06
Gio, Ago

E dove vado io nessuno viene

E dove vado io nessuno viene

Interviste

Non sono dove mi vedete / Non sono dove mi credete / né dalla parte opposta: ma alla fine, seduto su un muretto a secco, è comparso il grande Raffaele Carrieri

Non posso che cercare il Maestro dove cominciano gli odori e finiscono le storie, lo scirocco del mare si congiunge alla polvere della terra, i pescatori si confondono con i carrettieri, i doganieri con i gabellieri, i fioroni con i fichidindia, e l’aria arroventata si riempie di profumi persi che non si addormentano mai, dei volti andati che ritornano sempre e degli errori amari che ci rendono rovi. Siedo su un muretto a secco: di qua un’agave, di là un peschereccio. Lo sento arrivare a passi cauti, un bastone nella mano buona. Sorride, ma sembra una ferita: è da tanto, dice, che aspetti? Sì, Maestro, sono molti anni. Non fosse Raffaele Carrieri, forse mostrerebbe curiosità: ma lo è, e quella è una concessione che non può farmi. Era ‘La civetta’, Maestro? Se qualche poco di luce / Da lontano mi viene / E’ da te Jonio gentile. Sì, sussurra dopo un po’, ‘La civetta’. Siede affianco, scostato. Diamo le spalle all’agave, e gli occhi al peschereccio.
 
“Non ho mai fatto poesia della nostalgia. O meglio, non l’ho, come dire, progettata. Non sono il primo Quasimodo. Non ci sono paradisi, né perduti né prossimi. Non dò consolazione e non ne cerco. Appartenenze? Sì, la mia poesia è autobiografica, o anche autobiografica: ho scritto in morte di Garcia Lorca, e di Kennedy. Uno chiosò: esasperatamente autobiografica. Che cazzata, d’altra parte se ne sentono così tante. Io non prego nessuno, regolatevi come vi pare. Ti chiedo: facciamo mai qualcosa in cui non portiamo noi stessi, e ciò che siamo? Anche solo tagliare la legna, sprimacciare un cuscino, baciare una donna? Nessuno dovrebbe conoscere personalmente lo scrittore.”
Né il poeta. E’ una cosa che arrivo a capire. Sa, qui ogni tanto spunta fuori qualcuno che si appropria di un concetto tronfio come la tarentinità. Ci mette la e, per rinforzare la dose.
“Puttanate. Le radici sono un fatto intimo: nel momento in cui uno comincia a sbandierarle, magari un tanto al chilo o a gettone, già dovrebbe prendersi un sano calcio nel culo. Ma c’è chi glielo dà? Dubito. Nacqui e vissi nella mia Taranto per 14 anni. Poi fuggii.”
Poi fuggì. Albania, a piedi sino al Montenegro, dove fece il pastore. Un battito di ciglia, e la ritroviamo a Fiume, nel ’20, con Gabriele D’Annunzio, il ‘Natale di sangue’, allorché una pallottola le tolse l’uso della mano sinistra. Perché?
“Perché fuggii, lasciando la scuola? O perché mi unii quindicenne alla brigata di D’Annunzio?”
Ambedue le strisce, Maestro.
“Venni via perché mi batteva il cuore alla vita. E raggiunsi il Vate per lo stesso motivo. Se non ti innamori a quindici anni, di una ragazza o di una causa, di una leggenda o di una sciocchezza, che te ne fai dell’intensità? Degli ormoni, dei sogni, delle lacrime e delle risate, dei libri? Di te stesso?”
In convalescenza, rientrò a Taranto. Identità?
“Suoni di cucina e acciottolio di stoviglie. La mia Taranto: forse ne scrissi, o forse era un’intervista. Perché insiste? L’olio per il capitone, la Vigilia, l’acciuga ed il fuoco, l’uovo e la pastetta, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e pepe.”
L’odore d’anice come un prato di montagna. Mia madre ha zampettato come una vecchia formica cartocci di polverine, ramoscelli, grani e granelli da macinare. La vedo pesare un granello e poi dividerlo.
“Sì. L’ho scritto o l’ho detto?”
Lo ha scritto.
“Non fa differenza.”
Pesco stralci in un mare con pochi pesci: Taranto l’ha dimenticata in vita e si è appropriata in morte, Maestro. Nel frattempo, lei scriveva più di cinquanta tra canzonieri, saggi e romanzi, collaborava con cento tra quotidiani e riviste, allargava alla pittura il suo magistero, Futurismo incluso, fondava e dirigeva ‘Le tre arti’, vinceva il ‘Viareggio’ e il ‘Taormina’, posava come modello per Picasso a Parigi, gli dedicava una monografia, e con Apollinaire divideva versi e visioni. Anche questi sono solo stralci. Appena stralci: di grandezza assoluta.
“Chi se ne frega dei riconoscimenti, natii e non. Che peso dovrei dare alle piccinerie, all’ingratitudine, agli opportunismi, tarantini e no. Non te l’ho appena detto che mai chiesi nulla ad alcuno? A Taranto c’è una scuola a mio nome, giusto?”
23.mo Circolo Didattico, in via Medaglie d’oro.
“Ecco. Bene così.”
Pescavo, dicevo, in acque magre: il suo rapporto con i Due mari. O con ciò che ne resta. C’è poco, pochissimo. Forse è per questo che vale la pena.
“Forse sì. Ma da me non aspettarti languori.”
Non l’avrei cercata. Le piacquero i fari tarantini: Solo i fari non si interrompono di illuminare. Non soltanto i fari: lei, per esempio. Non scorgo mezza traccia di usura o di opacità, nelle sue raccolte.
“… non mi stancavo di ammirarli. Guardavo da quella parte dove il semicerchio del golfo si rompe e il mare batte forte, da quella parte dove i fari fanno cadere i lumi. Le Cheradi, sì. E m’incantavo. Forse fuggii anche per questo.”
Per l’incanto?
“D’incanto vissi. L’incanto però che solo nell’aria in faccia può esserci, non in ciò che resta immobile. Le Cheradi vennero con me: la parte per il tutto. Ma appunto: con me e basta.”
Partono allegri / i giovani marinai / E ciechi sono al cordoglio / Del capitano / che non si volta. Lei non si è voltato mai?
“Mai. Dopo la convalescenza, ventenne fui doganiere a Palermo, e muratore, sguattero, cenciaiolo.”
Portai cenere con me.
“Sì. Sempre. Estraneo e pellegrino ovunque.”
Soldato bracciante gabelliere: / su ogni nuova strada / nuovo mestiere.
“Non l’arte: proprio il mestiere di vivere.”
Pomice, scorpioni, cicale: l’arido sterrato della vita.
“Arido? Forse. Impervio, arduo, scosceso. Non ho chiesto perdono. Non mi sono aspettato grazie. Mi chiami maestro inutilmente.”
Re per un giorno / per cent’anni povero. Non è giusto, Maestro.
“Infatti: avrei dovuto scrivere settantanove, non cento. Ho tolto le tende nell’84.”
La morte: altro tema ricorrente, come il muro (sopra muro), come la disperanza. Un’angoscia? Un’ossessione?
“Solo una compagna di viaggio. Ci pensi, te la scordi, la ritrovi. Ci convivi. Devo aver scritto: La Morte non viene una sola volta / Spesso è gentile e ha buoni modi…”
E ci toglie dalle mani la rosa. E’ in ‘Non una sola volta’: bellissima.
“Altra cosa che non fa differenza. Qui, dove sono ora, ho il discutibile privilegio dei ricordi impossibili. Per esempio, di quando si spense la luce. Le ombre dispettose.”
Consumato l’ultimo /inchiostro, fra poco / fra poco sarò pronto. Si può mai essere pronti?
“No. A cosa eravate pronti, voi, quando l’Ilva o il Covid-19 vi hanno asciugato l’inchiostro? E quanto ve ne resta?”
Cambierei penna, Maestro.
“E’ quanto ho fatto sempre. Un giorno però finiscono, perché la cartoleria cala la saracinesca. O una sera.”
Parigi, Milano: se non della sua anima, i luoghi della sua crescita e della sua poetica. E invece è andato a chiudere i conti a Casoli di Camaiore, in Toscana.
“Era facile digradare al lido. Mi acquattavo. I gabbiani parlavano un altro dialetto. Che lo capissi o no, per me era la stessa cosa.”
Non sono dove mi vedete. / Non sono dove mi credete / né dalla parte opposta.
“Già. Impariamo a conoscerci. Alla buon’ora.”
E a cercarci. A cercarla, o almeno tentare: Quello che sono e sono stato / domandatelo alle strade / dei paesi della sete. / Tufi lucertole spine, / bell’uva sulle colline / dove fui ladro di galline. ‘Le strade’, infatti.
“Purché non ‘semplicemente’ tante strade: tutte, o non serve a niente. Diavolo, si è fatto tardi: non so per cosa, ma per qualcosa sì. Tempo di togliere l’ancora, figlio mio: non sarei io, se no. Ne vedìme da ‘ste vànne?”
Poco ma sicuro, Maestro: però senza fretta.
E grazie. Di tutto.