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Domenica, 21 Gennaio 2018
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Donne che corrono con i cani

Fine corsa mai
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Si racconta Alessandra, riemersa dal buio di un incidente atroce ingoiando le lacrime, spillando una spina del suo pub e correndo nel Parco delle Sabine con due cani per compagni

Una rossa strong che con perizia spilli una rossa strong probabilmente compie un gesto magico che chiude qualche cerchio esoterico di conciliazione cosmica che a sua volta va a ripercuotersi sugli astanti, facendoli sentire giusti e al posto giusto. Come si suol dire, “in armonia”. E’ quello che accade quando al timone della sua nave (un Titanic che in barba alla scaramanzia non ha alcuna intenzione di naufragare, ed anzi procede indomito da ormai ventisei anni, scansando iceberg che hanno affondato ben più titolate imprese) c’è Alessandra D’Arpino. Con suo marito Umberto instancabile ed appassionata titolare di un pub romano di periferia, dove la birra diventa davvero solo una scusa per godere dell’incantesimo di un luogo nel quale gli sconosciuti diventano amici e quello che non va resta fuori, perché Alessandra (e la sua squadra di giovanissimi e competenti collaboratori) fa buona guardia, ferma e positiva per natura e per necessità.
Ale appartiene a quella fortunata razza di magri naturali: sottile, lunga, leggera, elastica, rapida. Quando la guardi, tutte queste qualità paiono evidenti e non ti chiedi (così è accaduto a me) se un tipo del genere abbia mai fatto sport agonistico, ma solo che tipo di sport possa aver praticato.
Danza classica, da piccolina. Ma a casa lo sport si respirava. Papà, che era del ’23, aveva praticato ginnastica artistica ad ottimi livelli, nel suo paese d’origine, Velletri, assieme a un grande del calibro di Gianluigi Ulisse (uno dei più titolati tecnici nazionali di ginnastica artistica e presidente della “Ginnastica romana” negli anni ’50-‘60, quando fu anche allenatore di Franco Menichelli, oro olimpico nel corpo libero a Tokyo 1964, che Ulisse stesso, primo al mondo, decise di far gareggiare indossando i pantaloncini corti al posto di quelli lunghi di colore bianco, n.d.a.). Prima di venire sfollato a Roma per la guerra. Mamma invece, a Roma, giocava a tennis…con Sergio Tacchini! Storie e nomi di altri tempi.
Perché lasciasti danza?
Mamma si ammalò di tumore. All’epoca, come prassi postoperatoria esisteva solo la cobaltoterapia. Bestiale. Per i restanti anni delle elementari, io e mio fratello dopo la scuola trascorrevamo le nostre giornate nella clinica dove lei doveva curarsi. Eravamo di casa, facevamo i compiti, tutto. Per cui niente più danza. Riattaccai con lo sport in prima media, quando mamma guarì. Stavolta lo feci seguendo le orme paterne, anche perché caso volle che presso la palestra dove andai a iscrivermi incontrammo proprio il famoso Ulisse, che ovviamente mi prese sotto la sua tutela, conoscendo papà. Un personaggio straordinario. La mia passione era la ginnastica acrobatica. Penso che poche attività mi abbiano rinforzato quanto le parallele. Solo che a 12 anni ero già alta 1.70. Troppo, per quella disciplina.
Quando e come compare la corsa?
Per caso, come per tanti, grazie alla prof di ginnastica che in terza media mi scelse per i Giochi della Gioventù nella velocità. Iniziai a vincere, e fase su fase cominciai ad averne soddisfazione. Papà, sempre propenso ad assecondarmi (i miei erano persone eccezionali, non c’è attimo che non mi manchino), mi iscrisse allo Stadio dei Marmi. Allenamenti costanti, continui. Esisteva solo quello. Nel frattempo avevo iniziato le Magistrali, perché volevo seguire le orme di mamma, che è stata una (amatissima) maestra dai 19 ai 72 anni… Ancora adesso vedo suoi vecchi alunni con i quali sono rimasta in contatto. Era un’istituzione. Per lei i libri erano importanti. Dunque frequentavo scuola e avevo il permesso di consumare una specie di pranzo a sacco alle 11.30 per potermi allenare. Nel mitico stadio alle Terme di Caracalla…Ci sono luoghi dove correre ha un altro sapore. Cominciai a vincere qualche gara più importante. Il mio allenatore mi propose per le selezioni olimpiche. Avevo 17 anni.
Sento l’incombere di un ma. Di quelli che aprono, eternamente, al rimpianto di un solo, ma martellante, se.
Ma… il 31 dicembre 1983, dopo mie ripetute e testarde insistenze, i miei acconsentirono a lasciarmi trascorrere la sera di S. Silvestro fuori di casa. Erano un po’ all’antica, per cui l’idea che io passassi una notte o quasi a una festa in casa di sconosciuti, peraltro con quello che all’epoca era il mio ragazzo, di certo non gli garbava. Ma ci riuscii. Ero felice. Solo che da brava Cenerentola appena ritardataria, avevo promesso che alle tre sarei rientrata, per cui quando in fretta e con un po’ di ansia scappammo dal veglione per tenere fede all’impegno preso con i miei, accadde che il mio ragazzo non si fermò a uno stop. Ci travolsero. Dal mio lato la macchina si accartocciò, con me dentro. Rotolammo in un fossato. Persi conoscenza. Non ricordo bene. Mi tirarono fuori e poi ero al Pronto Soccorso del S. Eugenio. Avevo la gamba destra squarciata, non so trovare un altro termine. Il ginocchio, la coscia. Più ematomi diffusi ovunque.  Schiacciamento delle vertebre lombari e cervicali. Ma il taglio, procurato dalla carrozzeria e dai vetri, era impressionante e aveva reciso tutto: carne, muscoli, tendini. Per cui al S. Eugenio mi ricucirono. Peccato che fossero ubriachi. E che non si ricordassero di un dettaglio quale l’anestesia. Di quei momenti invece ricordo tutto. Le loro risate. Il fruscio disgustoso prodotto dall’ago nella mia carne. Il dolore. Quando mi dissero vai, provai a camminare e iniziai a sanguinare, tanto. Allora si accorsero che dentro la ferita c’erano dei vetri. Mi riaprirono e ricucirono. Quando una coppia di amici mi portò in braccio a casa, erano le sette. Mamma stava piangendo da ore. Non esistevano cellulari. Aveva pensato il peggio. I miei mi misero a letto, mi curarono, mi coccolarono e la prima uscita di casa la fecero per andare in chiesa. Erano molto credenti e pensarono solo di ringraziare Dio del fatto che fossi viva. Non di denunciare, non era epoca. Non li sfiorò mai l’idea. Né a me. Volevo dimenticare e basta, ma non era possibile superare un bel niente, perché per tre mesi non fui in grado di alzarmi dal letto. Quando lo feci ero zoppa. E intanto, comunque, avendo perso l’anno a scuola, mi iscrissi ad un istituto privato per diplomarmi, recuperando due anni in uno. Fu lì che conobbi Umberto. E meno male. Cominciammo scherzando. Ci saremmo sposati, ovviamente in chiesa (i miei non avrebbero concepito altra soluzione) 8 anni dopo.
E in mezzo?
In mezzo la decisione di dimenticare ciò che era stato e anche ciò che avrebbe potuto essere. Chiesi a Umberto di aiutarmi a preparare un bel pacco di tutto quello che non avrei più potuto sentire mio senza ricavarne solo disperazione. Ci misi dentro scarpini, tute, medaglie, trofei e foto. Tutte, le foto. E provai a ricominciare. Iniziò il calvario della riabilitazione, che necessariamente doveva partire da una operazione totalmente ricostruttiva della gamba, perché dai raggi si era visto chiaramente che quei bastardi avevano compiuto un orrore, cucendo tutto insieme… Un groviglio di tendini, muscoli e carne illogicamente saldati.
Quando e come tornasti a correre?
Piano piano. A Villa Ada. Sempre da sola.
E il pub, quando arriva?
E’ il nostro…primo figlio. D’estate io andavo con mamma a Rimini e Umberto ci raggiungeva; vedevamo questi pub, che alla fine degli ’80 erano una moda irresistibile. Volevamo fare qualcosa insieme e questa idea cominciò a sedurci, ci pareva alla nostra portata. Ma eravamo totalmente a digiuno del settore. Lui aveva sempre fatto di tutto, talento eclettico quale è, dal muratore al cameriere, per aiutare la sua famiglia. Io nel frattempo avevo persino ritentato una piccola capatina nel sogno dello sport, sia pure per un’altra strada, ovvero quella dell’ISEF, lasciandomi convincere da un’amica a tentare i test di ingresso. Avevo presentato un certificato per spiegare che la mia gamba non era frutto di malattie o disabilità congenite, bensì di….sfiga. E incredibilmente, senza alcun allenamento, riuscii a passare tutti i test fisici, con successo. Per poi cadere sul tema di italiano… Così mi iscrissi a filosofia con indirizzo pedagogico, che avrei poi lasciato a metà esami una volta scelto di seguire la rotta del mio Titanic. Che invece fu una scommessa vinta da subito. Ci eravamo dati sei mesi di prova. Dopo due, c’era una fila di pischelli che arrivava a Conca d’Oro… Facevamo tutto da soli.
E per correre non c’era più tempo.
Invece no. Avemmo due bambine in due anni e poi iniziò un periodo molto difficile. Aprimmo un altro locale, del quale si occupava Umberto. Crescere le figlie era una questione complicata. Me le tenevo al pub, non volevo lasciarle a nessuno. Motivo per cui oggi, che ha 21 anni, la piccola sta ben lontana da spine e fusti… Betta no, lei è stata più conciliante col nostro passato. Oggi ci dà anche una mano al locale. Di certo dovevo essere una madre anomala. Perché siccome l’unico momento per correre era nel pomeriggio, ne approfittavo uscendo con il cane agganciato in vita. A seguire, sudata e ovviamente in poco eleganti tuta e scarpini, andavo a prendere le bambine da scuola. La piccola si vergognava. Me lo disse anche.
Bella, questa storia del correre coi cani. Pare più facile ballare coi lupi. In genere i runner corrono via, dai cani.
Io invece corro solo con loro. Ne ho due. Sono l’unica compagnia da corsa che amo. E’ una corsa diversa. Loro vanno avanti e se la distanza aumenta mi aspettano. A volte lo faccio anch’io se si attardano con qualche odore irresistibile. Corro al Parco delle Sabine, dove questo tipo di dinamica è possibile. E’ piacevole. E non mi distrae dal tempo”pieno” della corsa, quello mentale, che mi permette di continuare a lavorare, pensando alle tante cose che devo organizzare o cucinare per il locale. E dire che non sapevo nemmeno accendere un microonde. Mia madre era una cuoca eccellente. Io niente. Poi, come sempre nella mia vita, quando ho deciso di impegnarmi per riuscire a fare nel migliore dei modi anche quello, ho imparato. Guardando quelli bravi, e studiando da internet. Oggi ricevo molti complimenti. Perfezionista? Non posso negarlo. Mi piace fare le cose bene. Avere il controllo. Ecco perché non posso capire come possa essere accaduto che io l’abbia perso. Come abbia potuto… perdere me.
Racconta, se vuoi.
Mi fa male. L’amore sconfinato, e la gratitudine nei confronti dei miei genitori mi hanno spinta a farli venire a vivere con me, una volta iniziati i malanni dell’età. Mamma è morta nel gennaio 2016. E io, incredibilmente, ho tenuto botta. Forse perché avevo ancora papà. Poi… l’incomprensibile. Il 30 ottobre 2016, lo ricorderai, anche a Roma arrivò fortissima l’onda sismica del terremoto che ha distrutto Amatrice. Era domenica mattina. Non posso nemmeno dire che io l’abbia sentito troppo: ero nel seminterrato. Eppure provai una sensazione come di vuoto assoluto. Terrore. Puro. Corsi sopra, da papà. Che però era tranquillo. Guardai fuori convinta di avere riscontro di ciò che la mia mente stava elaborando. Niente di che. Da quel momento niente fu come prima, per me. Cominciai ad avere paura di tutto. Non potevo nemmeno più prendere la macchina. Io, così forte, così sicura, combattiva, resa inerme, inabile, da qualcosa che non capivo. Attacchi di panico. La trasposizione reale, dolorosa, di un modo di dire: “Sentirsi mancare il terreno da sotto i piedi”. L’avevo provato una volta ed ero ormai certa che non avrei mai più potuto sentirmi salda. Furono mesi terribili. Ovviamente sospesi anche le mie sgambate. Poi papà si aggravò e nel maggio scorso è morto. Era il 7. Io sono tornata a casa dal funerale, ho messo le scarpe e ho ricominciato a correre. Non ho più saltato un giorno.
Alla salute, Ale.