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Ven, Nov

Tra il mare e il cielo

Tra il mare e il cielo

Interviste

Scampato al cannone di un artigliere che non c’è, sbarcato da una zattera nella corrente attraverso la palpebra di un secolare occhio di luce, il naufrago ha bussato alla maestà del Faro di Capo San Vito. Che infine ha accettato di concedergli un’intervista: esclusiva

Come ci arrivo, ecco un’altra cosa che non distinguo. Alla deriva su una zattera, come un naufrago. A remi su un moscone, come un bagnino. Su una barca scalafatata, come un nassàro. Avrei potuto scegliere la terra, le scarpe, le pietre, i tratturi, il sentiero impervio che indeciso s’inerpica sino alla schiena del Faro di Capo San Vito, ma sarebbe stata un’offesa: una storia di mare ha bisogno d’ogni rigo del mare. Quel che è certo è che potrei non arrivarci mai. Sarà la corrente, o la sindrome di Dorando Pietri: compare il traguardo però ti respinge. Il Ciclope è all’erta: per me, per nessuno, per tutti. “Non riesco a pensare a nessun altro edificio costruito dall’uomo che sia altruistico quanto un faro. Sono stati costruiti solo per servire”, scrisse G.B.Shaw. Forse è anche per questo che a me ricorda un occhio malinconico, la cui palpebra rende la luce intermittente affinché non si asciughi. Soccorso e solitudine, genesi e dannazione: non c’è isolamento che non lo sia. Entro ed esco dal suo fascio nello spazio che decide lui e quasi dispero, ma arranco: magari un artigliere della Marina Militare mi tirerà una palla da novanta, come quelle dei romanzi di Salgari, e andrò a fare compagnia ai gamberi insieme a penna e taccuino – il mio bagaglio magro. Non succede: lo prendo come un segno. Quanto silenzio. Se dio Taras vuole – o per un colpo di culo –, fradicio di spuma e innamorato di sale infine tocco riva e scoglio, felice di ferirmi i palmi nudi. Strofino il sangue sul pantalone liso, come i bimbi che cadono e si rialzano facendo finta che non è successo. Chiedo permesso a due gabbiani corsi dal becco rosso e la punta nera, che dovrebbero essersi estinti, e salgo, salgo, oltre il fabbricato e sino alla terrazza. Mi stoppa lì, eretto come il soldato che è, 46 metri di una storia che cominciò in pietra di carparo oramai più di un secolo e mezzo fa. Da dove vieni, figliolo, sussurra il Ciclope. Dalla notte, signore, e nella sua notte cerco riparo.
La notte dei tempi.
 
“Se sono un soldato come dici, e sospetto di esserlo, non so a che arma, a che corpo, a che plotone, a che reggimento appartengo.”
Alla Marina, signore: dal 1910, come tutti i fari italiani. Più o meno 170, non tutti attivi. Cinquanta militari addetti, 360 civili.
“Gestito, contrattato, amministrato dalla Marina, chi lo nega. Ma: se tu ripescassi un’anfora di duemila anni fa e la consegnassi alla Sovrintendenza, diventerebbe il bene privato di un ministro o di un direttore?”
Direi proprio di no. Tuttavia le cose, signore, stanno così. Nessuno può raggiungerla per piacere proprio o visita guidata, se la Marina non vuole e non controfirma il modulo. Beninteso eccetto un infiltrato come me, che ancora non me lo spiego. Disse di lei l’ammiraglio Lattarulo, presidente onorario della benemerita, propositiva Proloco di qui, a chi invocava maggiori aperture turistiche:”E’ uno strumento tecnico operativo, non un edificio di pregio.”
“Bisogna capirlo, è un militare. Cosa vuoi che dica. E poi, non ha torto. Un faro non dev’essere ‘bello’. Dev’essere utile.”
Anche umile. Lei, signore, mi sembra lo sia troppo.
“Saggezza degli anni, figlio mio, mettila così. Da che sono attivo, cioè dal 1869, ne sono passati 151. Mi fecero una bella festa, un anno fa, fior di storici, operatori, professori parlarono di me. C’era lo stesso ammiraglio Lattarulo, e Salvatore Marzo, il preside dell’ ‘Aristosseno’, un uomo che vuole bene al Mare Nostrum e non manca mai di spendere una parola in più. Sono grato a tutte queste persone, che hanno cognizione e memoria. Fu un piacere, perché dovrei nasconderlo. Ovviamente non potei intervenire: sai, ero di turno.”
Sì: turno acca 24. Acca eternità.

“Questo lo vedremo, non c’è niente di certo. Cambiano tante cose, figlio mio. Troppe, detto tra noi. Ma noi giapponesi sull’albero della guerra che non finì mai non siamo autorizzate a pensare. Se no l’ammiraglio si arrabbia.”
Signore. Di lei, di voi scrisse Quasimodo: i fari sfidano il tempo e non guardano solo il mare: scrutano il cielo.
“E’ quasi… giusto, non credi, che un poeta si accosti alla nostra poetica. Non sta a me commentare.”
Vede che è sin troppo umile. Poiché il vostro capostipite risale addirittura al 280 a.C., isola di Pharos, Alessandria d’Egitto. Due millenni e tre secoli: non è il sentimento del Tempo, come direbbe Ungaretti?
“Anche sì, ma solo di quello trascorso. Lo costruì l’architetto Sostrato di Cnido per la mercede di ottomila talenti, versati dal visionario re Tolomeo il Filadelfo: un sovrano che alle guerre preferì la creazione di Biblioteca e Museo d’Alessandria, oltre che di un canale tra Mar Rosso e Nilo. Pharos: da cui il nome all’anagrafe, che oggi tutti usano per tante, decisamente troppe metafore. Fu una delle sette meraviglie del mondo antico: 137 metri di marmo bianco, un’enorme lanterna in testa alimentata da legna resinosa e specchi metallici  e concavi per donare luce ai navigatori. Che tecnologia ante litteram.”
Se ne intende, signore.
“Come un vecchio s’intende di anni: non è un merito, solo un’età. Dimmi: dalla penna alla macchina da scrivere al tablet, cambia il concetto per cui tu scrivi?”
… No, signore.

“Appunto. Dal legno all’olio, dal carbone al gas, col guardiano che si caricava a spalla la bombola piena, fàtteli i 380 scalini del mio collega barese di Punta San Cataldo, 60 metri di pivot. O dalla lanterna al centro operativo: il marconista di stanza nella torre. Mani febbrili, oggi spesso supponenti, che prevedono tutto dallo stanzino dei clic. Ogni tanto questi ragazzotti provassero a studiare l’uomo che fece la differenza, e a capire quanta scienza ci volle: 1822, Augustine J. Fresnel con la sua inconcepibile lente che concentrava i raggi delle lampade e li moltiplicava sul mare. Fu la svolta.”
Arrivava lei, in appresso.
“Insomma, ci volle un po’. Mi misero su i soldi dei Borboni, 1848. Doveva proprio essere un anno segnato da un dio, o da qualche demone. L’Europa finiva sottosopra, scoccavano i moti e le Guerre d’indipendenza ed emergeva la grandezza di due tarantini che dovreste, dovremmo ringraziare sempre: Nicolò Cataldo Mignogna e Cataldo Francesco Saverio Nitti.”
Ha ragione. Carbonaro, mazziniano e garibaldino il primo, patriota, attivista, consigliere distrettuale e infine senatore il secondo. Col Regno d’Italia, dal ’61 in poi, furono loro a farsi un mazzo così per la Base Navale, per l’Arsenale e per l’ispirazione del Canale Navigabile. Che nel ’69 lei sia diventato operativo non fu certo un caso.
“Proprio così. Che orrore, quando ti rubano i ricordi. Ma è molto peggio quando li abbandoni tu. Non ti accorgi che senza memoria non hai identità, e senza identità sei meno di zero. Un osso di seppia nella risacca arresa.”
Sentenziò Benjamin Franklin: “I fari sono più utili delle chiese”.
“Beh, non portarmi su quel terreno. Per quanto con l’illuminazione qualcosa c’entro.”
Un tipo versatile: non si limitò a stendere la Costituzione americana, inventò pure il parafulmine e le lenti bifocali.
“Lusingato. Ma era un puritano, quindi un calvinista. Troppo facile. E comunque, come vuoi che non mi attraversi quella carezza della sera, come cantavano i New Trolls, in una solitudine che a volte è silenziosa come il sonno eterno, a volte burrascosa come la bava di Satana.”

Allora se non chiese, fari: la Puglia ha un bell’album di famiglia, no?
“Siamo una ventina, non tutti accesi. Di San Cataldo ti ho detto: c’è da andarne fieri, è forse il secondo d’Italia dopo la Lanterna di Genova, fu a Bari che Marconi testò il primo collegamento radiotelegrafico. A Vieste c’è Santa Croce; davanti a Gallipoli Sant’Andrea, che ospitò la scuola per i figli dei guardiani. Al faro di Leuca si arriva scendendo da Santa Maria de Finibus Terrae, e quando le terre finiscono c’è sempre un mistero rischioso cui accostarsi con rispetto. Il faro di Punta Palascia, a Otranto, fa baciare lo Ionio con l’Adriatico. Infatti è lì che molte coppie si riversano, innamorate, ogni San Silvestro.”
Il cuore sanguina quando funziona, signore. Mi ricorda… qualcosa. Una musica. Un cantante che non cantava.
“Anche il mio preferito, quello che mi fa compagnia senza che io possa mai piangere per alcun altro che non sia me stesso. Scommettiamo?”
Scommettiamo, signore.
“Federico Monti Arduini. Ovviamente. Pseudonimo, prima che ne svelassero il viso: il Guardiano del faro.”
Accidenti, è vero. Sarà stato il…
“Disco per l’estate ’75, primo classificato. ‘Amore grande amore libero’, tre milioni di copie vendute. Neanche una parola, solo melodia col sintetizzatore di Robert Moog, uno dei due suoi maestri. L’altro era Von Karajan. Neanche malissimo.”
Neanche malissimo. Ha ragione, avevo dodici anni e con quel pezzo m’innamorai di ogni ragazza che si intravedesse a trecento metri. Si figuri di quelle che mi passavano affianco.
“Un privilegio che a me non fu concesso mai.”
Le chiedo scusa. Parlava, prima, del suo unico, proverbiale, storico compagno: il guardiano.
“Sottratto anche quello. Per quindici anni la Marina non ha più bandito concorsi, sentii tempo fa che si ipotizzavano una ventina di assunzioni ma non so se ci siano stati sviluppi. Quelli che c’erano non servono più, tanto secondo i Vertici ormai fanno tutto i ragazzotti con la tastiera. Quei pochi che sopravvivono in trincea sgobbano eccome: riverniciatura, riparazioni, pulizia dei vetri, compilazione del giornale di reggenza.”
Motteggiò Gene Gnocchi, per fare il brillante: “Il guardiano del faro sta tutta la notte a pensare a chi glielo ha fatto fare.”
“Il guardiano del faro a tutto può pensare, di notte o di giorno, tranne che a chi glielo ha fatto fare. Non può esserci lavoro più leale, né sacrificio più consapevole.”
Vi somigliate profondamente. Anzi, vi somigliavate: quando eravate inscindibili. Quando non era pensabile che un faro non avesse con sé la figura del suo amico guardiano.
“Forse sì. Forse no, o solo per certi versi. Non so dirle se venendo a isolarsi con me, da me, un uomo cerchi la sua Legione Straniera. O ne abbia intima, privata necessità. Vede… Vede quante cose vanno via.”

Ne vedo, soprattutto, una che resta: lei, e quelli come lei. Gps, punto nave, ‘star fix’: poi saltano i droni, l’etere, i programmi e i programmatori, le sale comando e i ‘gestori’ con le stellette o senza, le applicazioni e i terminali, salta l’arroganza della neotecnologia, saltano i bottoni della stanza dei bottoni, saltano gli strateghi delle rotte ‘previste’, saltano i professorini delle trasmissioni televisive e i formatori un tanto a mezzo chilo, salta ciò che crediamo di sapere del mondo, e del cosmo, e del Tutto, e il mare si riprende la licenza di uccidere. A quel punto cos’altro rimane, al nostromo della goletta, tra la furia di un dio malvagio e l’agguato dei demoni lerci, il vascello dannato dell’Olandese e la barba incendiata di Capitan Teach, il ghigno della Porta Nera e la danza della Signora, la vendetta della Natura e l’arpione del Fato, la nemesi di Poseidone e l’urlo dell’uragano, se non quella luce laggiù, tra scogli aculeati e dolcissimi, una mano tesa sul raggio dall’avamposto della malinconia, la sentinella dall’iride gialla che sega la nebbia, l’occhio incrollabile e certo che risolve la rovina del cieco.
Un faro.
Esattamente come cento, mille e duemilatrecento anni fa, signore.
“Figliolo…  Ho attraversato due guerre ufficiali, e non so più quante ufficiose. Ho visto l’acqua diventare rossa, le navi sventrate dai siluri, i banchi massacrati dagli ordigni, le nuvole d’ira della diossina e i lampi di morte dei bombardieri. Ho visto la mia Taranto crollare sotto sé stessa, stamane e avant’ieri, e sotto le bombe, ottant’anni fa, gli arti e i detriti schizzare per l’aria come il soffio cremisi di una balena moribonda. Ho visto i pesci crepare sulle uova, accartocciati tra coda e branchie come le foglie di ottobre, e alghe ancora più morte comporne il sudario. Conosco l’odore dei relitti arsi, la disperanza dei naufraghi persi, la gioia degli squali e la fame dei granchi. So come cola a picco una prora senza più poppa, perché più non ne ha una: sembra una pinna, ma solo per due minuti o tre. E tu mi parli di salvezza, soccorso, speranza. Sinché dura io resto qui, non capisci? Dritto. Se anche non è vero, non ho altra scelta che far finta di crederci.”