05
Mer, Ago

Generale, dietro la scogliera

Generale, dietro la scogliera

Interviste

Una relazione pericolosa con la nebbia improvvisa, un razzo senza più scia, una lanterna oscillante e tenue attraverso i denti del mare che recano all’isola di San Paolo: chi la regge è lo spettro di Pierre Choderlos de Laclos. In esclusiva per CosmoPolis

La mamma non te l’ha mai detto che in mare non si esce da soli? Forse sì, ma devo averlo dimenticato. Meteo.it mi aveva giurato aria nitida e calma piatta, e in effetti non c’è alito. Ma questa cappa nascente d’umido vago? Siòne quattrocento a est di San Pietro, mi ha soffiato un amico: stè’ ‘na cònghe, ne stanno prendendo tanti di saraghi e spari. Aveva ragione: mezz’ora, mezzo secchio. Mezza sera. Mezza bruma, però. Il mare è un prato? Poi tutt’intera. La cappa diventa piumone, la sera notte, la notte nulla. Non si intuiva grinza di corrente, eppure l’àncora salta. Confido nelle app sullo smartphone: sbagliato, stecchito.
Nebbia.
Una parete.
Quattro, anzi, più soffitto. Una prigione.
Percepisco la barca muoversi piano, ma non so per dove. Il panico è una striscia di ghiaccio che usa le vertebre come scalini al cervello. Non c’è più senso. Sono finiti i luoghi.
Sicché sparo un razzo. Ne perdo il conforto dopo pochi metri: si spegne, mai nato, come la fiamma fatua di un fornello senza più gas.

Due scherzi del delirio.
Il primo è che mi scavano incontrastati i versi di un De Gregori d’epoca: Generale, dietro la collina / ci sta la notte, crucca e assassina / e in mezzo al prato…
Il mare è un prato?
Perché? Qui non ci sono colline, ma scogliere sì e forse sto per finirci tra i denti.
Il secondo è che ad un tratto mi sembra di scorgere una luce fievole, un lucore oscillante come la cipolla sferica di un ipnotista.
Mi assale un presagio, e un’antica paura: se fosse l’isola di San Paolo?
Ma non ho altra scelta che mettere in moto e dirigermi verso quella salvezza – o quella sventura. Ci arrivo in folle, in un silenzio che somiglia a un battito, radendo un sentiero tra gli scogli che non avrei visto giammai.
E sì, è proprio San Paolo.
E dietro la luce c’è un braccio. Dietro il braccio, una figura.
Vieni, sussurra in diretta da un altro mondo Pierre Choderlos de Laclos, il Generale.
E penso: per le travi dell’inferno, questa valle di lacrime non mi vuole più.
 
“Legala lì”, comanda, e indica un palo ritorto con la lanterna sbieca: dev’essere alimentata a olio di balena. Eseguo con calma malata, inconcepibile: la quiete della non speranza, scrisse Vittorini. Mi sa.
“Hai paura?”
Mi fa più paura non averne più, ma come faccio a dirglielo. Come faccio a dirgli ciò che forse sa a memoria e che tutti i pescatori pensano di lui, o meglio dello spettro di lui, però qual è poi la differenza? Che la rabbia del fantasma di Laclos porta malaugurio, tempesta, rovina. Io non l’ho cercato: trovato, sì. Seguimi, ordina, soldato. Soldato, Generale?
“Soldato. Seguimi.”
Non ha torto. Forse che ciascuno di noi non milita? In una causa, in un amore, uno schema, un’ossessione, in uno sterrato che non porta a una via?
Sì, Generale.
Nella Torre Corazzata, griffata Vittorio Emanuele II dopo l’Unità, trascino uno sgabello e chiedo il permesso di sedermi. Non mi bada. Porge un bicchiere panciuto con la enne d’oro: cognac, e sembra sorrida, possibile? Napoleon, ca va sans dire.
Certo: va da sé. Lei non beve, Generale? Mi pento subito dell’ idiozia.
“No, soldato. Ma adesso ascoltami oppure chiedi, due cose ininfluenti: sinché non scade il tempo. Poiché non esiste tempo che non scada.”
Tranne che per me, mormora, e distoglie il viso.
Lo guardo meglio con un improvviso grammo di coraggio: non più parrucca bianca, ma capelli crespi, la barba grigia, il pastrano intriso. Anche gli spettri, rifletto, scendono a patti con lo scirocco della malinconia.
 
“Credi di sapere, ma infine cosa sai, soldato? Non sono le tue ossa che finirono ai granchi e non è il tuo Riposo che è finito ai demoni.”
So, Generale, ciò che ho sentito e che è stato scritto: specie da Helene Claude Frances nel suo splendido ‘Il fantasma di Laclos’, 2006.
“Ah, Helene… Docente, scrittrice, storica. Bravissima. E bretone, poi tarantina adottiva. Significa che nessuno più di lei può saperne di rotte, pirati, uragani e fantasmi. Andai a trovarla perché ne era degna, e parlammo a lungo. Mai avrei potuto permettere che tale Signora rischiasse il naufragio.”
Giusto. Altri, sì.
“Cosa vuoi che m’importi delle maestranze, soldato. E se anche fosse? Ti sembra che la mia furia sia senza diritti? Profanarono la mia tomba in piazza d’armi solo perché Napoleone era stato sconfitto a Waterloo, e scaraventarono le mie spoglie nella schiuma. Come potrei non restituire con gli interessi? Fanno bene i pescatori ad aver paura di me.”
Allora perché io sopravvivo? Perché non ha lasciato che mi schiantassi ai pesci?
“… Perché mi serviva che tu potessi raccontarla, soldato.”
Botta di culo. Ammetta, tuttavia: Taranto l’ha rivalutata, dedicandole una strada. E monsignor Giuseppe Blandamura, Penitenziere, teologo e trattatista, un’ottantina d’anni fa ha vergato grandi elogi, per lei.
“Un prete? Onore al merito della sua pulizia morale. Pur sempre un prete, soldato.”
Sì, è un problema, per lei illuminista d’estrazione. In punto di morte, nel settembre 1803, rifiutò il conforto religioso nel convento di San Francesco e pretese una fossa nel suo fortilizio in San Paolo.
“Si muore come si vive, o si dovrebbe: con la schiena dritta, soldato. Devo metterti il bicchiere tra il mento ed il petto?”
… No, signore. C’è dentro il cognac.
 
“A Taranto ero già stato inviato in segreto dal mio Imperatore, che era ancora ufficialmente Console. Tanto e giustamente si parla delle sue capacità di stratega militare, mai abbastanza di ciò che fece da amministratore: organizzò i territori, creò i licei, abolì i privilegi…”
Insieme alla libera stampa. Il suo trionfo dispotico non ammetteva voci che non fossero la propria.
“… Riordinò il magma della tradizione giuridica, e ne fece il Codice: dal divorzio al possesso all’ereditarietà. Intuì che Taranto era, anzi avrebbe potuto, dovuto essere il caposaldo del Mediterraneo: un’altra Gibilterra. E mandò me.”
E mandò lei, signore de Laclos, Generale della Riserva d’Artiglieria dell’Armata d’Italia: a costruire su San Paolo la fortificazione che avrebbe fatto da sentinella. Una star della penna – prima che del moschetto - sui Due mari.
D’accord, il mio romanzo, ‘ Les liaisons dangereuses’. Ma lo avevo scritto ventuno anni prima, nel 1782”.
Poco conta, Generale: tiratura, fama e scandalo immortali. Un destino che converge, no?
“Una dannazione che coincide.”
Bei tipi lì dentro, signore. Il libertino Valmont. La burattinaia marchesa di Merteuil. La fragile Cécile. E seduzioni, trame, corna, inganni, vendette. Gli ingredienti… opportuni. Licenziosi, per l’epoca.
Merde, soldato, cosa vuoi insinuare? Che lucrassi copie con storie di letto? Il mio intento era nobile come dev’essere l’animo di un Generale: mettere a nudo l’amoralità dei costumi femminili nella corte borbonica, e loro incidenza nei successivi disastri socio-politici.”
Non c’è dubbio. Ha visto il film di Stephen Frears, nell’88? Parterre de roi, come direbbe lei: John Malkovich, Glenn Close, Michelle Pfeiffer, Uma Thurman.
“Sedetti in grembo a una splendida donna, la sala era piena. Il suo stupido compagno non avrebbe potuto accorgersi di nulla, ma lei sì: diventò inquieta… Malkovich nelle sembianze di Valmont era perfetto. La scena della Close davanti alla specchiera, poi.”
La onorarono, Generale: tre premi Oscar, per giunta. E quel giovanotto che infine fa la pelle, in duello, al re dei casanova.
“Il ragazzo… Danceny, fidanzato di Cécile. Chi era l’attore?”
Un giovane Keanu Reeves. Da grande sarebbe diventato John Week. Si vede che stava studiando.
“Jean… chi?”
Non importa, Generale. Sta di fatto: duecento grandi giorni tarantini, operativi, fruttuosi, grandiosi ma pochi, e 54 di agonia. Malaria precedente o dissenteria contratta qui? Magari cozze e ostriche? Donne di mala linfa, perché no?
“… Concedimi di concedere: alla mia leggenda, soldato. Non stai parlando con un furiere, o con un portantino.”
 
Come potrei permettermi, signore. Il dato innegabile è che Taranto non ha portato bene, a voi generali napoleonici.
“Mmmh… Capisco. Thomas Alexandre Dumas, Generale di Corpo d’Armata e padre del futuro papà dei tre o quattro moschettieri, quelli che erano. Un gigante nero, quasi uno e novanta, col suo inseparabile bastone. Un facinoroso e maledetto insolente.”
Siccome le cantò chiare al suo Imperatore non ancora tale, signore? Ebbe le palle di chiamarlo ‘somaro’ e ‘cagasotto’, durante la Campagna d’Egitto.
“E decretò la sua rovina, com’era sacrosanto che fosse. Non si manca di rispetto a una divinità in terra come Bonaparte.”
Questo secondo lei. Il Generale Dumas mise gli stracci in baule, sciolse le vele alla ‘Belle Maltaise’ e drizzò la prora verso Taranto, che credeva ancora francese dopo i mesi di Repubblica.
“Disinformazione, il collega meritò la sciagura: Taranto era tornata borbonica e sanfedista, col cardinale Ruffo alla guida. Lo rinchiusero nel Castello Aragonese, se non sbaglio. Era il 1799.”
Sì, lei in Francia aveva appena salvato la testa, unico tra i seguaci del suo mentore, il Duca d’Orleans, e stava per trovare in Bonaparte il migliore dei neo sponsor. Mentre Thomas finiva negli artigli di quello che sarebbe stato d’ispirazione per il Castello d’If.
“Fantasie di suo figlio Alexandre, nordafricano ed esagerato come lui. Il ‘Conte di Montecristo’ ed amenità consimili.”
Amenità, signore? Un libro che ha tatuato la letteratura. Quella di qui e non solo di qui dovrà ringraziare per sempre l’ammiraglio Francesco Ricci, il grande uomo che queste vicende ha scoperto e svelato, e che del Castello Aragonese è il benemerito restauratore. Thomas Alexandre Dumas nella sua prigionia tarantina fu torturato, avvelenato e percosso dagli sgherri di quel bastardo del marchese Della Schiava. Ne uscì cionco e mezzo cieco, ma qualche aguzzino non rivide l’alba. Thomas non sarebbe guarito più.
“Sia pace alla sua anima scostumata. Se rinasce, saprà come comportarsi. Un problema non mio.”
Dato che lei non è mai morto, signor de Laclos. Militare, scrittore, avventuriero, mago della balistica, inventore - sul serio - della granata?
“… Concedimi di non concedere, soldato. Eccetera.”
Eccetera, Generale. Dongiovanni, fondatore, editore (coperto), direttore del ‘Journal des Amis de la Constitution’, sempre col suo Duca dietro. Detenuto, miracolato, ripescato. Massone, Gran Maestro della Loggia ‘Henri IV’. Sessantadue anni di vita come trecento: le relazioni pericolose non erano forse le sue, e con il mondo?
“Un modo di vederla, soldato. Soprattutto, un modo di viverla. Sì, come dite oggi: confesso che ho vissuto.”
Morto no, non le è stato concesso: scomparso in carne e sangue, semmai, ma niente di più. Se posso permettermi: giacobino e quasi decollato dai giacobini, solo in carcere dopo il Duca, solo in strada prima del Vate, solo e basta in un avamposto senza più tracce di gloria, di salotti, di speranze pre o post napoleoniche e di illusioni parigine. Solo infine nel letto fradicio vomitando la sua anima romanzesca e illanguidita. Solo tra i gabbiani rochi della barriera smarrita. Solo tra gli spettri, adesso, che maledicono questa notte e inventano questa nebbia.
“… Nebbia, soldato? Non esiste altra nebbia se non quella che cala sul cuore e ottenebra la  mente. Usciamo, e vedrai.”
 
Ha ragione: il cielo adesso è un album Panini con tutto il firmamento. Conto stranito le prime di un’Orsa: una, due, tre. E penso, più idiota di prima, e daccapo non so perché: Generale, queste cinque stelle…
Queste cinque lacrime sulla mia pelle, dice, e si volta. Mi volto.
Ma più altro che la mia barca al palo non c’è, e un sentiero impossibile tra gli ultimi scogli.