Dalla “guerra di mala” ai giorni nostri

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Intervista al dott. Nicolangelo Ghizzardi, Avvocato generale presso la Corte d'Appello, memoria storica di uno dei periodi più bui della città di Taranto

Incontriamo l'Avvocato generale dott. Nicolangelo Ghizzardi nel suo ufficio al quarto piano della sede della Corte d'Appello, al quartiere “Paolo VI”. L'occasione è per salutare uno dei più valenti magistrati su cui Taranto può contare da anni e per discutere su come la città sia cambiata dall'epoca in cui proprio il dott. Ghizzardi faceva parte del “pool di pubblici ministeri” che si occupò del procedimento antimafia “Ellesponto”, lo stesso che assestò il colpo di grazia ai clan della malavita locale.
Rientrato alla base dopo aver ricoperto per sette anni la carica di procuratore aggiunto presso il Tribunale di Brindisi, il dott. Ghizzardi mantiene intatto il suo entusiasmo per un lavoro che gli ha riservato tante gratificazioni. Un lavoro che non è affatto semplice, un lavoro che, come lui stesso ha sostenuto, difficilmente crea consenso, un lavoro che lo ha portato ad occuparsi di tante vicende giudiziarie che hanno caratterizzato la storia recente della città dei due mari.
Da quando indossò per la prima volta la toga di magistrato sono passati 33 anni. Per il dott. Ghizzardi entrare in magistratura e servire lo Stato era la più grande aspirazione. E lo ricorda con piacere: “Dopo la laurea in Giurisprudenza ho vissuto una non tanto breve esperienza nella Marina militare in qualità di ufficiale delle Capitanerie di Porto. Ma nonostante le soddisfazioni che questo ruolo mi ha riservato, la magistratura è stata sempre il mio grande amore. Pur lavorando ho continuato a studiare perché volevo poter realizzare un giorno questo mio sogno e svolgere il più bel lavoro che un laureato in legge possa fare.”
Un bel lavoro, svolto anche nel migliore dei modi come dimostra la brillante carriera che l'attuale Avvocato generale può vantare.

Dott. Ghizzardi, dopo gli anni trascorsi a Brindisi, è tornato a lavorare nella sua città in una veste diversa. In precedenza lei si occupava direttamente delle indagini, adesso, invece, è chiamato a valutare procedimenti già istruiti da altri colleghi e definiti da sentenze di primo grado. Come ha affrontato questo cambio di ruolo?
Debbo dire che sono stato lontano da Taranto dal punto di vista professionale per 7 anni perché ho ricoperto la carica di procuratore aggiunto a Brindisi dove ho raggiunto un buon livello di soddisfazioni professionali. A Taranto, quando sono rientrato, ho assunto la carica di Avvocato generale (nel luglio del 2016, ndr) proprio perché ho sentito subito la necessità di reinserirmi in quella che era la vita cittadina, soprattutto dal punto giudiziario. Quindi lo strumento che ritenevo più adeguato per raggiungere questo scopo era quello di sostenere in appello l'accusa in quei processi che in qualche modo avevano segnato la storia recente di Taranto. Ed ecco perché ho sostenuto l'accusa in uno dei processi che sono seguiti al dissesto finanziario di Taranto, in particolare mi riferisco alla vicenda del prestito obbligazionario garantito dai buoni ordinari comunali e poi mi sono interessato in prima persona dello stralcio del processo “Ambiente svenduto”, due processi che in quest'ultimo periodo hanno certamente caratterizzato la storia della città. Dal punto di vista della criminalità organizzata non ho ritenuto di inserirmi perché la carica me lo impedisce; si tratta di processi importanti di cui si è occupata la direzione distrettuale antimafia di Lecce. Ad ogni modo, questi processi rappresentano uno stato di crisi che ancora la città vive dal punto di vista della malavita che, devo precisare, non è per niente paragonabile a quella degli anni Novanta.

A tal proposito, volevo chiedere, a lei che è stato uno dei magistrati impegnati in prima linea in maxi-processi antimafia, come partì l'inchiesta denominata “Ellesponto”, quella che ha fatto luce sulla sequela di crimini che caratterizzarono la famigerata “guerra di mala”. Ma, soprattutto, è interessante capire fino a che punto l'aiuto dei collaboratori di giustizia è stato decisivo per far decollare una vicenda che ha riguardato uno dei periodi più bui della città.
Sicuramente il processo Ellesponto non sarebbe nato se non ci fosse stato l'apporto dei collaboratori di giustizia. C'è da dire che questo procedimento è successivo a tre processi caratterizzati da un tipo di investigazione assolutamente ordinario, processi che avevano messo già in evidenza l'esistenza nel territorio tarantino di gruppi criminali organizzati, anche se di questo ne avevano dato una visione soltanto parziale. Si trattava di una visione atomistica del fenomeno che poi è stato disvelato in tutta la sua dimensione grazie all'apporto dei pentiti. Credo di aver detto nel corso della requisitoria del processo “Ellesponto” che l'apporto dei collaboratori ha consentito di fare breccia nel muro di omertà che normalmente cinge la criminalità organizzata e attraverso questa breccia entrare al suo interno e riuscire a smantellarla.

Ma c'è il pericolo che sodalizi criminosi di quello spessore possano tornare in scena?
Non credo che allo stato attuale quel tipo di criminalità possa riproporsi oggi come oggi. Anche se debbo dire che alcuni fenomeni che hanno portato alla formazione di quei sodalizi criminosi è possibile ritenerli sussistenti anche in questo periodo storico. Quello che però può dare segnali ottimistici è la presenza di Forze dell'Ordine molto preparate, professionalmente in grado di controllare il territorio, cosa che all'epoca non esisteva assolutamente e che aveva consentito alla criminalità di evolversi, di accrescersi e di arrivare a livelli impensabili. Era una criminalità in cui i personaggi avevano un carisma nazionale, era una criminalità assolutamente indigena. Spesso la criminalità tarantina viene confusa con la Sacra Corona Unita, ma non aveva nulla a che fare con la SCU. Questa nasceva come gemmazione della camorra napoletana. Come ho detto, quella tarantina era indigena, era impermeabile alle altre realtà criminali organizzate con le quali è entrata in contatto, però solo per fare affari illeciti.

Forse ebbe contatti più intensi con quella calabrese?
Processualmente abbiamo avuto modo di verificare questi contatti attraverso elementi che hanno evidenziato rapporti della criminalità tarantina con quella calabrese, ma anche con la camorra napoletana. Basta dire che alcuni “omicidi eccellenti” sono stati compiuti in Campania ed alcuni esponenti campani sono venuti a Taranto ad allearsi con il gruppo che faceva parte del clan Modeo, come dimostrano sentenze che hanno visto la condanna di soggetti napoletani vicini al clan di Marino Pulito. Soggetti che erano soliti frequentare la macelleria dello stesso Pulito, dove fu collocata (grazie ad una intuizione investigativa eccezionale) una microspia che ci ha arricchito di informazioni sulla vita della criminalità tarantina. Posso fare un altro esempio. Un “omicidio eccellente” fu quello di Cosimo Lippo, il quale fu ucciso da due sicari che indossavano divise delle Forze dell'Ordine che erano state recuperate da Marino Pulito a Villaricca, Comune del Napoletano. Un particolare che la dice lunga su quelli che erano i rapporti della malavita ionica con la Campania, dove fu pure ucciso, con la complicità di alcuni malavitosi del luogo, un pezzo da novanta della criminalità tarantina: Pasquale Balzo, soprannominato “Sceriffo Kid”.

Ma in quell'epoca la politica ebbe un ruolo? Ci furono delle contiguità con la malavita? E se questo avvenne, fu la politica a servirsi della criminalità? O fu la criminalità ad utilizzare la politica per raggiungere i propri scopi?
Questa forma di contiguità fra politica e malavita c'era in quel periodo, sicuramente. Ed è anche stata giudizialmente accertata. Non devo ricordare le condanne che si sono registrate nei confronti di uomini politici importanti, che vedevano nella criminalità un serbatoio di voti elettorali. Questo è un fenomeno che è sempre esistito, e non solo a Taranto, ma in quel periodo c'è stata una vera e propria degenerazione dei rapporti. Ci sono state infiltrazioni malavitose notevoli, basti pensare ad un episodio che ha portato alla condanna di un importante uomo politico dell'epoca e che vide una estorsione ai danni della costruenda “Mongolfiera”, una estorsione che fu pari a 500 milioni di lire, che a quei tempi era una somma notevolissima. Quell'estorsione fu consumata con il beneplacito di un altro pezzo da novanta della criminalità di quegli anni, Francesco Basile, che poi fu ucciso.

Un omicidio che ruppe una sorta di “pax mafiosa” e che probabilmente fu fra i fattori scatenanti della “guerra di mala”.
Si tratta di un omicidio che è rimasto sempre un po' oscuro sotto il profilo degli autori, un omicidio che non è stato mai chiarito giudizialmente. Si parlò di un coinvolgimento dei fratelli Modeo, ma non è mai stato accertato. Si può dire che di quel delitto questi ultimi si avvantaggiarono per raggiungere quella notorietà nazionale che fece loro acquisire il carisma necessario per entrare nel gota della criminalità. Un carisma che fu accresciuto ulteriormente da altri due omicidi: quelli che videro come vittime il contrabbandiere Cosimo D'Acunto e Matteo Marotta. Il primo fu ucciso perché tentò di opporsi all'egemonia dei Modeo nel controllo del contrabbando, che all'epoca era una delle fonti primarie per l'arricchimento dei sodalizi criminosi. Il secondo invece fu ammazzato perché cercò di creare una cooperativa per la gestione della “guardiania” in maniera quasi legale ed alternativa al clan. Un altro omicidio che, secondo me, segnò l'ascesa dei Modeo fu quello di Vito Masi, un boss di vecchio stampo, che fu eliminato perché creava ombra al loro potere.

Un delitto efferato rimasto avvolto da un alone di mistero fu quello di Antonio De Meis ed Helen Bartolino, uno dei casi di “lupara bianca” trattati dal maxi-processo “Ellesponto”.
E' un duplice omicidio commesso quasi sicuramente a Trani da Salvatore Annacondia, ex esponente di spicco della mala barese che si legò al clan Modeo. I cadaveri di De Meis e della Bartolino non furono mai trovati perché dati alle fiamme. Sulle motivazioni di questo assassinio ci sono stati dei dubbi dal punto di vista processuale. Io sono convinto che l'omicidio aveva delle motivazioni di carattere economico e che era strettamente collegato ad una grossa importazione di droga dal Sudamerica, da Santo Domingo. Si parlava di più di 50 chili di cocaina il cui finanziamento non è stato mai ben chiaro, ma sulla ripartizione dei proventi dello smercio di questa droga probabilmente ci deve essere stato qualche dissidio all'interno del clan a cui seguì la morte di De Meis, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questa operazione. De Meis era un personaggio strettamente legato al clan Modeo ed operava a Milano a dimostrazione che la malavita ionica aveva esteso i suoi tentacoli non soltanto al Sud ma anche nel Milanese, dove insieme a De Meis c'erano altri personaggi tarantini di un certo spessore criminale.

Alla luce di questo, c'è da chiedersi cosa ne sarebbe stato di Taranto senza l'operazione antimafia “Ellesponto”.
Eh sì, in quegli anni si era arrivati ad un punto tale che si poteva ipotizzare e temere una vera e propria radicazione della criminalità nel territorio ionico. C'era il timore che le radici della criminalità potessero affondare sin nel sottosuolo e poi sarebbe stato molto più difficile sradicarle. Per fortuna, diciamo, siamo arrivati in tempo...

Nel corso del maxi-processo “Ellesponto” spuntò anche il nome di Andreotti che secondo il collaboratore di giustizia Marino Pulito sarebbe stato contattato per la revisione del processo per l'omicidio di Matteo Marotta, a seguito del quale Riccardo e Gianfranco Modeo riportarono una pesante condanna. Ma quanto c'è di vero in questa storia?
Il nome di Andreotti si fece in relazione ai tentativi di revisione della condanna dei Modeo. Dal punto di vista processuale può ritenersi accertato un incontro che ci fu in un hotel di Roma fra Marino Pulito, alcuni suoi adepti e Licio Gelli, l'ex venerabile della P2, e qui si possono evidenziare quali collegamenti la criminalità tarantina avesse instaurato con la massoneria. Stando al racconto di Pulito, in quell'occasione, in loro presenza, Gelli avrebbe fatto una telefonata ad una persona che chiamò Giulio. Ma di quale Giulio si trattasse... ancora oggi non è dato sapere. A me risulta che questa dichiarazione fu resa da Pulito anche nell'ambito del processo antimafia che vide Andreotti imputato a Palermo. Processualmente c'è la parola di Marino Pulito e questo tentativo di Gelli di intervenire sulla revisione. Un tentativo che, va ricordato, non sortì alcun risultato.

Ma a livello generale, c'è mai stato qualche segnale capace di far temere un utilizzo distorto dei collaboratori di giustizia e che siano stati usati per raggiungere determinati scopi?
A livello generale non mi sento di escluderlo. Non sono in grado di fare riferimento a specifici episodi perché non ne sono a conoscenza, però è un rischio che è insito nella natura stessa dello strumento investigativo che veniva utilizzato. Cioè, spesso il collaboratore di giustizia pur di compiacere il pubblico ministero è pronto a dire tutto e anche più di tutto su tutti ed ecco che nella gestione di questo strumento investigativo utile, ma anche pericoloso, bisogna essere molto cauti. E' un po' come internet, che può essere utilizzato per gli scopi più nobili, ma anche per quelli più deplorevoli. Io posso vantarmi del fatto che a Taranto dei pentiti sia stato fatto un uso molto prudente e nei limiti delle nostre capacità le loro dichiarazioni sono state sottoposte ai riscontri più rigorosi. Dove i riscontri sono sembrati flebili, abbiamo preferito non procedere ed abbiamo abbandonato quelle dichiarazioni a se stesse.

Un'ultima domanda che esula un po' dagli argomenti fin qui trattati: che ne pensa di quei magistrati che decidono di fare politica?
E' un tema estremamente dibattuto, prima lo era solo a livello politico, adesso anche a livello di associazione nazionale magistrati. Si prevede per i magistrati un divieto di partecipazione alla vita politica durante la loro esperienza professionale, oppure, consapevoli che stabilire un divieto del genere va in conflitto con la libertà dell'elettorato passivo, si prevedono dei limiti o il divieto di rientro in magistratura per un certo periodo di tempo con una sorta di decantazione in altri uffici o in altre istituzioni... insomma siamo di fronte ad un problema delicato. Io sono del parere che il magistrato ha tutto il diritto di entrare in politica. Se fa questa scelta quando è nel pieno della sua attività, poi, però, non dovrebbe più tornare a fare il magistrato. Invece, una volta che va in pensione non credo ci sia spazio per pensare a dei divieti. Così come non vedo con simpatia alcune persone che fanno politica per 30-35 anni rimanendo fuori ruolo per lo stesso periodo dalla magistratura. Dopo 30 anni mi sembra che sia il momento di abbandonare la toga anche dal punto di vista formale. Ed abbiamo molti esempi di questo tipo nel nostro parlamento. Ma è inevitabile che accada questo nel momento in cui non si riesce ad arrivare ad un'autoregolamentazione. Poi, spesso capita che la regolamentazione arrivi dall'esterno e si finisce che per curare un male si usa una medicina capace di provocare effetti ancor più devastanti del male stesso.

Quindi non vedremo mai in politica il dott. Ghizzardi?
No, non ci ho mai pensato e nessuno me lo ha mai proposto perché sanno che sono assolutamente indipendente.