09
Dom, Dic

Utopia

Utopia

Inchieste

La torcida auriverde preferì perdere danzando e applaudire piangendo, anziché vincere girando la faccia. La ballata eponima del Doutor Socrates, del "Galinho" Zico e del comandante dannato, Telé Santana: Deus nao é brasileiro

SPAGNA, 1982. Sceglietevi la definizione: non proveremo a capirvi. Noi abbiano scelto la nostra, e non riuscirete a capirci. Gioco, per voi, è la parola che scrivono i giocatori. Da noi, la scrivono i giocolieri.

L’Utopia è che i giocolieri vincano il gioco, e prendano per il culo i giocatori. E’ quasi impossibile, se no che utopia sarebbe? Ma, appunto, quasi: perché Dio, e i diavoli, hanno bisogno di divertirsi. Nel ’58 era successo (poi nel ’62: ma con la magia a dieta). Unica sudamericana a vincere mai nel Continente Vecchio: in Svezia, tra i ciocchi del totem Liedholm, quello che un pomeriggio d’autunno a San Siro, maglia Milan, sbagliò un passaggio dopo un’era geologica e la gente sui gradoni si fece cadere il caffè sui pastrani: cazzo, possibile, è successo davvero? Il Brasile, in finale, ai gialli di casa ne mitragliò cinque, nonostante fosse sotto di uno dopo pochi minuti. C’era o cerebro Didì, che aveva inventato la punizione a foglia morta, d’interno a calare, un giorno che il destro gli faceva talmente male da non poter calciare di collo. C’era a Enciclopedia Nilton Santos, sguardo cimiteriale e baffi come stiletti, tutti i concetti del mondo a rimbalzo in un archivio arcano di sintesi e strada.

Poi c’era un bimbo. Neanche diciotto. Do Nascimiento. Uno straccione magro e tendineo, che non sapeva di cosa sapesse la carne alla griglia ( o il ragù). In finale, Pelé ne fece due. Uno, con un sombrero intorno al dischetto su quell’ennesimo biondo che tentava di prenderlo a calci.

E sull’ala, verso l’estrema, dove il sole non sa se tramontare e nel dubbio cerca i poeti morti di fame, gli sventurati sciolti nel sogno, i sognatori che lo aiutino a trovare pace per un’ultima notte che invece è solo la prossima, l’Elfo. Lo scricciolo della foresta. Garrincha. L’Affascino, il Fauno. Il figlio degli alberi, e di nessun altro. Mané, l’Uccellino. Una gamba secca per poliomelite, non totalmente riarsa. Fa una finta sola, solo quella, offre la palla, non sa perché, e il terzino abbocca, eppure sa perché, ma non vorrebbe, nel lampo l’Uccellino è andato, e al centro dell’area il sicario Vavà sta aspettando per spingere e basta. Dopo, strapieno di figli, di bottiglie e di debiti di cui non ricorda il cazzo di nome, Garrincha tornerà tra i suoi rami, ad accarezzare i suoi canarini. Sino alla prossima, quando verrà a togliergli la canna dai soliti sonni il solito Nilton, a Enciclopedia, per sussurrargli: Mané, ti prego svegliati, domani giochiamo, c’è quel terzino… Chi, come si chiama, io lo conosco? Joao, gli soffia ogni volta senza sorriso il crisantemico Nilton. Sì, si chiama Joao, come tutti quanti quegli altri, e come tutti quanti quegli altri ha giurato che ti fa scomparire, ti toglie dal mondo, ti spezza le gambe, e allora Mané, amico mio, ti sciacqui la faccia nel fiume? Fallo per me. Figlio di troia, ringhia Mané, Joao, sempre tu, eppure la volta scorsa, che forse era sette anni fa, ti ho dimostrato che contro Garrincha… Poi si addormenta. Però si sveglia. Perché Nilton lo scrolla.

E va in campo.

Guarda negli occhi Joao, c’è sempre un Joao che in fondo somiglia a quell’altro. E’ lo stesso, o saranno gemelli? Fratelli?

Figlio di troia, gli ridice Garrincha, ora togli la palla a Mané. La vedi? No, grande coglione. E se l’hai vista mai.

Ora non la vedrai più.

Anni fa un sondaggio nazionale solleticò i brasiliani su quale reputassero più grande tra le due della Leggenda: quella del ‘58\’62 (Didì, Vavà, Pelé, Mané) o del ’70, quella delle cinque camisetas (nei rispettivi club) con il numero dieci: Pelé, Rivelino, Tostao, Gerson, Jairzinho. Né l’una né l’altra, risposero gli intervistati: la più grande tra tutte è quella dell’82.

Che non vinse niente.

Che avrebbe dovuto vincere tutto.

Che non ci andò neanche vicina.

 

Che, dopo aver vinto contro l’Urss della piovra Dasaev, in avvio, in post scriptum a una delle più belle partite di tutti i tempi, strinato la Scozia dello squalo Jordan, preso a pallate la povera Nuova Zelanda e ridicolizzato l’Argentina campeòn di Diego come fa il gatto che taglia la coda al topo prima di farselo alla brace, sbatté sulle palle d’avorio dell’Italia di Bearzot. Di Cabrini, di Oriali, di MaraZico Conti, del povero immenso Scirea. Dell’urlatore Tardelli. Dell’immaginifico Pablo Pablito Rossi, l’uomo che sognò se stesso e scoprì che non stava sognando, e che soprattutto erano finiti gli incubi di trenta mesi in soffitta per una presunta omessa denuncia.

Telé Santana, il più amato di tutti i CT, ovviamente perdente (e vuoi vedere: ma solo se la  sconfitta è santa), si ritrovò tra gli occhi socchiusi la più scandalosa concentrazione di fuoriclasse che il futbol balaìdo mai avesse concertato. Anche questa è una sfiga, a pensarci. Dove e come li metti, tutti insieme? Rispettando una qualche idea decorosa di calcio logico, di tattica razionale? La domanda dovette durargli lo spazio di un bicchiere. O di uno sguardo. O di un ascolto. Ma la senti, Telé, la gente intorno? La… vedi? E il sangue che ti scorre, che ti aggredisce, che ti sfida, che ti schiuma, cazzo di sangue è, cazzo di uomo sei, che brasileiro sei se non sai accettare te stesso, la tua storia, la nostra storia, el nuestro jogo?

 Così Telé drizzò il corso, aggiustò le spalle, si guardò allo specchio e disse ai microfoni: signori, giocano tutti. Nessuno escluso. Sì, qualcuno sì: i comuni mortali, per esempio Paulo Isidoro, che è soltanto una splendida ala. Gli altri, centrali o incursori, doppioni o statuari, artisti e quindi solisti, dinamitardi e quindi tuonati, giocano. Vanno in campo. Subito, e da subito. Di tutto il resto me ne fotto. Devo fottermene. Sono costretto a fottermene. Questo dobbiamo essere. Questo, O Brasil, è condannato ad essere. E se è destino che la nave non sia solo magnifica ma soprattutto dannata, così andremo a schiantarci su scogli e coralli. Tra i sogni che farò, non sarò mai così vile da fare quello in cui proprio io, il comandante, mi metto in salvo.

Toninho Cerezo: ma come si può prescindere da un corridore così, che per giunta ha due piedi, li usa, se vuole ne abusa. Tagliamo Falcao, semmai. Falcao? Ma avete visto che fuoriclasse, e cos’ha combinato con la Roma in questi due anni? Non me lo posso permettere, direbbe oggi Caparezza: ma anche Telé, ieri. Dentro Falcao, quindi. E Leovegildo Junior, centrale lui pure, nel Flamengo? Ci mancherebbe: pur di tenerlo, lo metto terzino a sinistra. Socrates? No comment. Per favore. Segare il Doutor? Il Sacro Testo, il Capitano, il Dalai Lama della bola, l’icona d’ogni santissimo re come di tutti i reietti, il gigante magro e barbuto che per brevità (dice lui) o per maestà (sanno tutti) tocca di tacco anche i palloni da dare di piatto; il filosofo operaista della Democracìa Corinthiana, cinque lingue, laurea in Medicina, specializzazione in Ortopedia; osate anche solo spostare il discorso su un Mito così? E il Galinho: Zico. Basta nominarlo. La Leggenda carioca. Cos’altro.

Vi raccomando il resto, poi. Sua Eleganza Leandro, ‘esterno basso’ che di basso non ha neanche i tacchetti. I centrali Oscar e Luisinho, centrocampisti sottratti (of course). E la deflagrazione a miccia corta, il rubacuori ribelle, al secolo Eder, che in allenamento tira scalzo per piccio e il Tango non scende sotto i 140.

Cose da matti.

Perché infatti, non ci fossero anche i matti, cazzo di Utopia sarebbe.

Il primo è tra i pali, definirlo ‘portiere’ è un po’ dura: se lui è il meglio che c’è, figuratevi il resto. E’ spennato come un vecchio impiegato, e veste una felpa da matricola al college. Con i piedi (ovvio) è bravo, con le mani una gag: tipo il gol che riesce a farsi da solo, contro l’Urss, nella gara d’esordio. Forse sui tre che Rossi gli ficca, nella Partita, non ha colpe speciali. Ma neanche rischia dei meriti. Dai meriti quest’omìno si tenne sempre lontano come dalla lebbra una persona sana di mente.

Il secondo gioca in avanti. ‘Gioca’: insomma. Non è un armadio, ma due. Così si muove, anzi no: un po’ meno. Forse Santana pensa che agli artisti serva un somaro che tiri la biada. O forse suppone che un energumeno alzi il morale, ad avercelo in truppa. Si chiama Serginho, è un tipaccio da Correzionale, ed è reduce da guai molto serii per un proditorio calcio in faccia a Leao, da un pezzo in terra per presa bassa: Serginho se n’era già andato, poi cambiò idea e tornò indietro a fare il lavoro.

E insomma, il Brasile dell’eccesso di dote a volte arranca perché sdegna rincorse e si svuota alle spalle, ma offre al mondo basìto un arcobaleno di giochi e giocate da scrigno del Senso: il gol di Socrates all’Urss, la punizione di Zico alla Scozia, l’atomica di Eder all’Argentina. Più ancora, tunnel, sponde, triangoli al volo, finte, tagli, carezze di suola, arresti di mou. Questi sono nati in Paradiso. Come fa a non innamorarsi, Dio, di una squadra così?

Semplice. Deus nao è brasileiro.

Lo avevano già capito tutti nel ’50, quando sarebbe bastato un pari ed erano pure sopra di uno. Lo ri-capiscono adesso, 5 luglio 1982, Barcellona, stadio Sarrià, perché anche stavolta – beffa di merda – basterebbe un pari per la semi; e il pareggio arriva pure, al 68’, grazie a Falcao, dopo il Rossi-bis. Niente: l’Utopia pretende il Rossi-ter. Mica stringe le maglie. Mica si chiude nell’angolo. Mica spara il Tango nella troposfera. Mica lo congela. No.

Va a cercare il terzo.

E lo trova.

Nella propria porta, però.

La Compagnia dei Celesti se ne va a casa, battuta da pigmei stortignaccoli e brutti.

Assurdo. Ma logico. Se ci pensate.

Non possiamo, non sappiamo vincere come volete voi: e se perdere è il dazio alla Storia, allora daremo anche la mancia.

Poiché Dio non è brasiliano.

Noi sì.

Marco Tarantino