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Il sangue pazzo della memoria italiana

Giornalismi
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C’è come un coccio perduto – come la chiave senza toppa – nell’incompiuta d’Italia. Colto, elegante e di sinistra, Francesco Merlo incontra la novità e subito coglie l’innesco: la parola

Colto, elegante e di sinistra – come le amiche che lo convincono a vedere finalmente Checco Zalone al cinema – Francesco Merlo incontra la novità e subito coglie l’innesco: la parola. E’, questa – fosse pure una mala parola – ciò che accorcia le distanze quando s’insegue l’istante mentre accade. Sono le parole, infatti, a fare la storia. Giornalista, per sua fortuna – forte di quella scrittura che fabbrica la vera letteratura – con Sillabario dei Malintesi (Storia sentimentale d’Italia in poche parole, edito da Marsilio) Merlo pubblica l’autobiografia della contemporaneità attraverso 79 voci dove i fatti sono i lemmi che li raccontano e il romanzo che ne deriva è – nel non capirsi mai dei malintesi – il “Chissà chi lo sa?” di ciò che noi stessi siamo e viviamo.
Chissà chi lo sa il Bunga bunga? Zalone lo sa. Ancora meglio lo sa Luca Medici, l’inventore della maschera di Checco. E Merlo – nel gennaio del 2016, quando esplode il successo di Quo Vado – coglie l’innesco e se lo fa raccontare. Tenetevi forte, è una rivelazione: “Una sera a cena, eravamo in molti” – scrive Merlo nel suo libro – “ci raccontò di essere andato una sola volta ad Arcore: ‘Berlusconi verso le nove e mezza ci lasciò perché doveva, ci disse, leggere non so quale memoria che avrebbe dovuto presentare l’indomani ai giudici che lo processavano. Restammo a tavola a bere un po’ e a chiacchierare finché non mi venne di fare la pipì, con tutto quel vino… Cercai allora un bagno che non trovai. Mi infilai in un corridoio, poi in un altro, poi su per una scala… Alla fine aprii una porta ed entrai in un’enorme stanza: su un grande letto c’era Berlusconi insieme con tante ragazze. Mi disse: venga, Zalone, venga. Era la sala del bunga-bunga’.”
Una rivelazione, ma la vera letteratura – si rassegnino i cicisbei dei premi letterari – è il giornalismo. Zalone testimone oculare del bunga-bunga è ben più che un dettaglio nella storia sentimentale sempre bisognosa di parole, tutte da toccare, annusare, ricordare e inventare; è narrazione, carta bollata vidimata da un Cancelliere in Tribunale e – chissà – anche chiamata di correo: “Increduli”, prosegue Merlo, “gli chiedemmo se fosse vero o se si trattasse di una zalonata. Ci disse che era vero”.
E chissà se Zalone, fedele a se stesso – oppure il suo doppio, Luca Medici – non si sia poi tuffato in quel lettone a conferma del suo “affetto commosso per gli italiani berlusconiani”; questo chissà resta in sospeso nella speciale apnea dell’ossimoro ontologico – essenza di noi italiani – dove il vivere dentro l’acqua e nell’acqua starsene asciutti, non è un paradosso bensì l’atto mancato.
C’è come un coccio perduto – come la chiave senza toppa – nell’incompiuta d’Italia. E’ il governare con l’anti-governo dei Marco Pannella di ieri, come dei Beppe Grillo di oggi, che prosegue nel solco dei Presidenti della Repubblica monarchici – Enrico De Nicola su tutti – speculari a Maria José, repubblicana va da sé e pure Regina, in quel perpetuo mescolarsi di guelfi e ghibellini su cui Merlo, in questo libro, squaderna pagine privatissime che si leggono a bocca aperta, tanto il mondo del suo sé è il nesso vivente di ciò che siamo e viviamo.
Al centro dell’azione c’è sempre la parola e la voce “monarchia” non è solo il primo capitolo del Sillabario – “Papà, che era di destra, il 2 giugno 1946 votò per la repubblica. Mamma, che era di sinistra, votò per la monarchia” – piuttosto il filo conduttore che aiuta il lettore a trovare non un manuale ma un metodo.
Una prassi urgente nel flusso discontinuo del linguaggio, quella del Sillabario, perché insomma “una repubblica guidata dalla Democrazia cristiana” è la pietra tra le lenticchie della laicità. I fondamenti liberali sono più che minati dall’incombere del clero e, infatti, i comunisti di Palmiro Togliatti – quasi quasi – avrebbero preferito lasciare il Re, così come scelse Benedetto Croce, in omaggio a quel Risorgimento di frammassoni piemontesi fieramente avverso al papato che, di contro, è l’anti-Italia, mentre la quasità, sotto sotto, s’invera nell’unica ideologia italiana possibile, quella che mette insieme le barbe del Nord e i barbieri del Sud e “si litiga come nelle opere liriche”.
Il Chissà chi lo sa del malinteso colloca i malintenzionati nello spazio permeabile del quasi. Una miniera di inediti, questo libro. Merlo, giornalista per sua fortuna – molto più che un letterato di letteratura – scandaglia il corpaccione della Dc di Sicilia, quella stessa da cui proviene l’attuale Capo dello Stato, e sotto sotto già se ne cava un titolo: “Meglio i mafiosi che i comunisti”.
La leggenda di Belzebù, la candida loschitudine di Giulio Andreotti, in quella Sicilia come notte nera del destino d’Italia. Ecco il racconto di Merlo: “Giuseppe Alessi, fondatore della Dc siciliana, il solo che non fu mai coinvolto e neppure sospettato di contiguità con la mafia, mi disse in un’intervista: ‘Dovevamo fermare il comunismo a qualsiasi costo, il comunismo pesante, quello che non avete mai conosciuto. Nell’immediato dopoguerra era meglio governare con i mafiosi piuttosto che consegnare il paese ai comunisti di Stalin’.”
Andreotti che non perde mai il controllo di sé si alza in piedi e dice a Merlo “Non credo che Alessi si sia espresso davvero in quel modo”. Ma un Andreotti che non perde mai il controllo di sé, se si alza in piedi per dire una cosa sta svelando nel lapsus – nello sfacciato non detto – il verme nel suo linguaggio, quel suo stesso peccato ormai bello che indovinato da tutti.
Il Chissà chi lo sa del Sillabario, tra le parole che si contraddicono a vicenda, offre quella speciale dell’imbroglio – “una misteriosa intelligenza della storia” – ed è il crisma di pronto accomodo dove figure & figuri dell’immaginario italiano possono sfangarla nel mare grande della credibilità. Ma nel breve termine: come il celebrato umorismo di un Andreotti non si celebra più – “come le barzellette di Berlusconi”, segnala un Oscar Luigi Scalfaro a Merlo – ma come i tanti statisti considerati tali in assenza di Stato o di spirito critico, si potrebbe dire, seguendo il metodo Sillabario. E se Merlo affida a una personalità squillante quale quella di un Marco Pannella, un necessario contravveleno per scongiurare la marea populista di un Beppe Grillo, sempre applicando il metodo Sillabario – anche a costo di capovolgerlo nel suo contrario – si può ben dire che la Radio Radicale degli anni ’70 del secolo scorso altro non è che la libera circolazione della rete internet.
Con “Monarchia”, l’altro tema ricorrente del libro di Merlo è proprio Grillo: “le scemenze del web hanno addobbato il programma politico del vaffanculo”. Adesso, ecco, giusto un malinteso. Una parentela tra la psicotica logorrea dei radicali e la teoria di Gea del compianto Gianroberto Casaleggio – a voler trovare la pietra tra le lenticchie – c’è.
L’armamentario ormai archeologico delle Ciccioline e dei Toni Negri in lista fa il paio, infatti, con il caravanserraglio dei cittadini – uno vale uno, e la rava e la fava della democrazia dal basso e i clic, i like, le chat. Scarnificando la materia italiana Merlo si adopera in una sottile distinzione tra il “genio” e “il suo fratello bastardo”, ovvero “il mattoide”. E forse sono queste due categorie a spiegare i due compianti – Pannella e Casaleggio – ma a dover scegliere tra la paglia incendiaria dei CinqueStelle e il bicchiere di pipì, quello con cui il leader radicale fronteggiava i suoi scioperi della fame, la prima si aggiudica un traguardo, è servita a incanalare la rabbia italiota, mentre la seconda resta folclore.
Blasonato sì, giusto perché è un beninteso folclore. Non fosse altro per l’accorata telefonata di Francesco Bergoglio, pontefice regnante, al laico Pannella affinché smettesse il suo digiuno quando ancora in Vaticano si ricordano di Giovanni Paolo II che gli appelli li faceva a Bobby Sands, il capo della rivolta cattolica degli irlandesi che il 5 maggio del 1981 portava a compimento lo sciopero della fame nella prigione inglese di Long Kesh (usciva dalla cella con una croce d’oro sul petto, dono di Giovanni Paolo II).
Non sono mai bene intese le intenzioni, specie con le parole che generano destini nell’infetto kitsch italiano. Merlo ha la grazia incredibile di un’intelligenza lesta a dipanare le matasse della nostra storia, per lui – e ha ragione – è Gianni Agnelli, e non Ciriaco De Mita, “l’ultimo vero intellettuale della Magna Grecia”; per lui, e ha ragionissima, solo Padre Pio in epoca contemporanea ha superato la “prova statua”, tutti gli altri – come la tristissima statua di Leonardo Sciascia a Racalmuto – no; per lui, ed è vero, fu Giuseppe Stalin l’inventore del photoshop; per lui, ed è verissimo, le cose veramente importanti da ricordare non hanno bisogno di un nodo al fazzoletto e neppure di essere annotate in agenda. Nessuna principessa scrive, infatti, “lunedì 13 gennaio, ore 16,45: Principe Azzurro”. E solo Merlo, col suo Sillabario, sa perfettamente spiegare l’incipit del Manifesto del Partito comunista: “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Ecco come lo spiega Merlo: “Vedi lo spettro e senti la Quinta di Beethoven”.
Solo lui sa esorcizzare la tangente nel “Noli me tangere” e sempre lui, nel groviglio siciliano – dove auspica e scatena una convinta argomentazione contro l’Autonomia speciale della regione – si sottrae alla celebre catalogazione antropologica di don Mariano Arena nel Giorno della Civetta: “Non dico che ci sono anche i francescomerlo tra gli uomini, gli uominicchi, i quaquaraqua…”. Tutto il sangue marcio della memoria remota trova i rivoli suoi, c’è pur sempre un latino sincero e sacrosanto, c’è poi il latinorum e Merlo – prendendo a pretesto la Sacra Rota – affida al pragmatismo della chiesa anglicana quella necessità tutta di eleganza e di distacco.
Magnifico è il passo sul matrimonio tra Carlo d’Inghilterra e Camilla, eccolo: “Prima di dargli il permesso – non in latino, ma in inglese – di risposarsi, il 9 aprile 2005, l’arcivescovo di Salisbury impose al principe Carlo di chiedere scusa all’ex marito di Camilla, derubricando l’adulterio dalla categoria del peccato mortale, peccato da comandamento (il nome), a quella del peccato ultraveniale, del non peccato, della sbadataggine, della scortesia, dell’errore lieve: ‘ho posseduto tua moglie, scusami’. Le scuse, accompagnate da preghiera di penitenza, furono pronunziate sommessamente e, benché in tv non si sia visto, tutti sono certi che l’ex di Camilla, Andrew Parker Bowles, abbia risposto: ‘Figurati, non c’è di che’”.
Il Sillabario di Merlo è dunque autobiografia di ciò che noi stessi siamo e di come viviamo. E’ il nostro tempo ed è il nostro stato in luogo, è il tracciato che porta alle piazze di Milano “dove si cammina col naso all’insù per via dei palazzi a elica” ed è il sorprendente romanzo che solo un giornalista del suo rango può scrivere. Laddove gli impiegati della letteratura sanno solo maneggiare l’ego, lui fa di se stesso parola – bene detta, male detta – consapevole di essere al centro dell’azione di tutti per come siamo e come viviamo.
C’è il suo orizzonte sentimentale in questo libro, ci sono Indro Montanelli ed Eugenio Scalfari – dei quali non è stato allievo, ma amico – e ci sono i suoi sodali, partecipi della sua creatività, tutti al servizio della operosa didascalia che precede l’istante quando accade. C’è Oliviero Toscani, c’è Roberto Benigni, c’è Giuliano Pisapia e c’è – più vivo che mai – Umberto Eco. L’altro, vorremmo dire, che come Padre Pio può superare la prova statua mentre di Francesco Merlo per quel che è nell’Italia delle parole, tra chi vive e campa di parole, parafrasando Friedrich Engels quando parlava a proposito di Karl Marx possiamo dire: “Merlo è un genio, noialtri al massimo abbiamo talento”.