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Lun, Ott

Il male italiano della capocrazia

Il male italiano della capocrazia

Giornalismi

Eppure la democrazia — diceva Kelsen, sulle orme di Platone — è assenza di capi. Qui e oggi, viceversa, la loro voce suona sempre più potente, come lo starnuto di Giove

Espressione d'antan, che rievoca la legge fascistissima n. 2263 del 1925, con cui il presidente del Consiglio venne trasformato in "capo del governo". Ma l'espressione torna in auge nel regolamento del M5S, e vi ritorna per diciassette volte nei suoi sette articoli. Sicché il capo capeggia ogni capitolo della vita associativa. Lui, soltanto lui, nomina il gestore del sito web. Concede l'uso del simbolo. Autorizza manifestazioni e iniziative. Suggerisce modifiche al regolamento e allo statuto. Detta i temi da sottoporre a votazioni in rete. Indice le stesse votazioni. Le fa ripetere, se il risultato non gli aggrada. Elide la maggioranza dei due terzi richiesta per alcune votazioni. Determina le regole sulle candidature. Propone la scelta dei probiviri. Annulla le sanzioni disciplinari, «laddove sia in disaccordo ».
Insomma, una capocrazia. Benché piuttosto schizofrenica nei suoi atti costitutivi, il non statuto (si chiama così, o meglio non si chiama) e il regolamento: per il primo, uno vale uno; per il secondo, uno vale tutti. Ma in fondo questo è lo spirito dei tempi, lo Zeitgeist che soffia sulle nostre fronti: un mix di democrazia digitale e d'autocrazia sostanziale. I 5 Stelle si stanno portando avanti con il lavoro, ma non è che gli altri partiti rifiutino primarie e secondarie, non è che disdegnino il culto del capoccia. Ne è prova una rapida analisi dei loro statuti.
Partito democratico: qui il segretario è anche il candidato premier: dalla separazione alla concentrazione dei poteri. E per sovrapprezzo esprime l'indirizzo del partito, ne gestisce il simbolo, decide le liste elettorali. In Forza Italia, viceversa, il capo si chiama presidente. E il presidente, of course, presidia e presiede: il Comitato di presidenza, il Consiglio nazionale, il Congresso nazionale, la Conferenza dei coordinatori regionali. Tutti organi i cui membri sono in buona parte nominati dallo stesso presidente. E se lo attraversa un dubbio sulle nomine? Chiede consigli alla Consulta del presidente, dopo averla nominata. Quanto alla Lega, il suo statuto taglia corto: il segretario federale può svolgere «ogni e qualsivoglia attività». Ma a scanso d'equivoci il medesimo statuto gli attribuisce il controllo del Comitato amministrativo federale, che gestisce i quattrini; il potere d'esprimere pareri vincolanti, ovvero ordini e diktat; e se poi è proprio indispensabile votare, il suo voto vale doppio, come quello dei capifamiglia negli antichi regimi.
Però la capocrazia non è un'invenzione di Grillo o di Salvini. C'è ormai un ambiente istituzionale che l'alleva, la nutre, la vezzeggia. A cominciare dalla legge elettorale in vigore dal 2005, dove campeggia un duplice riferimento al «capo della forza politica» e all'«unico capo della coalizione». A suo tempo il presidente Ciampi non ci trovò nulla da ridire, né del resto vi obiettò qualcosa la Consulta, che ha poi annullato listoni e ballottaggi, ma non la necessità d'indicare i capi di ciascun partito, né tantomeno la sopravvivenza dei capilista bloccati. Eppure la democrazia — diceva Kelsen, sulle orme di Platone — è assenza di capi. Qui e oggi, viceversa, la loro voce suona sempre più potente, come lo starnuto di Giove. Da qui un dubbio, un'apprensione, una domanda: la democrazia del capo è un rompicapo.