L'isola che c'e'

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Due ore in Via Duomo con Nicola Giudetti, Maestro e anima di una città che (se vuole) sa ancora guardarsi dentro

A Taranto c’è un Maestro che è Taranto. La migliore. Quella che è stata ma anche quella che seppure orgogliosamente minoritaria resiste. “Provi a vedere su Internet”, dice contento, “quanti sono quelli che conoscono Nicola Giudetti”. Si riferisce a una pagina facebook effettivamente esistente, che conta oltre 250 followers, allievi o semplici ammiratori del vecchio faro della Città Vecchia. E del resto sempre su Internet è possibile ripercorrere l’ album fotografico della sua lunga vita, grazie a un montaggio in tre parti intitolato “L’isola nel cuore”, curato da Vincenzo Santoro, pittore devoto del Maestro, uno dei non moltissimi (oggi, perché un tempo era diverso) che ha compreso come nulla di un personaggio simile debba rischiare di essere perduto, se ancora vogliamo salvare noi stessi dall’amnesia dei rari approdi sicuri cui ancora questa città permette di attraccare.

La sua bottega, in Via Duomo 272, merita di per sé una visita, capolavoro di altri tempi anch’essa e difatti sede di un piccolo museo degli attrezzi di vita del passato. Lavori di settant’anni di attività artistica (se è vero che ha iniziato a 10 anni) prevalentemente ispirata a Taranto ma non solo: quadri, sculture, stampe, presepi, miniature della Settimana Santa e di soggetto religioso, folklorico, naturalistico, storico. Un ordinato caos di attrezzi, scritte, attestati, locandine, trofei. E poi foto, anche se non sembra tenerci ad esporre in particolare evidenza quelle che lo ritraggono con alcuni personaggi famosi della cultura e dello spettacolo di qualche tempo fa, conosciuti in occasione dei diversi premi a lui conferiti per la sua fecondissima attività, prevalentemente figurativa. Però elenca con orgoglio: “Il Tenente Sheridan, se lo ricorda? Poi Philippe Leroy, Michele Placido. E la poetessa Marforia...” che gli dedicò un libro di poesie in romanesco cui tiene molto, poeta vernacolare anch’egli. Un eclettico, del resto, nella sua arte come nella vita. Lo scopriamo chiedendogli di ripercorrere per CosmoPolis la sua storia. Il cui valore non si esaurisce nell’innegabile portata artistica del suo operato, ma tocca ambiti per i quali l’arte risiede nella profondità del sentire gli altri prima di sé stesso, e agli altri immediatamente girare ciò che la grazia del talento e una determinazione energica a fare del bene instancabilmente gli permettono, ancora, di realizzare.

Nicola GiudettiCi raggiunge mentre siamo incantati dai graffiti che animano Largo Giovannetti, e con naturale e gioiosa disponibilità propone lui stesso di posare per una foto ricordo vicino al suo affresco del Canale Navigabile reso tridimensionale dal grazioso festone delle reti. E’ un onore. Ci racconta che quei murales (purtroppo malandati) sono frutto di una delle sue tante iniziative per la Città Vecchia. Concorsi, laboratori aperti, organizzazione di giochi tradizionali per i bambini, musica da ballare…  Soprattutto in estate, la piazzetta si anima e il Maestro aggiunge linfa vitale ai suoi ottanta portati benissimo . “Ma vado a batteria”, ride, toccandosi il cuore, quando ci complimentiamo per la sua energia, “ho la macchinetta…”.

Gli chiediamo di parlarci della sua infanzia e della sua arte. Come ha iniziato? Da chi ha imparato? “Io ho sempre disegnato, insieme a  mio padre che aveva un grande talento: affrescava e faceva i presepi, quando non lavorava all’Arsenale. Posso dire che disegnare e dipingere sono sempre stati la cosa più importante, per me, e ancora adesso mi alzo la mattina col bisogno di farlo. Un paio d’ore, tutti i giorni… Poi sto alla bottega e collaboro con gli altri instancabili attivisti delle nostre Associazioni Culturali “sorelle”: quelle di S.Maria della Scala, la “Vito Forleo” e la “Fratelli Rosselli”. E’ la mia medicina. Ma oltre mio padre, i miei maestri sono stati quei grandi pittori che quando io avevo una decina d’anni venivano spesso a Taranto Vecchia per raffigurare tutti i vicoli, le chiese. Cosa che anch’io ho fatto e continuo a fare: non c’è un angolo di qui che non ho dipinto, oltre a fotografarlo con una vecchia macchinetta quando ancora non si usava tanto documentare tutto. Quei pittori erano bravissimi, importanti. Io stavo attaccato a loro e imparavo. Eravamo 19 fratelli. Abitavamo a Via di Mezzo. La fame…! Nella vita per campare ho fatto di tutto, e fin da piccolo: muratore, idraulico, pittore nelle case, pescatore. Poi sono andato marinaio. E nel 1971 ho fatto domanda e sono entrato all’Italsider. Nell’87 mi hanno mandato a casa e da allora mi sono dedicato alla pittura ma anche ad altre cose. Per esempio il teatro: io recito, soprattutto in vernacolo e soprattutto le nostre bellissime poesie dedicate a Taranto e alla fede”. E a conferma di quanto affermato recita per noi senza esitazioni e con innegabile capacità  interpretativa la celebre “Tarde Ta’”, scritta e musicata dal Maestro Saverio Nasole.

L'interno della bottega di Nicola Giudetti, in via Duomo, nella Città Vecchia. Una sorta di museo dell'identità tarantina“Ho anche partecipato a dei film girati a Taranto. Quando venivano i registi, mi volevano. Nel “Miracolo“ (di Edoardo Winspeare, ndr) però mi hanno fatto fare il personaggio di un capobanda, che non tanto mi piaceva… Ho avuto una parte  anche in ‘Io speriamo che me la cavo’, con Villaggio”. Ma più ancora che dei suoi riconoscimenti e delle conoscenze di spicco del suo passato, il Maestro ha urgenza di parlare d’altro, che gli sta più a cuore. “Oggi io voglio dare ai bambini la possibilità di non passare quello che ho passato io da piccolo. Allora organizzo per loro tante cose e a Natale ho distribuito i panettoni. Per la Befana preparo le calze (si tratta di commoventi buste piene di giocattoli riciclati, che di lì a poco vedremo ordinate su un banco della Chiesetta di S.Maria della Scala, ndr). Ho avuto tre figli miei ma mi sento il padre di tutti i bambini di Taranto che sono sfortunati, magari perché i loro genitori hanno fatto qualche sbaglio e sono in carcere. Io me li prendo tutti. Non voglio che stiano in mezzo a una strada. E a tanti di loro ho insegnato il mestiere. Alcuni miei allievi sono diventati bravissimi e ancora mi cercano. Tornano tutti, da me. Mi vogliono bene. Io per strada non posso camminare…”. Lo verifichiamo di persona: è una dichiarazione di stima e affetto continua, mentre parliamo in mezzo alla via e passano le persone di quell’incredibile microcosmo che è ancora, pur nella trasformazione degli ultimi anni, il cuore indigeno dell’Isola. Ma le sue opere vendono? “In passato, sì, tanto. Oggi non più, le persone non possono spendere tanto per i quadri. Ma io ne ho cento e se vedo che qualcuno è veramente appassionato li do per poco. Sono contento così. A me interessa dipingere”. E l’altra Taranto, ci chiediamo e in maniera indiretta chiediamo a lui, l’ha mai cercato? “Mi hanno chiesto tante volte di entrare in politica, ma ho sempre detto di no: la faccia la voglio tenere pulita (si schiaffeggia la guancia, ndr). E con la politica me la sporcavo per forza. Non ho voluto”.

Quando stiamo per salutarci, sollecitato dal fido amico e allievo Francesco Ursoleo (a sua volta storico operatore dei Beni Culturali del luogo, che assistendo all’intervista interviene ogni qualvolta gli sembri che le infinite e meritorie attività del Maestro non siano state adeguatamente considerate) ci invita a visitare la medievale Chiesetta di S.Maria della Scala, della quale hanno le chiavi. Il Maestro aggiunge orgogliosamente di essere stato incaricato del restauro, dopo che la chiesa, abbandonata per anni e in uno stato di grande degrado, venne affidata dalla curia in comodato d’uso gratuito all’Associazione, che effettuò i lavori con fondi privati, rendendola piccolo cuore pulsante e aggregante di tante attività culturali meritorie. Una visita che sarebbe opportuno tutti i tarantini facessero, oltre che per il valore delle opere che accoglie, del piccolo museo e in generale del sito stesso (basterebbe già solo l’ossario ipogeo nella sagrestia a giustificarla), anche per comprendere cosa è possibile fare con la voglia di fare, e soprattutto collaborando, per qualcosa che si ama. Aggiungiamo un’altra tacca al frutto del talento di Giudetti, che come tutti i veri  talenti si associa a modestia e ironia. Ma l’effetto dei colori pastello delle colonne e del soffitto, così aerei e illuminanti (nella doppia accezione dell’aggettivo), è un regalo che è giusto l’arte e l’anima grande del Maestro facciano a chi personalmente vorrà regalarsi una sortita nella fantasia. Nel sogno. Nella semplicità di un sentire scollato dal presente, perché superiore al presente. Forse eterno, nella sua minuscola, isolare, contingenza.

di Sandra Tarantino