05
Mer, Ago

IL RE MITE

IL RE MITE

Interviste

Lo scorso 22 aprile, Erasmo Iacovone ne avrebbe compiuti 68. E non può che piovere, ancora e sempre, sulla notte interminabile, sul Venerdì santo senza resurrezione di una città senza luce: mentre il campione degli anni devastati racconta con voce tenue il sogno che non c’è. Più

Piove. Maledette lacrime del cielo. Piove nella notte che non finisce più. Piove, e non lava niente. Cerco un indizio per cercare Iaco, che lo scorso 22 aprile, ne avrebbe compiuti 68 e avrebbe tutto il diritto ai baffi bianchi, alle coccole per i figli di una figlia che non ha visto mai, e che la sua Paola stava per dargli, a un bicchiere con gli amici in una hostaria chi sa, di Carpi, in provincia di Modena, o della sua natìa Capracotta, in provincia di Isernia, paese dal nome di un film neorealista del Secondo dopoguerra – o degli anni Sessanta con Franco e Ciccio? Avrebbe una bella villa, magari, comprata con i soldi di un calcio grato, Roma, Fiorentina, Sampdoria, finalmente grasso o almeno non più magro, e una qualche attività da seguire senza più stopper sui tendini, vini da esportare, animali da allevare, negozi da gestire, purché tutto senza stress, con la bonomia del suo sorriso cauto, del suo sguardo terso. Cerco il Re Mite e d’un tratto – purtroppo – so dove trovarlo. “Se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa”, scrisse Yeats, un visionario esoterista e rosacrociano della verde Irlanda che s’intendeva di spiriti persino più che del suo Nobel - o d’altre Guinness. Così guardo, anzi rovisto nel buio della notte tarantina, di cui la morte di Iacovone è Quaresima e Venerdì Santo, il lutto metaforico di un pallone che sognò, anzi vide la A e si spense, devastato, travolto, spezzato persino prima dell’alba, poco oltre la mezzanotte dell’anima e del Tempo, metaforico perché recava l’elegia funebre e presaga di una città appresso, e il suo Fato affianco. Dovrebbe sempre essere brutto, il tempo, di Venerdì santo. Sempre dovrebbe piovere, come oggi e come martedì 8 febbraio 1978, sagrato della S. Roberto Bellarmino, il feretro sulle spalle curve per la disperanza di Dradi, Serato, Giovannone che invece ce l’avrebbe fatta, ad Avellino in A, Cicciobello Nardello, il capitano sfottuto da tutti ma con più cuore di tutti, Sergio Buso, che da coach avrebbero soprannominato ‘Enciclopedia’ più che altro per percularlo, e Fanti, che il 31 ottobre di un anno e mezzo prima, a Mantova, aveva alzato in area una preghiera che Iaco aveva trasformato in benedizione, e ventimila persone intorno, dietro, addosso, molte con gli ombrelli, di più senza: siccome davanti all’angoscia, certe volte, bisogna presentarsi con il cappello in mano e la resa in bocca. Perciò guardo in questo cazzo di buio: anzi, rovisto.
E lo trovo.
Lo vedo.
E’ di fronte.
Iaco è sempre di fronte, perché alla porta lui le spalle le dà solo per un attimo, giusto se non si può evitare.
Poi infatti si mette di fronte, ed è la sua fronte che il vecchio pallone con gli esagoni va a cercare, da qualsiasi luogo decolli. Tanto poi decolla lui. Iaco.
Così se può perdonarmi, Erasmo, dico, e non so come altro dirlo.
Per cosa, sorride piano, nient’altro che timido.
Per aver scritto di lei così tante volte, da trent’anni in qua, e per non avere ancora il diritto di smetterla.
Fa un gesto vago, come avesse una sigaretta in mano. Non ce l’ha. E’ solo un gesto.
Veda, sussurra: in questa storia e in troppe altre i diritti – come i sogni – ce li hanno buttati tutti nel cesso.
 
“Che altro posso raccontarle, che non si sappia. Se vuole, ci sto. E’ una recita infinita, e ormai ho tutto il tempo del mondo. Preferisce l’inizio o la fine? L’alba o il tramonto?”
L’alba, tutta la vita. Il tramonto ai poeti. Che di solito non hanno il coraggio di uscire dal buio: troppo difficile, cantare la luce.
“Ma è facile riassumermi. Sa qual è la cosa curiosa? Che prima del Taranto, di Taranto, avevo spesso più steccato che imbroccato. Penso all’Omi Roma in Promozione, il buco a Triste, Carpi in Quarta serie, centri discreti al Mantova, in C. Valsero qualcosa? Forse. Insomma, il presidente Fico, per la mia metà… Mi faccia ricordare.”
Centotrenta più Giorgio Scalcon, bolzanino, ala farabutta che avrebbe fatto impazzire Tardelli e che oggi vende giornali. Valutazione complessiva, 400: versati in appresso, ché già Fico si leccava i baffi. Soltanto pochi mesi prima aveva dichiarato: “Spero di non aver commesso il più grande errore della mia vita.”
“Lei che dice?”
Che aveva commesso il più grande affare della sua vita. E per una volta non era merito suo, mercante esimio com’era, ma della soffiata di Seghedoni.
“Soffiata, come dice lei, che a Taranto Rosati accolse volentieri, sebbene nella vecchia, come si chiamava? ‘Sessione autunnale’, tra ottobre e novembre. Però all’inizio la 9 era di Jacomuzzi, chi gliela toccava, e la 11 di Turini. Partii dalla panca, proprio contro il mio ex Mantova. E il cross di Fanti.”
Torneo 76/77. Niente di che come squadra, molto di che come Iaco, o un discreto antipasto per la platea: otto gol, cinque dei quali di testa. Un metro e 73, 70 chili. Mica Hateley.
“Chi?”
Scusi. Uno alto.
“Certe cose si allenano anche, guai se no, ma non si insegnano. Era così sin da ragazzo: saltavo tanto, tanto, e l’aria restava con me.”
D’improvviso / è alto / sulle macerie / il limpido / stupore / dell’immensità. Che ironia, penso come trafitto, che questa lirica di Ungaretti si chiami ‘Vanità’: parlerebbe di Iaco, uno che mai seppe vantarsi neanche da solo e davanti allo specchio, con la schiuma da barba in faccia.
 
“L’anno dopo andò tutto meglio, o se non altro andava. Ciò che tentavo mi riusciva. Come posso dire.”
Come l’ha detta, Erasmo. Gol alla Cremonese, incontrando. Gol al Rimini, incrociando. Gol di testa al Modena, alla quinta, su cross di Federico Caputi. Lì la Roma comunica a Fico che è già il caso di mettere le cose in chiaro.
“Ma io pensavo al Taranto, al mio Taranto, mio più che mai. Perché suo ero diventato, e della gente per strada, non solamente dei tifosi al ‘Salinella’. Chi crede che un calciatore giochi soltanto per i soldi… Povero. L’energia è la gioia, la passione, la pacca e il sorriso felice di chi ti ferma al panificio, di chi ti riconosce mentre rincasi e ti fa un cenno festante che ti spalanca la vita… Serie A, urlavano tutti, e forse non era vero, ma se no che si tifa a fare? Che si vive a fare, se non si sogna?”
Non lo so, Iaco. Gol di testa al Cagliari, alla sesta, di rapina a Bardin, Cesena, nona d’andata. Secondo posto alle spalle dei record, l’Ascoli di Renna, Quadri e Cocò Roccotelli, quello della ‘rabona’ ante litteram, una meteora fugace e abbagliante pure qui, due anni dopo. Gol a De Luca, 11.ma, pallonetto sull’uscita, altra specialità della casa, Taranto uno Bari zero. Qui ‘il Salinella’ si sciolse e non ne poté più di cautele e diffidenze: era arrivato, era tornato finalmente il semidio della rinascita, della riscossa, della Speranza con la maiuscola e senza più virgolette. Aspettarlo, invocarlo con le mani giunte non era stato vano.  
“Eh… sì. 13.ma: ancora un pallonetto, a Pigino della Samb, altra vittoria. Non ero così male neanche di piede, no? Per essere un watusso… Poi un accidenti di crisi e non so darle un motivo, sette gare a secco. Infilare Vieri della Pistoiese, dopo tanta astinenza, mi sembrò un sicuro segnale di inversione della rotta. Stavo bene, non c’era un problema fisico. Paola era incinta ed era meglio che tornasse su, a Carpi, per essere accudita, ma insomma. Era tutta luce.”
Quanta. Inutilmente tanta. Da Cremona alla Cremonese, seconda di ritorno, domenica 5 febbraio.
“Ginulfi mi prese tutto, finì zero a zero. Due salvataggi sulla linea. Palloni che erano dentro e sfioravano il palo, invece. Succede. Dopo la doccia mi sentii un po’ giù: girava storta, non stavo… aiutando. Avrei voluto restare solo, ma un amico caro, proprio perché amico, riuscì a convincermi. Cenai nel suo locale. Balli, musica. Ora vado, mi scusai. Non mancava molto a mezzanotte.”
 
Poco mancava, anzi: pochissimo. Iaco amava Cruyff, i western d’epoca, gli acuti di Mina e le canzoni di Drupi, il menestrello degli amori che si spengono il trenta agosto, così piccola e fragile è l’ala di una lucciola che vola incontro all’autunno senza lasciarti l’indirizzo. Sulla sua Diane-6 Erasmo si diresse verso casa, cioè verso l’ultima notte, perché tra il bivio e la Statale, svolta San Giorgio, un’Alfa 2000 GT lo speronò a 180 all’ora. Guidava a fari spenti, il pregiudicato inseguito dalla PolStrada, un carosinese 23enne che l’aveva rubata poco prima al dott. Giulio Bernardini. Se la sarebbe cavata con poco e niente: pure questo un brano della sigla. Sto per dirgli: Iaco… Ma lui sa che non mi verrebbe nulla di decente, e mentre saluta fa lo stesso gesto di prima: una carezza all’aria, all’aria che fu sua quasi per non farlo ricadere più. Così resto solo su un marciapiede che non ha dirimpetto, assediato da voci in testa che non riesco a prendere a calci: La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta, Vangelo secondo Giovanni, uno che non volle mentire alla stampa. Poiché proprio per questo l’altra me la soffia il vampiro immortale e dolente di Gonzalez Ledesma, in ‘La città senza tempo’, alla sua Cercatrice: mi dica, signorina, è proprio così certa che la Grande Guerra tra Dio e il Diavolo l’abbia vinta Dio?