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Sab, Nov

Lucano, il sindaco clandestino di Riace

Lucano, il sindaco clandestino di Riace

Giornalismi

Ed è anche per questo che nella faccia del nostro “padre Tuck”  di Riace ora si rivedono in controluce tutte le facce di quella corda pazza del Sud d’Italia dove anche la legalità può non essere legalità

Ha la bellissima faccia ruvida e rotonda del frate Tuck in Robin Hood, non quello gaudente di Walt Dysney, ma il frate Tuck di Ridley Scott, quello con la smorfia dolente, che qui a Riace, in Calabria,  è il dolore della questione meridionale. Arrestato per “favoreggiamento all’immigrazione clandestina” in un territorio che è un paradiso indiavolato Mimmo Lucano ha dunque la faccia generosa del fuorilegge che è costretto al delitto dalla  bontà e dalla giustizia del Vangelo: una randellata all’iniquità e una preghiera.  Ed è la stessa faccia ironica e profonda degli eroi di  Ignazio Silone e del Cristo di Carlo Levi che si fermò ad Eboli dove “lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte”. Luigi D’Alessio, procuratore di Locri, che è la foresta di Sherwood degli sceriffi della ‘ndrangheta, ieri mattina ha detto a “Radio anch’io” di aver chiesto l’arresto di Mimmo Lucano ” perché non possiamo consentire, come Stato italiano, come Istituzione della Repubblica, che qualcuno persegua un’idea passando bellamente sopra i principi e sopra le norme”.
Ovviamente il procuratore sa che esistono, per queste sue parole in nome dello Stato, le antiche risposte degli uomini neri che odoravano di zolfo, dei salinari, dei contadini di Li Causi e di Pio La Torre. Ed è anche per questo che nella faccia del nostro “padre Tuck”  di Riace ora si rivedono in controluce tutte le facce di quella corda pazza del Sud d’Italia dove anche la legalità può non essere legalità. Il 2 febbraio del 1956, per esempio, esplose nell’ Italia guidata dal famoso governo Tambroni il dibattito sull’ illegalità della legalità quando Danilo Dolci, che picchiava con il bastone nodoso della poesia non violenta, fu arrestato e processato  mentre portava un gruppo di braccianti a lavorare nella Trazzera vecchia (Partinico), ben sapendo che la legge negava il diritto di lavorare a quei dannati della terra che erano gli antenati degli attuali “zeri” – così li chiama  il sindaco di Riace -: gli immigrati, i rifugiati,  i disperati senza documenti. Sono i clandestini,appunto,  che è una parola guasta che non riesce  però a trasformare l’immigrato, che alla luce del sole è senza documenti, nel male vivente che “si nasconde al giorno”, nel “clam dies tinus” dei latini, nel clandestino che traffica nel buio come le mammane degli aborti “clandestini” o come i terroristi che in “clandestinità” confezionano bombe e agguati.  Per non sentirci sopraffatti dalla prepotenza della loro miseria li abbiamo clandestinizzati di prepotenza con una brutta legge che la sinistra non ha avuto la forza e il coraggio di abolire.
Ebbene, chi quest’estate ha avuto la fortuna di vedere e ascoltare Mimmo Lucano parlare nel cortile della Chiesa degli Ottimati di Reggio Calabria davanti ad almeno cinquecento persone ha subito capito che quel leader, rustico e disordinato ma lucido, impersona forse meglio di tutti gli altri il sindaco dell’accoglienza e della pietà nell’Italia che ha trasformato in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio, e persino la rabbia etnica quando c’è: da attenuanti generiche ad aggravanti. In questo modo lo straniero disperato è subito un parassita, l’emarginato è una minaccia,chi non è invitato scrocca, la dannazione diventa una condizione attiva e non subìta, arrivare vivi è un reato,  il clandestino è penalmente responsabile della sua miseria. E dunque: guai ad aiutarli come ha fatto il sindaco di Riace.
Prima domanda: si può aiutarli senza sfidare la legalità? Seconda domanda: in che misura illegalità e criminalità coincidono?
Danilo Dolci diceva che la sua legalità era l’articolo 4 della Costituzione che sancisce il diritto al lavoro. Mimmo Lucano può appellarsi non solo alla nostra Costituzione ma anche alla Dichiarazione universale dei diritti umani. E però, come ha notato ieri Attilio Bolzoni, le contestazioni raccontano di documenti falsi, matrimoni combinati, forse truffe, “tutte a fin di bene” ammettono gli stessi magistrati che hanno messo in piedi l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E vale la pena ricordare che ad arricchire la storia della libertà ci sono stati giornali clandestini e lotte clandestine; erano clandestini i carbonari e i massoni nel Risorgimento e furono clandestini anche L’ Unità e l’Avanti!, ed era pericolosamente clandestino l’ascolto di Radio Londra.
Gli uomini e soprattutto i preti che aiutano i clandestini saranno, prima o poi, tutti arrestati?  Quelli che ho visto accanto al sindaco Lucano appartengono alla stessa antropologia della solidarietà che ho  trovato nella Palermo di Leoluca Orlando. Nel Sud d’Italia c’è insomma una fitta rete di associazioni in mano a un’energica umanità cristiana che risolve le emergenze dei clandestini, crea comunità e conforto, scova e cova talenti, aggiusta documenti, sfida l’illegalità. E bisognerebbe che i giornali li raccontassero uno per uno, questi eroi italiani: salesiani alti due metri, e  francescani con le braccia come tronchi d’albero, missionari laici,  gestori di dormitori e di mense, piccole e grandi suore … Papa Francesco ha mandato a Palermo a proteggerli un parroco di 56 anni, che stava in una chiesa di Modica: Corrado Lorefice. Lo ha nominato vescovo per loro. Ecco: è un capolavoro che a Riace, per la prima volta, è diventato reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina perché il sindaco, da ufficiale dell’anagrafe, concedeva carte di identità e perché combinava matrimoni misti per ottenere permessi di soggiorno e certificati di cittadinanza.
E di nuovo il trucco sa di antico, di illegalità ma anche di libertà. Il matrimonio combinato nel Sud d’Italia è da sempre il più usato degli ascensori sociali. Per decenni dalla Locride sono partite ragazze verso il nord-est, Mantova e Verona soprattutto, figlie di mamma per mariti che non avevano mai visto,e così verso Venezuela, Argentina, Brasile, Australia, Stati Uniti, ragazze con “facci di mugghieri”. Non pensate che sia stata solo infelicità e pianto. Come canterebbe Paolo Conte alla fine spesso “si trattava d’amore”. E dalle intercettazioni che sono state divulgate si capisce che anche Lucano, con la sua vita disordinata, si è combinato un matrimonio. E forse è  amore vero o forse è amore falso. Chi può dirlo nell’Italia che è la terra dei Promessi sposi?
Alla fine dunque con i suoi aggiustamenti  amministrativi Mimmo Lucano è l’ultimo figlio di quella “grande svolta” istituzionale del sindaco -meridionale – Bassolino e Bianco, Orlando, Emiliano, De Magistris e persino De Luca….-  che deve essere al tempo stesso Guido Dorso e Achille Lauro, l’ azionismo giacobino e il plebeismo carismatico, tifo da stadio e laboratori istituzionali da Sorbona, sviluppo, creatività e scorciatoie illegali.  A meno di non immaginare una trasformazione del Diritto per il nostro Sud l’ inchiesta giudiziaria in questi pasticci è scontata e automatica. Questa volta però il reato di immigrazione clandestina la rende odiosa. Rischia di fare di Mimmo Lucano il primo martire, il primo eroe della resistenza alla nuova Italia autoritaria e razzista