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Martedì, 23 Gennaio 2018
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Giornalismi
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Chi si compiace perché Letta dà la patente di non macroniano a Renzi dimentica da dove viene il politico refoulé. Le rivelazioni del benpensante FdB su Boschi sono buone al massimo per Gribbels e i suoi amici da tiggì



Oggi prendo macchina cani e caro amico e torno a Roma tra la monnezza. Anche Parigi è sporchina, ma c’è della misura in tutte le cose. En marcio, come dice il genio Giuseppe De Filippi. Finisco provvisoriamente il mio diarietto di campagna e circonvicini con una noticina su quanto è cazzone il giornalismo italiano, e infido, e marcio.
Leggiamo il compiacimento con cui è registrato come senso comune del Giornalista Collettivo l’apprezzamento ridicolo di un politico italiano refoulé, Henri Lettà, che insegna politica a quei disgraziati studenti di Sciences Po, roba da fare uno sciopero della fame e della sete in Rue Guillaume, dopo essere stato sloggiato da Renzi per incapacità di intendere e di volere in politica: “Renzi non pensi di poter imitare Macron”. Ecco. Chi è che ha predicato fino alla noia l’ottimismo e la speranza dell’Italia che riparte? Chi è che aveva 39 anni nel momento dell’accesso al potere esecutivo? Chi è che ha puntato sul partito della nazione, cioè su un accordo trasversale detto Nazareno con la destra berlusconiana, essendo “et de droite et de gauche”? Chi è che è stato accusato dagli ideologi bolsi del novecentismo politico di aver trasformato il Pd in una specie di startup come En Marche!? Chi è che ha fatto della liberalizzazione del mercato del lavoro un’ossessione fattiva, e ha proceduto per ordonnance come sta per fare Emmanuel M. (il voto di fiducia sull’articolo 18)? Chi è che ha preso il 40 per cento alle europee, miglior risultato fra i partiti socialdemocratici, su una linea di opposizione europeista al cialtronismo lepenista-grillozzaro italiano? Chi è che è andato al governo senza essere stato eletto dal popolo (a parte la platea delle primarie del partito di maggioranza), come fece Macron lanciandosi poi come presidente della République? Chi è che ha rotto le palle con le quote femminili al potere, come farà E. M. alle legislative? Chi è che ha avuto più tempo per la finanza e l’impresa che per le corporazioni sindacali? Chi è che ha proposto il ballottaggio, strumento essenziale per l’ascesa di M. e la sconfitta di Marine? Chi è quel Provinciale Collettivo che osa sostenere il contrario, cioè che Renzi, e proprio ora che il sistema lo ha riacciuffato, deve imitare il modello Macron o non può imitare il modello Macron?
(Il sistema ha riacciuffato Renzi perché Jacques Attali non è Giuliano Amato e Amato non è Attali. Infatti, mentre Attali ha provato a fare la chioccia di E. M., Giuliano Amato ha provato a convincere Berlusconi, che lo conosce come collaboratore del nostro vecchio amico Bettino Craxi, della sua disponibilità a dargli la grazia presidenziale subito dopo l’eventuale elezione. Berlusconi ha voluto credergli, lo ha proposto al Quirinale d’anticipo in una intempestiva intervista al Corriere, ha lavorato con quel fregnone incallito di D’Alema per realizzare lo scopo. Deluso, perché tutto Renzi poteva fare tranne che cedere sul punto, ha rotto il patto del Nazareno e così, via referendum dei pasticci e delle mésalliances, con l’aiuto dei segaioli dai 18 ai 34 anni, il sistema torna proporzionale e sballotteggiato).
Passiamo al FdB, al de Bortoli che è in noi, un nobile del giornalismo con la “d” minuscola del cognome. De Bortoli è persona gentile, lascio da parte il fatto che i suoi requisiti professionali, navigare e lanciare campagne insincere contro la casta di cui lui e i suoi editori hanno sempre fatto parte integrante, non sono la mia tazza di tè. Ognuno è fatto come è fatto. Io sono rozzo, grasso, orco, amico dei delinquenti, lui è sottile, gattone, amico dei benpensanti, ha il ciuffo che piace e che gli invidio, a me starebbe benissimo ma non ce l’ho, ho addirittura la barba. Quello che mi fa scompisciare dal ridere, e mi fa voglia di trasferirmi subito a Berlino per seguire la cara Mutti sotto elezioni, cosa che farò al più presto levandomi di torno dalla poubelle italiana, è la rivelazione contenuta nelle sue memorie che in Italia il vero potere forte è la famiglia Boschi (sic! sic! sic!).
Non so, non me ne frega niente, non mi sembra un tema sul quale sprecare righe di inchiostro, se Maria Elena Boschi, ministro del giro stretto renziano, abbia mai chiesto a Federico Ghizzoni, del quale come della Boschi non ho il piacere di aver mai fatto la conoscenza, ché gli amici dei delinquenti si tengono lontani dall’etica dei banchieri, non sono loro intimi come FdB, se il ministro gli abbia chiesto di salvare quel colosso della Banca Etruria. Mi sembra francamente un dettaglio del piffero, una di quelle scemenze buone per il blog di Gribbels e per il telegiornale del caro amico Enrico. Quello che proprio mi eccita è che il direttore più intrinseco al potere bancario che si sia mai conosciuto sulla faccia del pianeta Terra, il generoso ideologo passato dal manifesto inteso come giornale al Capitale inteso non come libro ma come accumulazione e investimento e rapporto sociale in un percorso peraltro professionalmente onorevole, il potenziale conflitto di interessi personificato, il nostro FdB, ha scoperto dove si annida il gioco più o meno piduista degli interessi inconfessabili, nella famiglia Boschi, naturalmente ad Arezzo, e magari nei poveri traffici di un Laerte del sistema bancario con uno dei migliori amici del compianto Carlo Caracciolo, un vero signore perché anche lui amico dei tipi loschi, il famoso Flavio Carboni. Come lo ha scoperto? Glielo ha confidato Ghizzoni. Cazzo!