Se correre diventa musica

Fine corsa mai
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Poesia, sudore, passione e accordi di Pino Mucavero da Palagiano: bassista, compositore (dei Folkasud), artista del legno e runner oltre la fatica a tempo perso e pieno. La corsa racconta storie, ed anzi le inventa

Conosco un uomo che quando corre scrive, ed ogni falcata segna sul percorso parole che diventano racconti o romanzi, dipende, e quando la corsa finisce, trasferire sul foglio ciò che i piedi hanno tracciato sul nastro della strada è un dettaglio. La corsa racconta le storie, ed anzi le inventa. Cercavo qualcuno che facesse qualcosa di analogo con la musica. L’ho trovato in Pino Mucavero, da Palagiano. Cantante, bassista e compositore dei Folkasud, gruppo che definire folk non chiarisce, nella sua inesauribile trasversalità capace di accogliere, mescolare e fare proprio ogni possibile pensiero musicale che si presti a diventare piacere di ascolto. In Pino si percepisce forte che la voglia gioiosa di suonare, e il suo modo di farlo, hanno molto a che fare con la corsa. Con il suo modo di intendere la corsa, e come sempre, la vita. Sarà dunque impossibile parlare di una cosa escludendo l’altra: e perché poi? La corsa e la musica non sono che due facce dello stesso bisogno:  movimento. Che se trova ordine diventa necessità, restituendo armonia e senso.
Io ho sempre suonato, e scritto canzoni. Ma non ho sempre corso. Nasco chitarrista, come mio fratello minore Lorenzo, che ha un talento eccezionale, pari alla sua anarchia. Suonavamo in continuazione e presto formammo dei gruppi con amici che in seguito avrebbero continuato a intrecciare le loro storie alle nostre. Il nostro paese, e anche i vicini Mottola e Castellaneta, pure coi loro limiti, oggettivamente hanno visto nascere e crescere molti ottimi musicisti, ed era fisiologico che collaborassimo, come ancora facciamo. Penso ad artisti giustamente riconosciuti a livello nazionale quali i Nitrophoska, che hanno collaborato a quattro pezzi del nostro secondo disco, o ai SFK, che di recente mi hanno onorato riprendendo un mio vecchio pezzo, “Molte volte”, in maniera più che rispettosa, geniali come sempre. Cominciammo insieme a un altro amico, che di strada poi ne avrebbe fatta, Graziano Galatone (una carriera di attore e cantante partita col “Gobbo di Notre Dame” di Cocciante e ancora in crescita sulla scena internazionale n.d.a.). Quanto suonavamo: ore e ore ininterrottamente! Prove su prove. Da noi spesso la musica si lega alla terra. Tutto si lega alla terra. Per cui ricordo che andavamo nella campagna del tastierista, Tonio, il quale però prima doveva arare, e mentre lui sistemava la terra noi intanto cominciavamo a provare. Poi si mangiava, si beveva e di nuovo a suonare. Francamente quando ascolto i nostri primi pezzi (i nomi dei gruppi, i generi e gli organici sono stati diversi: ma con alcune costanti) sono stupito dal livello di quello che riuscivamo a fare, E’ chiaro che si partiva dai capisaldi dei generi base: rock, soprattutto. Solo in seguito il gusto ha spaziato, aprendosi praticamente a quasi tutti le possibilità. Il folk stesso, ad esempio, è arrivato tardi. Dovevamo prima metabolizzare tutto il resto.
E infatti le tue strade sono contornate da muri a secco, sono tratturi o piste che accarezzano ulivi e agrumi, sono “Terra nostra”, per dirla col titolo di uno dei vostri pezzi. Ma anche percorsi che magicamente conducono altrove: Sudamerica, Medioriente, Irlanda, Balcani.
Sì, perché le radici prima di scoprirle proprie tocca allontanarsi, conoscere tutto quello che c’è intorno. E una chitarra è una chiave. Intanto però non ho detto che dalla chitarra passai al basso quando il nostro bassista si trasferì. E, lo stesso, iniziai a cantare quando si trattò di sostituire il cantante. Se ci penso pare che le cose che poi sono diventate definitive, nella mia vita, sono spesso nate per caso, per la necessità di supplire a qualche mancanza. Le strade cui fai riferimento sono in effetti tutte presenti nel sound attuale del mio gruppo. I Folkasud mescolano, e quando sembra che si dedichino a fare cover finisce sempre che fanno altro.  Come dicevo al folk io arrivai tardi, per tramite del mio fisarmonicista. Per un bassista non è cosa facile. Anche il passaggio per il blues, del resto, era stato frutto di un incontro. Nel 1992, sulla nave, marinaio imbarcato per la missione “Restore Hope” in Somalia, ovviamente mi ero portato lo strumento. Conobbi un siciliano appassionato di blues: mi iniziò lui, in quel contesto folle. A terra, ci raggiungevano i bambini delle più sperdute tribù e cantavamo insieme. Non si può scordare una cosa così. Col folk, dopo il funky, e il rock anche duro fu tutt’altra storia. Mi resettai, in effetti. Ma io sono testardo e se devo o voglio fare qualcosa lo so che alla fine ci riuscirò. E’ successo tante volte. Nella musica, nel lavoro, nella corsa. L’incoscienza aiuta: ho imparato a suonare il contrabbasso pensando che fosse più o meno la stessa cosa del basso… E così con l’ukulele. La tromba è stato proprio il primo amore, mentre il piano lo strimpello. Il fatto è che per me tutte le volte che produco un suono va bene. Suona? E’ a posto. Sono autodidatta, imparo guardando e ascoltando. Ho 700 CD e 300 dischi. Quando gente che ha studiato suona con noi, non ci crede. Ma la verità è che la forza la trovo nel gruppo, anche.
Questo perché chi fa parte di un gruppo difficilmente si pensa singolo. Tu “corri” da solo?
Io sono una cosa sola con i miei compagni storici Paolo Gesualdo (batterista), Rino Antonacci (fisarmonicista) e Raffaele Di Gioia (chitarrista). Anche oggi, per questa intervista, ho avuto qualche problema a parlare da solo… Perché credo moltissimo nella collaborazione, sempre. Quella sincera, senza invidie, senza secondi fini. Dobbiamo stare bene, divertirci; anche il movente economico può essere un problema, per la musica. Noi abbiamo tutti un lavoro, non stiamo soggetti a nessuno. Non dobbiamo campare di musica, dobbiamo godere e far godere, di musica. Questo può fare la differenza. Non è così per tutti, non lo è per alcuni gruppi, anche di zona, che hanno avuto la fortuna, oltre all’indiscusso merito, di acquisire notorietà internazionale ma che secondo me si sono un po’….fermati. E questo ad esempio non è nelle nostre corde. Fermarsi, intendo. Rifare lo stesso giro. Io non corro da solo mai, nella vita e in musica. Come podista viceversa attualmente sono costretto a farlo. Ma in entrambi gli ambiti non amo rifare sempre lo stesso percorso, anche quando ho tempi e modi che devo per forza gestire da solo.

I tempi, appunto. Come concili quelli delle tue amate attività? E come concili i tempi delle tue passioni con quelli sicuramente più pressanti del lavoro e della famiglia?
Il mio lavoro e la mia famiglia sono passioni anche quelle, fortissime. Trovo sempre il tempo per tutto. La mattina preparo e accompagno i bambini, poi lavoro e dopo mi alleno. Io costruisco mobili su misura. Anche lì, ho imparato da ragazzino stando ore fuori dalla bottega del falegname del paese, Mest’ Rocchette, ad osservare affascinato le sue mani e quelle creazioni che nascevano dal niente. Volevo riuscirci anch’io. Mi ci applicai, facendo una giusta gavetta come apprendista e dipendente. Quando un giorno un lavorante bravo si infortunò, il titolare mi disse: “Ora questa cucina la farai tu”. Non ero pronto, non lo avevo mai fatto. Tanto anche il legno è un materiale sonoro, a pensarci. Ci misi una settimana soltanto. Non mi fermai più. O meglio, non proprio: nel 2003, anno di merda (perdonami ma fu proprio un anno di merda, e i palagianesi sanno di che parlo, visto che il nostro paese fu devastato da un’ alluvione) anch’io ebbi un incidente sul lavoro. Mi tranciai tre dita della mano sinistra. Anulare e medio recuperabili. L’indice staccato, inerte. Me lo ricucirono, mi riempirono di ferri, ma rimase come lo vedi (è più corto e rigido n.d.a.). Avevo un solo pensiero: riuscire a riprendere a suonare. Per un bassista un danno del genere è devastante. Provai a invertire le corde. Niente da fare. Provai col piano. Peggio, il dito era proprio necessario. Non mi rassegnai. Aumentai l’impegno, semplicemente. Ci misi un anno e mezzo, ma alla fine riuscii a trovare il modo di suonare come prima. Con questo dito. Nel frattempo mi comprai un tornio, mi mettevo una busta sul braccio, e con lo scalpello facevo  delle ciotole…
E la corsa?
Ci avevo provato ma mi annoiavo. E poi avevo la moto, che prendeva tutto il mio tempo. Giravo molto, anche in Europa. Con mia moglie l’avremmo fatto fino all’arrivo della prima figlia. In quell’occasione, proprio pochi giorni prima che nascesse, quasi in una strana forma di rito propiziatorio accettai la proposta di mio cognato di andare in bicicletta a Medjugorje. Senza nessun tipo di allenamento. Che avventura. Ce la prendemmo comoda: da Dubrovnik, 135 km in 12 ore. Forammo. La gente ci offriva acqua, frutta, sostegno… Al ritorno continuai a prendere la bici. Per la gioia di mio padre, ex buon ciclista, oltre che lottatore greco-romano e marciatore, che in realtà ad avviarmi all’agonismo ci aveva pure provato, peraltro riuscendoci, quando ero ragazzino. Ma mi ero stancato. E invece era arrivato il momento. Come di lì a poco sarebbe accaduto con la corsa. Cominciai per tenermi in forma: 4 km, poi 8, poi il tabu dei 10. In occasione di una suggestiva corsa notturna in pineta, organizzata dalla società podistica del mio paese, il presidente Jacobino (che non smetterò mai di ringraziare) mi convinse ad iscrivermi. Avevo 40 anni. Una figlia appena nata, due dischi all’attivo. Era il momento di aggiungere uno stimolo nuovo. Cominciai a trovarlo nell’allenamento alle mezze e soprattutto in quello magico per gli sterrati  incantati del mottolese, dove con il mio amico Vito su salite improponibili cominciammo a preparare il Trail delle Cinque Querce di Gravina. Ventotto Km di agonia. Quattro ore di inferno. Quando arrivai al traguardo giurai di non rifarlo mai più. Non avrei mantenuto la promessa: il successivo lo avrei chiuso con mezz’ora in meno. Nel frattempo  aveva cominciato a tentarmi l’idea della Maratona di Firenze. Ero molto in dubbio, ma mi iscrissi: era aprile dell’anno scorso; pagai treno e albergo in anticipo per obbligarmi ad andarci. Ma a quel punto si trattava di allenarsi seriamente. L’estate mi aiutò con le sue giornate lunghissime. E Vincenzo Pugliese, altro amico podista, molto tecnico, ideò per me una scheda apposita per prepararmi al meglio. La seguii con la determinazione che mi riconosco: 1100 km in 2 mesi e mezzo. Il 26 novembre a Firenze pioveva e c’erano 6 gradi. Andai in ipotermia. Non ricordo quasi altro che il freddo, dei primi 35 Km. Poi mi vedo su Ponte Vecchio che incito gli altri e su Ponte Nuovo fuggito dal gruppo per fare un giro di ballo con un’ ensemble fortissima di percussionisti di strada. Dopo, iniziai a correre. Quando chiusi non me ne accorsi: guardai l’orologio, lessi 3 ore e 26 e solo allora mi accasciai. Ma ebbi la lucidità di formulare un pensiero che da quel momento sarebbe diventato ossessivo per oltre un mese: e adesso? E ora? Mi prese un senso di vuoto stranissimo. Conoscevo un solo modo per riempirlo, ovviamente la musica. E in quella mi rifugiai, tornando a riempirmi di suoni, di senso e nuove voglie. Correre giova alla mia resa sul palco e all’ ispirazione. Suonare sana ciò che non è competenza della corsa. Adesso ho impostato il mio tempo su un nuovo traguardo: Rimini Marathon, 29 aprile. E poi, se va bene, mi regalerò Berlino per il mio quarantaquattresimo compleanno, a settembre.
Da quello che racconti emerge sempre una certa attenzione per le persone. Del resto l’affetto, verrebbe da dire, che come musicisti sembrate provare per chi vi ascolta, permea fortemente la gioiosa comunicatività del vostro sound. E la poesia gentile dei testi. Tu sei così, si vede. E sono sulla stessa linea molti dei grandi riferimenti musicali cui sapete guardare e attingere senza timori, con rispetto ma anche grande libertà interpretativa. De Andrè, PFM, De Gregori, Capossela, Jannacci, Modena City Ramblers  e Mannarino, fra gli altri.
E’ così: noi siamo conviviali. Non solo non ci disturba suonare ai matrimoni o alle feste, ma ci carica. Tanto facciamo sempre quello che piace a noi. E’ bello fare contenti gli altri, se si può mantenendo la propria identità. Ed è gratificante percepire chiaramente che anche chi suona con noi si sente completamente coinvolto nel nostro modo di intendere la squadra… Anzi, la “famiglia”, diciamo noi. Per questo abbiamo tanti amici musicisti che non dobbiamo nemmeno chiamare che già sono qui.
Questo conferma che quando ci si muove si incontrano persone. Alcuni contatti sono destinati ad essere caduchi, altri si rinforzano e generano. Trovi un compagno di percorso, per caso, e un pezzo di strada la fai insieme, aggiustando il tuo passo al suo, apprezzando il suo ritmo e facendolo tuo.  C’è stato anche per te un incontro simile? Con chi hai corso per un tratto ed è stato un bel correre? Con chi hai ballato il tempo di un giro e ne è valsa lo stesso la pena?
E’ accaduto spesso. Uno dei tanti artisti che ha incrociato la nostra strada affiancandoci è stato Lollo dei Folkabbestia, che  ci onora con la sua collaborazione senza mai desiderare altro che suonare insieme. Io ho grande stima della sua professionalità e della sua modestia. Poi, una volta, durante la Festa della Birra di Cassano Murge è capitato che venissimo associati sul palco, senza nessuna prova né preavviso, ad una grandissima artista di nome Daniela Mazza, organettista eccezionale, cantante, danzatrice e quant’altro. Esperta però del genere folklorico tradizionale: pizziche, tammurriate etc. Noi facevamo altro. Non ci eravamo mai incontrati. Ma la scintilla si accese e ci… riconoscemmo senza conoscerci. Venne fuori un concerto speciale. Devi dare, devi prendere, ti deve piacere, non devi fare conti… Fare musica insieme, quando viene bene, è un atto di amore. Lei da allora quando può ci cerca. E dire che ha avuto modo di esibirsi per Madonna (se ne è parlato tanto, della sua festa di compleanno in salsa…pugliese) con i Terraross, amici per i quali ho anche pensato una canzone che ho avuto l’onore di interpretare con Peppe, loro meraviglioso chitarrista e cantante, anche lui sempre aperto alla condivisione.
I Folkasud

In molti dei vostri testi compaiono riferimenti a situazioni sociali proprie del nostro tempo e dei nostri luoghi, veicolate da personaggi sospesi tra passato e presente, a volte stretti nei ruoli loro assegnati dalle convenzioni o dalle contingenze. Persone il cui orizzonte può essere limitato a ciò che il proprio balcone permette di vedere e che si restringe quanto più preme lo spettro del licenziamento (“Polka miseria”) e altre persone che approfittano dei più deboli, tipo i politici attaccati alle loro poltrone… Persone semplici, felici di poco, e altre più complesse. Lo stesso Rodolfo Valentino, cui avete dedicato il vostro secondo disco, “Guglielmi”, del 2013, viene ritratto in maniera differente dallo stereotipo, con attenzione alle sfumature.
Ci piacciono le persone. Io le osservo, e mi lascio anche affascinare volentieri. Nel disco cui accenni, in cui un tributo “diverso” a un personaggio così simbolico del nostro territorio era dovuto, proprio in quanto oggettivamente…inflazionato,  c’è infatti una canzone cui tengo molto: “Il contadino”. C’era quest’anziano, un ciuccio di fatica che si spezza in campagna, che tutte le volte che lo incontravo mi colpiva per il suo buonumore, per il sorriso aperto. Non mi pareva mai triste, mentre si poteva pensare che condizioni di lavoro così dure qualche pensiero potessero ben darglielo. Invece no. “U’ sé ca t’agghie fatte ‘na canzone?” gli dissi un giorno. Non ci credeva, fu così felice che ancora a pensarci sono felice io.
Hai parlato dei tanti con i quali hai “corso” in musica. C’è qualcuno in particolare col quale vorresti ancora farlo?
Sembrerà strano ma mi piacerebbe tornare a suonare con quel folle di mio fratello. Magari proprio in due. Anche perché sto sentendo una nuova esigenza acustica, a “togliere”. Bisogno di essenzialità. Mi piacerebbe tornare con lui perché ricordo tutto. Quando eravamo ragazzini era bello. E perché conosco il suo fuoco e forse anche il suo tormento. Un giorno a scuola la mia professoressa di francese, che era brava e avanti, mi disse di portare la chitarra per utilizzarla nella lezione. Mi fece cantare “La vie en rose”. Tutti ascoltavano. Fu bello. Anche mio fratello andava a scuola con la chitarra. Ma non trovò la stessa comprensione da parte dei professori. Quella di italiano non sopportava la sua ossessione musicale, la sua incapacità a staccarsi dalla chitarra per dedicarsi di più alla scuola. Allora un giorno lo riprese duramente e gli urlò: “Ma tu quand’è che la smetterai di suonare?!”. E lui, tranquillo: “Quando mi ascolterà mio padre”. Lei considerò la risposta provocatoria, e comunque non la capì. Se la prese anche, e venne a dirmelo. Dovetti spiegarle io che papà è sordomuto. E che Lorenzo non potrà sentirlo mai. E neppure me.
Tante cose di quelle che mi hai raccontato in questa intervista sembrano simbolicamente evocate e celebrate nello spassoso e poetico video di “Inizia la serata”. Tutti in movimento, appunto. In una gara che non è tale tra un podista, una bicicletta, una Vespa e una Diane, nello scenario lunare e romantico del Molo Venti alla foce del fiume Lenne, chi vince? E soprattutto: dove si va?
La musica. Avanti.