglia che la squadra della Marina preparò per la competizione, scrivemmo il nome di un collega che era scomparso da poco, Alex, cui dedicammo la nostra partecipazione. Non sapevo come funzionasse, mi avevano detto che avremmo trovato 22 ostacoli. Si tratta di prove varie da realizzare nel minor tempo possibile: superamento di sbarramenti di vario genere, tratti nei quali correre con qualche tipo di peso addosso, spostamento di oggetti pesanti, scavalcamenti, corde… Il primo giro lo feci senza capire bene come dosarmi, perché non sapevo che aspettarmi, ma quando capii che il secondo giro sarebbe stato identico e che quindi si sarebbero ripetuti i primi 11 ostacoli, ci diedi dentro. Non avevo proprio idea di che tipo di performance avessi fatto. Quando poi, giusto per curiosità, andai a chiedere al botteghino del mio piazzamento…scoprii che ero arrivato sesto! Su più di 3000 partecipanti. Non pensavo”.
Giovanni è così. Tutto quello che fa, secondo lui è normale. Non rischia mai di sembrare immodesto, perché è profondamente umile. Attribuisce ogni suo successo, e ogni incredibile performance psico-fisica, di tipo atletico ma anche più in generale connessa al suo complicato lavoro, semplicemente all’allenamento. Non ritiene di essere lui, speciale, mai. Sembra sorprendersi sinceramente dei suoi piazzamenti. “Quando da noi si dice che ‘Voi dovete mettere la testa, al corpo ci pensiamo noi’, è proprio così. Serve solo avere testa, in termini di volontà e testardaggine. Il corpo verrà, perché la testa, permettendoti di allenarti come va fatto, trasformerà il corpo. Per cui non ho meriti che non siano naturale conseguenza dell’allenamento. Testa sì. Mi riconosco capace di impegno duro e determinazione. Non esiste altro modo per fare quello che devo se non così. Quando in anni recenti ai piani alti si decise di non richiedere ai colleghi del Battaglione San Marco imbarcati la stessa tipologia di preparazione fisica necessaria agli operativi, secondo me si commise un grave errore. Chi lo dice che non sia necessario, anche in un contesto teoricamente più tranquillo, dover essere in grado di fare affidamento su un corpo efficiente e su una capacità di reazione fattiva? In effetti si deve all’ex Capo di Stato Maggiore della Marina, che io stimo e col quale ho avuto il piacere di trattare (sempre alla pari, perché è questo che lui si aspetta dai suoi sottoposti, ai quali chiede capacità di rapportarsi senza timori reverenziali e con piglio esecutivo) la decisione di reintrodurre un addestramento serio per tutti.
Dopo sei anni a La Spezia a Giovanni fu chiesto se volesse tornare nella sua vecchia sede, a Brindisi, perché qui doveva formarsi una nuova unità di ricognizione anfibia e il Ministero pensava di utilizzare un gruppo scelto già pronto. Accettò. Cominciò una nuova fase del suo lavoro. Gli chiedo fondamentalmente cosa fanno quelli come lui. Ne so proprio poco.

Prepariamo il campo agli altri. Dobbiamo essere in grado di arrivare in un posto da qualsiasi parte e in qualsiasi modo: terra, acqua, aria. Ecco perché è necessario anche saper fare tutto, correre, arrampicarsi, nuotare e paracadutarsi, e con tutto l’armamentario addosso. Ispezioniamo la zona, la mettiamo in sicurezza e vediamo se e come far arrivare gli altri. Dobbiamo rendere possibile, ad esempio, l’evacuazione di connazionali da zone calde. Svolgiamo poi molte altre attività che sarebbe lungo spiegare… Oggi il mio ruolo mi impone una serie di incombenze che ovviamente non sono più solamente operative. Devo organizzare aspetti di tipo amministrativo, incontrare persone, fare riunioni. Ma sento sempre il bisogno di lavorare sul campo e di mettermi alla prova. Una volta, abbastanza di recente, dovevamo fare un’esercitazione a Monteromano. Quel giorno proprio non mi andava di organizzare. Affidai i miei incarichi a un collega e dissi: ‘Oggi sono operativo. Sto con i ragazzi’. Nemmeno inizia l’esercitazione e mi becco affianco l’uomo ferito. Funziona che a chi capita di avere il ferito vicino deve caricarselo e portarlo fuori pericolo. Me lo portai in spalla per 800 metri. Giusto a me doveva capitare…Da non credere, anche se continuo a pensare che me l’hanno fatto apposta, ‘sto scherzetto… Non dico che non mi stancai, ma ce la feci bene. E fu una lezione per i ragazzi che non credo scorderanno. Si guadagna rispetto e si danno esempi importanti solo mettendosi in gioco, su un piano di parità”.
Tra le innumerevoli missioni ed esperienze ai limiti dell’umano delle quali avrebbe da raccontare, ce n’è una in particolare che ricorda volentieri, perché si è trattato di una spedizione con finalità scientifiche, per una ricerca sul campo in Antartide.
L’ENEA organizza queste spedizioni nel periodo che va da ottobre a gennaio, il nostro inverno che lì corrisponde invece all’estate, quando la temperatura è accessibile. Lavoravamo infatti sui 15 gradi sotto zero. Ci sono stato due volte, negli inverni 2005-6 e 2013-14. Il gruppo è costituito da un certo numero di studiosi delle varie discipline (biologi, geologi, meteorologi…), i cosiddetti “scientifici”, e da militari, scelti nelle tre forze per garantire una serie di competenze che permettano ai civili lo svolgimento delle attività di raccolta e rilevamento. La Marina fornisce i subacquei e le guide alpine . Avevo il compito di raccogliere molluschi ed enormi spugne. Ma si faceva un po’ di tutto, aiutavo anche se si trattava di sicurezza alpinistica (Giovanni è anche istruttore militare di alpinismo, n.d.a.). Il problema era però che non era previsto potessimo allenarci come invece per noi è necessario, soprattutto la prima volta, quando non c’era nemmeno una palestra attrezzata (la seconda volta la allestii io). Non avrei potuto certo stare tre mesi fermo: proprio non potevo permettermelo. Per cui mi organizzai: la mattina presto, prima di iniziare a lavorare, me ne andavo a correre su uno sterrato che dalla base, sul livello del mare, saliva verso l’interno. Freddo, sì. Ma ti ci abituavi. Ricordo che innanzitutto avvisai il mio capo che se avesse visto una figura allontanarsi all’orizzonte non avrebbe dovuto preoccuparsi perché non si trattava di qualcuno impazzito che tentava la fuga. Ma la corsa più emozionante che riuscii ad organizzare in quel luogo estremo e stupendo la feci sulla pista di volo, posta praticamente sulla banchisa ghiacciata. Sotto sapevo di avere solo il mare. Sotto i piedi ghiaccio, però frantumato, a formare una specie di brecciolino che non era scivoloso. Intorno il nulla, solo bianco e silenzio. E io che correvo. Un’emozione fortissima”.
Mi interessa anche sapere se ricorda una situazione in particolare in cui ha benedetto la sua capacità di correre… Sorride. Del resto lo fa spesso. E’ una persona aperta, chiara, compiuta. A ben diritto soddisfatta di sé.
1997, Valona, Albania. Avevamo l’incarico di pattugliare il porto, nel pieno di una guerra che tuttavia fino a quel momento stava producendo fondamentalmente uno scontro a fuoco quotidiano, dopo il tramonto, tra due fazioni legate a boss mafiosi locali che si sparavano tra di loro con una certa prevedibile ripetitività. Stando così le cose non mi preoccupai granché quando decisi di andare a salutare dei colleghi appena arrivati in porto con una nave che distava dall’albergo dove stazionavamo un duecento metri. Ci andai da solo, senza portarmi niente appresso perché lo ripeto, fino a quel momento non c’era stato per noi alcun pericolo effettivo. Stavo salutando i colleghi e appunto dicendo che quelli si sparavano solo addosso fra di loro, quando sentii fischiare molto vicino alla mia testa un proiettile, poi un altro e un altro… I colleghi rientrarono rapidamente, io invece mi ritrovai sotto al fuoco totalmente esposto. E quel che è peggio è che non avevo con me nulla per rispondere al fuoco come avrei voluto fare. Solo un’ inutilissima pistola. Per cui non mi restava che correre. Scartare, abbassarmi, procedere. Mi vedevano. Continuavano a spararmi addosso, quei bastardi. Ero parecchio incazzato. Pensavo: ‘Ma guarda se devo crepare in questo cazzo di modo’ “.
Non andò così, evidentemente. Vaglielo a spiegare, a quelli che pensano che correre sia da scemi, cosa ha significato per Giovanni saperlo fare. O la corsa, o la vita.