Il silenzio dei vivi

Giornalismi
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A distanza di 73 anni allorché i soldati dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz scoprendo l'orrore dei campi di concentramento nazisti riproponiamo l’intervista fatta da Cosmopolis a Francesco Lotoro, musicista e responsabile della comunità ebraica di Trani

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo”.  Cosi la scrittrice tedesca Hannah Arendt si espresse dopo aver assistito al processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista catturato nel 1960, e processato a Gerusalemme nel 1961. Che lo stermino ebraico e non solo, abbia avuto un carattere estensivo è indubbio. La sua virulenza, la sua impronta aggressiva e lancinante e la sua mediatizzazione esasperata lo colloca tra le più drammatiche esperienze condivise. La rievocazione degli avvenimenti e la loro reiterata visibilità si costituiscono strumento privilegiato, antidoto necessario, inoculato con puntualità, con scrupolosità. Una sorta di antibiotico morale, di contravveleno etico in grado di ricacciare i germi dell’odio, del razzismo asservito, della ghettizzazione teorica. “Auschwitz non è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria”, affermava Primo Levi. “La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo”.  Eppure il racconto dei sopravvissuti si impone ancora come spauracchio ideologico, come feticcio imprescindibile contro tentativi revisionistici o negazionisti. Il resoconto lucido, puntuale, rigoroso non lascia spazio a rivisitazioni storiche o a fantasiose tesi falliste. Ma se è vero come ha dichiarato la scrittrice ebrea Lizzie Doron che “per ricordare abbiamo avuto bisogno di una legge”, è anche vero che l’amnesia storica e umana è un rischio temibile.

Il lavoro compiuto per impedire tale esilio ideale è di grande valore. Resta l’impegno profuso per esorcizzare il dolore, scongiurarlo attraverso parole, musica, immagini. In tal senso si inserisce il contributo di Francesco Lotoro, pianista e direttore d’orchestra, responsabile culturale della comunità ebraica di Trani, impegnato da oltre 20 anni nel reperire, incidere e archiviare musica concentrazionaria. Gli spartiti degli internati spesso riportati su mezzi di fortuna, (alcuni brani furono scritti anche su carta igienica) costituiscono un testamento vincolante, una biografia che non consente deroghe né sconti. Lotoro ebreo di Puglia al ritorno da Roma per le celebrazioni della giornata della memoria organizzate al Quirinale alla presenza del capo dello Stato, ci concede una breve intervista poco prima dell’inizio del suo spettacolo, Brundibàr eseguito con l’ orchestra ICO della Magna Grecia ed ispirato all’ operina musicale per bambini scritta dal compositore Hans Krása internato nel 1943 nel campo di concentramento di Theresienstadt. “In questo lagher erano stati deportati anche insigni uomini di cultura e artisti cecoslovacchi – ci spiega- che qui erano costretti a produrre le loro opere per mostrare all’opinione pubblica mondiale un falso “volto umano” del nazismo”. Nel frattempo un cameraman della BBC riprende. La storica Tv inglese è a Taranto interessata al lavoro di questo straordinario musicista e al suo encomiabile impegno nel restituire voce a coloro che ad oggi benchè morti parlano ancora.

Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna  ha dichiarato: “Le commemorazioni del 27 gennaio non siano viste come un qualcosa di rituale o scontato. Allontanare questa insidia, scacciare il distruttivo veleno della retorica, è il compito primario di chi, nella Memoria, vede un punto di partenza irrinunciabile per la costruzione di società più libere e progredite”. Ritiene che la ridondanza di immagini spesso replicate con insistenza possa determinare al contrario fenomeni di desensibilizzazione sullo sterminio?

Esiste questo rischio. L’abbondanza di immagini può costituire una sorta di anestetico morale. E’ anche vero che la memoria viene gestita in modo diverso da un ebreo rispetto a chi ebreo non lo è. L’ebreo talvolta, ora per retaggio culturale o familiare, perché direttamente coinvolto in quanto sopravvissuto o perché personalmente debitore, avendo perso familiari e amici nei campi, evita di guardare filmati. Diverso è per chiunque altro. La percezione del dolore cambia. Ritengo che il problema non sia che se ne parli molto, ma che se ne parli male. Esiste il pericolo della retorica e che si insinuino liturgie legate alla Shoah, ma è senz’altro un bene ricordare. D’altro canto il vero senso della memoria ebraicamente non è sovrapponibile alla datazione stabilita dalla legge italiana. Per noi quest’anno coincide con il 28 aprile e corrisponde al giorno in cui cadde il ghetto di Varsavia. In quell’occasione ebrei coraggiosi combatterono per la liberazione al punto che dovettero intervenire truppe tedesche da Berlino. Questo è il nostro giorno della memoria.

Ha fatto molto discutere il ritrovamento di una testa di maiale in un pacco recapitata al tempio ebraico e, intercettata dalla polizia, una all'ambasciata di Israele ed un'altra ad una mostra sulla cultura ebraica. Sono inoltre apparse sui muri di un quartiere di Roma svastiche e scritte antisemite come "Olocausto menzogna". Si tratta di rigurgiti antisemiti tendenzialmente subdoli?

Non ho mai creduto nell’italiano antisemita. Esistono senz’altro ancora focolai temibili anche se ciò che è accaduto durante la seconda guerra mondiale non potrà più verificarsi. Ad oggi abbiamo uno stato di riferimento a cui guardare e dal quale ricevere protezione. Non siamo lasciati soli a difenderci qualora sentimenti antisemiti dovessero prendere corpo. Ritengo inoltre che si voglia spacciare per antisemtismo, ciò che è antisionismo, un’avversione verso lo Stato di Israele. Ma l’impegno profuso per conoscere meglio la cultura ebraica, intesa non solo come religione, ma capire cosa mangiano, come pregano gli ebrei, veicolata nelle scuole costituisca un percorso fondamentale per disattivare eventuali meccanismi razzisti.

Avrà letto della polemica suscitata dallo show messo in scena in Francia, dal comico di origini camerunense Dieudonné M’Bala M’Bala. Il suo “Le mur” è stato vietato dal ministro degli Interni Manuel Valls per "questioni di ordine pubblico" e “per incitamento all’odio razziale”, in quanto infarcito di luoghi comuni antisemiti. Come giudica questi interventi, peggiorativi, lesivi da un lato della libertà d'espressione o come ha affermato Travaglio si tratta di “ammazzare una zanzara con un bazooka”?

Apprezzo l’approccio tutelante, è giusto difendere le prerogative della comunità ebraica. La replicazione del gesto “querelle” (ritenuto un saluto antisionista che rimanda ad un movimento di ispirazione destrorsa,ndr) adottato anche da alcuni calciatori, come Nicolas Anelka, lascia perplessi. Ma gli show di Dieudonné facevano il tutto esaurito e questo ci impone domande. Se le istituzioni hanno deciso di intervenire per interdire uno spettacolo evidentemente c’è qualcosa che non va. 

Parliamo di Brundibàr.

E’ un’opera a cui sono molto legato. Tutto è partito da qui. Non è solo una favola per ragazzi ma contiene un messaggio drammatico. Un capolavoro della letteratura sinfonica contemporanea per ragazzi. Le scene, sono ispirate alle bozze originali realizzate a Theresienstadt, al ghetto di Varsavia, dove ci fu un’autentica esplosione di creatività musicale. Arrestato nel 41 dalle autorità tedesche e deportato a Theresienstadt, Hans Kràsa eseguì la sua operina musicale sino a 55 volte. Può essere considerata nel contesto dei tragici eventi della seconda Guerra Mondiale, l’ultimo baluardo della cultura mitteleuropea. Un’intera generazione di musicisti, strumentisti e compositori fu drasticamente eliminata. Uno spaventoso buco generazionale del quale solo oggi l’intellettualità mondiale sta prendendo coscienza.