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Lun, Ott

Se hai le ali non ti prendono mai

Se hai le ali non ti prendono mai

Fine corsa mai

Storia meravigliosa di Gigi 'Er Falena', che ha messo le sue gambe incrollabili tra la ferocia di una periferia precaria e la dannazione di una tara genetica. Senza perdersi un passo, senza togliersi un sogno

Se è vero che a questo mondo nessuno è indispensabile, alcune persone ci vanno assai vicino. E se è vero che i necessari sono generalmente silenziosi, Luigi (Gigi) De Filippis non fa eccezione. Quando entra in classe i ragazzi lasciano che dica ciò che deve senza fare i consueti casini dei quali si sentono legittimi esecutori per la maggior parte del tempo scolastico, perché evidentemente certe silenziosità mischiano. O forse si tratta solo di rispetto, guadagnato con la semplice presenza: solida, confortante, mai giudicante. Gigi li ascolta, li aiuta se hanno qualche problema fisico che necessiti di un intervento competente, ma anche ove si tratti di questioni personali, che magari non si sentono di confidare ad altri. Se un ragazzo si chiude in un bagno, se un altro dà fuori di testa, se una ragazza sviene, se un’altra ha un attacco di panico e in tutte le mille situazioni normali di una scuola che più tanto normale non è, Gigi c’è. Parla sottovoce: convince, allevia, sorride e fa sorridere. Dunque i ragazzi amano Gigi. E siccome si esprimono nelle modalità che gli appartengono, ci hanno tenuto a chiarirlo nero su bianco (pennarello su muro, precisamente) sulle pareti dell’Istituto Superiore dove Gigi lavora, il “Pacinotti-Archimede” di Roma, dove anche io insegno. “Gigi uno di noi”. Un prof? Magari. In tal caso forse poco di quanto premesso avrebbe avuto senso, purtroppo. Gigi è il “collaboratore scolastico” al piano, un ATA (Ausiliari, Tecnici e Amministrativi), ovvero quello che in epoche lontane anni-luce dalle ipocrisie verbali del presente, incapace ad accettare nulla che dica la verità senza girarci attorno fino a stremarla, si sarebbe definito “bidello”, con buona pace del politicamente corretto. E difatti a Gigi di come possa essere definito non può fregare di meno, persona di sostanza qual è.


Premesso che nessun Luigi a Roma resta impunemente tale, e che dunque Gigi (anzi Giggi) gli tocca, il suo soprannome d’arte, ovvero di runner noto e stimato nel suo quartiere metropolitano di Casal Monastero (periferia nord-est di Roma, luogo caratterizzato, come si direbbe oggi per non essere troppo espliciti, da “standard di vivibilità non eccelsi”) è “Er falena”. Per la sua abitudine ad allenarsi al buio, negli unici orari in cui il lavoro e gli impegni familiari glielo concedono.
La famiglia, appunto. Mi accorgo solo alla fine dell’intervista che tutto, in realtà, è ruotato attorno ad essa. Una storia di geni e di amore, di malattie e di velocità. Quando si eredita, si eredita. Tutto. Comprese le cambiali che i nostri avi non hanno mai saputo di aver firmato, e che una catena bara ci costringe a consegnare intatte ai nostri figli. Che vorremmo diseredare, se solo potessimo.
“Io oggi corro sulle lunghe distanze, ma non sono un fondista. Il mio corpo è diverso, Fatico. Spendo. Non è nelle mie fibre, che sono bianche, esplosive. Nasco velocista, perché tutti, nella mia famiglia, lo sono stati e lo sono. Le mie due figlie, Chiara e Francesca, sono come me. Chiara, che oggi ha 25 anni, ha anche gareggiato, con alcuni buoni risultati. E siccome quando la accompagnavo mi portavo Francesca, la piccola, anche lei cominciò ad allenarsi, senza troppo impegno, In breve si rivelò… ‘nata per’. Salvo poi scegliere altre strade, che però sempre con l’atletismo hanno a che fare, visto che fa K-pop, un’incredibile disciplina di danza di ispirazione coreana nella quale eccelle, al punto di essere diventata un riferimento nel giro, tenendo anche un suo canale youtube piuttosto seguito”.
Lo dicevo, è difficile parlare con Luigi se non allargando alle storie parallele dei suoi cari. Perché li sente parte integrante di sé, come si pensasse solo un anello tra un prima e un dopo cromosomici e affettivi che vanno a saldarsi un unicum atemporale. In tutti i casi, che il protagonista aggiunto della sua narrazione sia il papà o la figlia, lo abbraccia con un orgoglio che gli illumina gli occhi, che già per i fatti loro di ulteriore luce non sembrerebbero capaci, chiari e tersi come sono. Solo alla fine della nostra chiacchierata capirò fino in fondo la matrice profonda di questo tenero centralismo familistico.
“Sono nato per correre veloce. Per fuggire, forse. Perché nel mio caso ‘correre via da’, come dici, ha un significato molto poco metaforico. Nel senso che io ho cominciato a correre (veloce) da bambino, per sfuggire alle continue prese in giro dei tipici bulli. Quelli dell’epoca, intendo, e nello specifico quelli del mio quartiere d’origine, cioè la ben nota Garbatella. Posto bellissimo, sì, e oggi anche famoso. Ma non era una storia facile, nei primi anni ’70, essere un bambino basso e magrolino in un contesto di strada feroce. Per cui mi resi presto conto che l’unica mia caratteristica che sospendeva il disprezzo aggressivo dei grossi era la velocità. Facevamo delle gare improvvisate, ma molto sentite, calzando inguardabili Mecap su marciapiedi sterrati. E io vincevo. Un giorno battei uno che millantava a sua volta di aver battuto un giocatore della Roma famoso per la sua velocità… Cose così ti cambiano la vita, da impossibile a sopportabile. Per cui devo tanto, alla corsa. Ma sarei rimasto a misurarmi sui marciapiedi se, come spesso avviene, non fossi stato notato, in una situazione che davvero ha del romanzesco, da uno che di corsa ci capiva. Anno 1978: primo superiore in un Istituto per il Turismo che all’epoca stava in Piazza Esedra, dove oggi c’è un albergo di lusso. Papà lavorava negli hotel di Via Veneto e siccome parevo portato per le lingue, mi iscrisse in quella scuola. Durissima, anche discriminante. All’epoca i mezzi di trasporto erano approssimativi, per cui arrivavo sempre all’ultimo secondo, il giorno di cui parlo in particolare. Non c’era tolleranza sui ritardi, anzi, si cacciavano ragazzi che avevano fatto chilometri, pur sapendo che l’autobus per tornare a casa sarebbe ripassato solo dopo ore. Inaccettabile. Certe ingiustizie mi hanno sempre fatto male. Quel giorno, allora, arrivai in vista del cancello mentre stava per chiudersi, per cui diedi uno scatto di quelli che non troppi anni prima mi avevano salvato la pelle. Assieme a me scattò un professore. Insegnava educazione fisica. Io entrai. Lui dovette suonare. Una volta dentro mi venne a cercare. “No, la prego, professore”, dissi, “lo so che mi ha visto ed ero in ritardo, ma per favore, non mi segnali per questo…”. E invece lui aveva tutte le intenzioni, di segnalarmi, ma per farmi partecipare ai Giochi della Gioventù. Da lì iniziai la mia (breve) carriera agonistica. Accedemmo alle fasi provinciali. Iniziai ad allenarmi. A scuola studiavo poco, ma soprattutto rompevo molto. Ero un attivista, sempre in prima fila in tutte le proteste volte a cambiare il mondo... Erano quegli anni, e quella era una scuola molto retriva. Mi bocciarono. E poi, l’anno dopo di nuovo. Lasciai. Mi sarei diplomato solo molti anni dopo, frequentando da adulto quattro anni di scuola serale, ma almeno in un Tecnico Industriale, scuola che ho sempre preferito per l’informatica, altra mia grande passione”.
Eppure mentre lo intervisto vedo che ha davanti un libro di matematica.
“No. In matematica l’unico numero da me conosciuto è sempre stato l’uno. Un giorno tornando a casa da scuola andai da mamma per comunicarle il voto del compito. Ho preso tre, le dissi, approfittando del fatto che sembrava assopita. Ancora me lo ricordo…Fu fulminea: ‘Hai copiato, stronzo’. Ci aveva preso, ovviamente”.
“Ma perché la carriera di velocista si concluse presto?”
“All’ultima fase delle provinciali era presente anche papà. Sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Non gli piaceva che facessi atletica, mi voleva calciatore, per completare a migliori livelli una carriera che lui aveva troncato. Ma io non ero uno che cedesse e poi del calcio odiavo la slealtà fisiologica, la possibilità, anzi la necessità, di fermare per la maglia uno che corre più veloce di te. Per cui la sua presenza significava molto, per me. Come significò, senza che lo sapessi, quella di un osservatore, chiamato dal prof (sempre quello del cancello), che voleva darmi la possibilità di entrare in una società competitiva. Questi era l’allenatore della nascente Società Bancari, che aveva bisogno di talenti per tentare il salto agonistico. Inutile dire che in quella gara corsi uno schifo. Battuto da tre che non mi avevano mai infastidito. Ero rigido. Solo questo ricordo. Forse, ma dico forse, era solo l’inizio di quella che sarebbe stata poi la mia piccola croce, e se dico piccola e perché conosco il peso di quella che viceversa non porto. Osteocondrosi, la mia. Diagnosticata solo tale per anni, ma successivamente, grazie ad un grande dell’ortopedia, il Dott. Maugliani, riconosciuta nella sua gravità e con la scoperta ulteriore di una schisi, ovvero la non chiusura di una vertebra che da decenni mi procura dolori e blocchi che tuttavia gestisco con la saggezza che deriva dalla conoscenza. E dalla coscienza che sempre di un male minore si tratta”.
“E quindi non se ne fece niente?”
“Tutt’altro. L’allenatore, che io imbarazzato e incompetente chiamavo ’Mister’, mi disse che mi voleva lo stesso, che del quarto posto se ne fregava. Io gli chiesi due settimane. Non le ebbi: dopo sette giorni mi disse che potevo, volendo, partecipare a una staffetta il cui risultato avrebbe determinato una grossa chance per la sua società. Per senso del dovere ci andai. Mi prestarono le scarpe. Erano, ovviamente, chiodate. Mai viste. Arrivammo secondi. Sul podio un velocista molto forte dell’epoca, Marco Oliva, che per 60 metri avevo affiancato, si girò verso di me e disse: “Ma tu, da dove cazzo sei uscito?”.
“E allora? Sembravano esserci tutte le premesse…”
“Ma c’era anche dell’altro. Mio padre stava ormai combattendo da anni contro un male degenerativo dalla diagnosi poco chiara che gli aveva distrutto i reni. Consumato dalla dialisi si spense a quarantacinque anni (io ne avevo diciotto). Tanti, rispetto alla media dei suoi fratelli, di suo padre e della figlia di suo fratello. Troppi morti giovani, troppo misteriose e vaghe le cause. Emorragie, problemi renali, affaticamenti, degenerazione di qualcosa, sempre. E sempre con esiti tragici. Non sapendo esattamente di che si trattasse, noi familiari venivamo costantemente studiati, rivoltati, soggetti ad esami più o meno invasivi. Era pesantissimo. Devo a questo la mia attuale fobia per le analisi e i prelievi. I medici non ne venivano a capo. Insomma, in famiglia si continuava ad ammalarsi e a morire senza che nessuno trovasse il filo che unisse tutto. Io cominciai a studiare la questione, mentre ovviamente lavoravo, facendo di tutto, per assolvere alle intuibili necessità di una famiglia non benestante della quale mi trovavo ad essere il poco pronto capofamiglia. Tutti escludevano una qualche ereditarietà, al limite parlavano di predisposizione. Quando si ammalò gravemente anche mia sorella, ricoverata al S.Camillo con la diagnosi di un totale azzeramento delle piastrine, e dunque conseguente alto rischio di emorragie diffuse, contattai un team di ricercatori del Policlinico Gemelli che anche grazie alle nuove microscopie elettroniche diagnosticarono con certezza quella che già secondo le mie ipotesi da ricercatore dilettante (ma disperato) poteva essere la sindrome di Alport, male bastardo che aggredisce il corpo secondo modalità varie, tutte però riconducibili a quelle che avevamo tragicamente vissuto in famiglia. Ma nel frattempo io avevo già avuto le mie figlie. Fu orrore. Pianti, paura, altri prelievi. Fortunatamente la malattia poteva risparmiare qualcuno. Era toccato a me, all’altra mia sorella, alle mie figlie, a un cugino”.
“Oggi, la corsa…” Tento di tornare al pezzo, ma mi pare abbia detto già tutto, e soprattutto sono io che non so più cosa dire.
“Oggi corro. Prevalentemente solo. Senza musica. Concentrato su quel che sento. Ogni tanto con mia moglie, che negli anni ho convinto a provarci e che poi, quando ci sono riuscito, in tempi record è diventata competitiva… Con lei condivido il ricordo delle corse più belle, come quelle sulla Promenade di Nizza. Dove tuttavia correre non è più lo stesso, dopo l’attentato. Un’altra aria, per forza. I peluche sulla strada... Ci siamo tornati per affermare che la nostra corsa non l’avrebbero fermata, i bastardi. Ma non è più la stessa cosa. Oggi la corsa ha anche a che fare con il mio quartiere, e la mia Società, della quale sono stato uno dei promotori, quattro anni fa. Ne curo ancora il sito, anche se mi sono dimesso da consigliere. Ormai l’’Atletico Casal Monastero’ va con le sue gambe ed è anche cresciuta, diventando competitiva. Il nostro obiettivo è quello di riuscire a coinvolgere i tanti, troppi ragazzi del quartiere che non avendo alternative vivono parcheggiati nei locali di scommesse sportive e slot machine, bevendo, drogandosi e picchiandosi. Io intanto ho perso un minuto a chilometro. E’ accaduto di botto, dopo una crisi depressiva determinata da una alterazione nella captazione della serotonina, che finalmente oggi curo con farmaci azzeccati da un altro bravo medico che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia fin troppo assidua frequentazione della categoria.”
Che paradosso. Sta aumentando il tuo tempo, Falena, goditi questa lentezza. Tu che hai pensato il tempo dovesse diminuire e fatalmente fermarsi, prima del tempo. Forse è questo il doloroso mistero della velocità impaziente dei vostri geni talentuosi e sfortunati, rapidi per necessità. Come una vita breve ma densa, come il breve sogno di luce che acceca l’illusione di una farfalla diversa.