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Martedì, 23 Gennaio 2018
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“FARE L'AVVOCATO A TARANTO? UNA VERA E PROPRIA IMPRESA”

Interviste
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Crisi economica, lentezza della giustizia, settore ormai saturo: la classe forense sempre più chiamata a confrontarsi con una miriade di problemi. Intervista al presidente della Camera Penale, avv. Egidio Albanese

La prima parte della giornata è dedicata interamente alle udienze e questo senza trascurare gli impegni legati alla carica di presidente della Camera Penale di Taranto; nel pomeriggio c'è la tappa fissa in studio dove gli appuntamenti si susseguono senza soluzione di continuità; poi, si aggiungono i colloqui con i propri assistiti che sono delle priorità ineludibili: insomma, esser riusciti a “strappare” un'intervista all'avv. Egidio Albanese non è risultato semplice. Del resto, il tempo da riservare a questioni extralavorative è sempre troppo poco quando si sceglie una professione così impegnativa come quella forense. Ad ogni modo, di tutto questo l'avv. Albanese non se ne lamenta anche perché quando fu chiamato a decidere se intraprendere la carriera legale e confrontarsi con i magistrati nelle aule di Palazzo di Giustizia o se diventare commissario di Polizia, non ha avuto dubbi: l'avvocatura era il suo destino. Un destino legato alla sua città natale, Taranto. Una città che non ha mai voluto lasciare. Già, Taranto. Una città dalle mille contraddizioni, una città che fa poco per sfruttare le sue enormi potenzialità, una città che, per uno strano gioco della sorte, si ritrova a dipendere sempre dagli altri, una città che sta cercando di abituarsi a fronteggiare emergenze di qualsiasi tipo. Come quella originata da una crisi economica che, soprattutto in riva allo Jonio, non ha risparmiato alcun settore.


Presidente, qual è lo stato di salute della classe forense? Possiamo dire che ha vissuto sicuramente periodi migliori, tenuto conto che la vostra categoria è stata una di quelle maggiormente toccate dalla crisi? E se a livello nazionale i problemi non mancano, si esagera se si sostiene che nella realtà tarantina forse se ne registrano sin troppi?

E' vero: devo dire che nel nostro ambiente i problemi sono tanti. E ad aggravare la situazione è il fatto che c'è molta sfiducia. Si tratta di una sfiducia che i colleghi avvertono nei confronti di tutto ciò che è l'istituzione. Purtroppo, lo scenario in cui operiamo non è dei più rosei.

Ecco, ma per quale motivo?

Da più parti si dice che il numero degli avvocati è esorbitante, anche se di recente il trend sembra cambiato in quanto stanno diminuendo le iscrizioni. I nuovi colleghi che si avvicinano all'Ordine sono sempre in numero inferiore rispetto al passato. Ma questo nasce, secondo me, anche da una situazione di crisi economica perché se consideriamo una visione più globale (grazie al fatto che frequento ogni giorno le aule del Palazzo di Giustizia) posso dire che in una società, alle prese con un momento di crisi economica, diventa difficile svolgere l'attività dell'avvocato.

Una delle ragioni non sarà, forse, perché la gente si rivolge sempre meno all'avvocato?

Certamente. La gente si rivolge sempre meno all'avvocato. Iniziare una causa civile, ad esempio, significa affrontare un esborso che a volte non tutti possono permettersi. E al di là dei meccanismi (io li definisco “ammortizzatori sociali”) come il patrocinio a spese dello Stato, che poi si tratta di piccoli interventi, non c'è altro. Pensiamo alle imprese, ai cittadini “normali” che hanno un reddito che non consente di rivolgersi a questi “ammortizzatori sociali”, be' allora diventa davvero oneroso affrontare un giudizio. Forse il legislatore ha voluto anche questo nelle varie riforme e nei vari aumenti economici di accesso alla giustizia. Forse ha voluto anche questo. Una forma per disincentivare alla professione.

Ma questa crisi è dovuta principalmente a fattori economici oppure a questi possono aggiungersi anche questioni professionali? Mi spiego meglio. Al giorno d'oggi, sono tutti capaci coloro che arrivano a svolgere questa bellissima professione? Forse ho una visione romantica della figura dell'avvocato, ma non ritiene che fra le cause della crisi della classe forense ci possano essere problemi di fondo, problemi legati al tipo di preparazione, al tipo di approccio alla professione che non viene vista più come una missione, ma come un lavoro come tanti altri?

La problematica è seria e profonda. Bisogna andare indietro nel tempo. Io ho avuto la fortuna di laurearmi a 22 anni e di cominciare molto presto. All'epoca le Commissioni di esame erano formate da magistrati ed avvocati, Commissioni che devo precisare non erano presiedute da avvocati. Ed il primo problema che abbiamo avuto è stato proprio questo. Adesso l'analisi va fatta “ex post”. Nel momento in cui l'avvocatura ha rivendicato ed ottenuto la presidenza delle Commissioni per gli esami da avvocato abbiamo avuto un aumento notevole di candidati che superavano le selezioni. Per cui la situazione che si è venuta a creare è stata questa: dopo la laurea in Giurisprudenza, a fronte delle difficoltà di inserirsi nell'ambito di un impiego privato, ma soprattutto pubblico perché lo Stato non assumeva e non assume ancora, si decide l'inizio di una pratica professionale, a volte molto facile. Io, ai miei tempi (non inganni il riferimento al passato, l'avv. Albanese è ancora giovane anche se la sua carriera è quella di un veterano, ndr), ci ho messo sei mesi per trovare un avvocato che, con i requisiti che possedevo, mi facesse fare pratica nel suo studio. Dopo è diventato molto più facile. La verità è che dopo aver fatto un certo periodo di pratica, l'esame si supera e poi... si fa l'avvocato. Si arriva a 30-35 anni che sei avvocato, ti guardi intorno e vedi che... tutti fanno la tua stessa professione.

Quindi, è vero che ce ne sono troppi?

Io non credo che alcuni colleghi siano felici di come vanno le cose. Non credo che siano contenti quei colleghi costretti alla sopravvivenza o, peggio, quelli che sono costretti a ricorrere a mezzucci (il riferimento è ai “sinistri falsi”) che denotano non solo un abbattimento morale e deontologico evidente, ma che evidenziano anche una difficoltà economica di guadagnare per vivere. Molti purtroppo sopravvivono. Questa è la realtà. Certo se ci fosse un modo per consentire un accesso alla professione un po' più serio, un po' più selettivo forse il dopo sarebbe migliore per l'avvocato. Però questa è la situazione, che è una situazione a livello nazionale. Ormai non c'è più posto per tutti. Ed il fatto che le iscrizioni all'Ordine, come dicevo, siano diminuite lo dimostra. Certo, va sottolineato che ci sono le eccellenze, c'è sicuramente chi merita e chi si fa strada brillantemente. Questa è una professione tanto “romantica” quanto difficile, tanto bella quanto “impossibile”.

Sì, è vero: una professione bella, ma difficile. Tanto difficile, soprattutto a Taranto...

La realtà di Taranto è purtroppo una delle peggiori in Italia. Anche noi avvocati abbiamo risentito della crisi dell'indotto della grande industria. Se ci guardiamo intorno, fino a quando la struttura ILVA ha retto, questa ha retto le sorti di tutta la città e anche dell'avvocatura. Oggi che c'è questa situazione di difficoltà, tutto si riverbera sulla società civile e di conseguenza sull'avvocatura, che è parte della società.

Quindi Taranto è sempre collegata, in un modo o nell'altro, a doppio filo all'ILVA.

Sì, le cose stanno in questo modo. Basti pensare al contenzioso del lavoro. Non mi riferisco a quello penale, pensiamo al contenzioso del lavoro e lì i numeri credo siano eloquenti. Ripeto: affrontare un giudizio civile ti dà la certezza che devi anticipare denaro per poi, forse, avere ragione fra sei-sette-otto anni, se non di più, visto che i tempi della giustizia civile sono questi. Ma tale situazione non dipende dagli avvocati. Sento dire che gli avvocati sono artefici di questo stato di cose, ma non è così. E' la struttura che determina questa situazione, non certamente gli avvocati. E' il numero delle cause pendenti, il numero dei magistrati che sono pochi, del resto siamo in una situazione dove i posti vacanti messi poi a concorso non vengono coperti perché non ci sono magistrati che vogliono venire a Taranto.

A proposito dei magistrati e delle lacune di organico che riguardano anche il personale degli uffici giudiziari, qual è il rapporto degli avvocati con la “macchina giustizia”? A Taranto l'avvocato è messo nelle condizioni ideali per poter esercitare il proprio mandato? Quanto incidono le carenze strutturali sulla qualità del lavoro da svolgere? Gli scioperi che vengono indetti dalla classe forense sono davvero utili per sollecitare il governo a trovare soluzioni?

Questa domanda richiede una risposta articolata. In generale, i rapporti fra foro e magistratura sono ottimi, per quello che è il mio punto di vista. Certo ci si lamenta da entrambe le parti perché ci sono esigenze diverse. Noi abbiamo come Camera Penale e Consiglio dell'Ordine cercato di realizzare un protocollo di intesa per la gestione delle udienze perché mi rendo conto che quando si arriva ad un'udienza dibattimentale con 40-50 fascicoli (e mi riferisco solo alle cause penali...) diventa molto, ma molto difficile amministrare la giustizia. E' quasi una sorta di giustizia denegata al cittadino che noi avvocati rappresentiamo. I rapporti non sono tesi, ma perché c'è collaborazione da parte di tutti. Noi cerchiamo di non ingolfare la macchina della giustizia. C'è molta disponibilità. Certo, devo dire con estrema franchezza, senza voler avanzare accuse nei confronti di nessuno, che se ci fosse un po' più di disponibilità tecnologica... questa non guasterebbe.

Presidente, ci faccia capire meglio.

Io, personalmente per esperienze professionali, sto girando l'Italia e a volte, faccio un esempio, anche gli avvisi di rinvio delle udienze mi giungono sulla posta elettronica certificata; si tratta di piccole cose che però si rivelano importantissime in quanto servono per organizzare meglio il proprio programma lavorativo. Ma a livello nazionale, poi, ci sono altri problemi. Come Camere Penali abbiamo terminato da poco la raccolta delle firme per la separazione delle carriere dei magistrati, ma questo è un fatto che attiene a questioni generali. Quello che posso dire è che, anche valutando il numero delle firme raccolte per la separazione delle carriere, il cittadino è scontento di come funzione la macchina della giustizia. La giustizia è lenta e non funziona tanto bene, questa è la verità.

Ma a proposito di giustizia lenta, vogliamo sfatare quel luogo comune secondo cui sono gli avvocati a chiedere sempre rinvii per far allungare i tempi dei processi?

No, ma questo non è mai stato vero. Non lo pensa nemmeno la maggioranza dei magistrati italiani. Quella della giustizia è una macchina ingolfata, certo gli avvocati chiedono dei rinvii, ma perché vi sono impegni professionali concomitanti, però non è che l'avvocato contribuisce ad allungare i tempi. Figuriamoci... Il problema è che quando un magistrato ha sul ruolo 40-50 processi... la situazione diventa “drammatica”. E' difficile da gestire. Anzi, va dato atto che devono svolgere un ruolo non dico eroico, che sarebbe esagerato sotto certi aspetti, ma è un lavoro difficile che richiede anche una particolare predisposizione al sacrificio anche fisico perché stare seduti e seguire in maniera lucida lo svolgimento delle udienze dalle 9 del mattino sino alle 17 del pomeriggio non è facile.

Cosa mi dice del dibattutissimo tema della prescrizione. Stiamo vedendo che le opinioni in merito sono differenti, a seconda dei punti di vista, anche politici, ma gli avvocati come pensano che debba essere disciplinato questo istituto? Pensano che il modello di prescrizione italiano sia migliore rispetto a quello degli altri Paesi?

Be' la prescrizione è un istituto di civiltà giuridica, tutte le cose della vita hanno un inizio e una fine. Una persona non può essere costretta ad essere imputata a vita. E' giusto che la prescrizione venga osservata, ma è giusto che venga disciplinata anche con quegli istituti che consentono di ottenere un rinvio per impedimento legittimo del difensore o dell'imputato. Nel nostro mondo, la prescrizione è un “male” necessario. Sarebbe bello se non esistesse, però bisogna anche dire che nei Paesi esteri in cui viene applicata in modo differente la giustizia ha tempi diversi da quelli nostrani. Si è cercato in vari modi di sveltire i tempi dei processi, ma si è risolto poco. Questo problema non si riesce a risolvere, l'effetto non è stato quello sperato. Forse, per il processo penale qualche istituto di troppo potrebbe essere abrogato, mi riferisco, ad esempio, all'udienza preliminare che secondo me, nella maggior parte dei casi, per la struttura che il legislatore ha dato è quasi inutile. La mia sensazione è che la nostra classe politica (che è formata anche da avvocati e magistrati) dimentichi... la sensazione è che a volte le leggi siano state fatte da persone che, pur essendo qualificate ed avendo tutti i titoli di questo mondo, o non hanno mai messo piede nelle aule di giustizia o hanno dimenticato quando nelle aule di giustizia esercitavano la loro professione.


A proposito di provvedimenti legislativi, ogni riferimento al decreto Orlando sulle intercettazioni è puramente casuale?

Non, non è casuale. Ma questo è l'ultimo caso, bisogna dirlo con estrema onestà intellettuale. Anche in precedenza ci sono stati provvedimenti legislativi dai quali si evince che il legislatore ha poca dimestichezza con le aule di giustizia. Anche se ogni tanto qualcuno del mondo legislativo ha avuto la possibilità non solo di essere avvocato, di essere magistrato, ma pure di essere imputato... quindi ha avuto modo di vedere come il sistema non funzioni. Però, questa esperienza non ha dato gli esiti sperati.

Restando sul decreto intercettazioni, qual è il suo parere sulla questione legata al “sunto delle conversazioni”? Le polemiche sollevate in merito all'incertezza sui criteri che devono portare alla scelta sia delle dichiarazioni da inserire nei fascicoli, sia dei soggetti che devono essere incaricati di svolgere questa delicata selezione sono da ritenersi fondate?


Questo è un problema serio. Qui ci sono gli investigatori delle Forze dell'Ordine che fanno le indagini e come è giusto che sia ognuno si innamora della propria tesi investigativa, situazione fa sì che quella persona non valuti in maniera asettica, che poi diventa il problema fondamentale. Che è un problema che si va ad inserire in un'altra ottica che è molto più ampia. Noi cittadini attribuiamo alla fase delle indagini un valore notevole, cioè si è già “condannati” quando il pubblico ministero emette un avviso di garanzia. Ecco, vediamo il giornalista. Questi scrive dell'avviso di garanzia che ovviamente è qualcosa di emblematico e la gente quando legge questo tipo di notizia, nella stragrande maggioranza dei casi, dà già per condannato il soggetto attinto da quel provvedimento. L'assoluzione, invece, è vista come un atto di “preparazione” dell'avvocato (è stato bravo, è stato furbo, ecc.), non è vista come il momento in cui una persona viene dichiarata innocente dopo che è stata portata in giudizio per una valutazione sbagliata. Ecco perché dico che avendo questa cultura, tipicamente italiana, forse il sistema delle indagini dovrebbe essere disciplinato in maniera ancora più ferrea e quindi non possiamo lasciare agli investigatori delle Forze dell'Ordine il compito di effettuare il sunto delle conversazioni intercettate. Poi, per esperienza, quando si arriva al dibattimento, dove il giudice che dovendo valutare è necessitato dal dover incaricare un perito, sentiamo, a volte, versioni differenti della stessa telefonata, che finisce così con l'assumere un senso, un tono completamente diverso. Ma questo accade anche a noi. Quando noi parliamo con un'altra persona e stiamo inseguendo un nostro pensiero, tutto quello che quella persona ci dice viene interpretata in un certo modo. Ecco, perché bisognerebbe essere rigorosi in questo tipo di operazione.

Avvocato Albanese, siccome stiamo parlando dei processi, volevo chiederle a cosa è dovuta la spettacolarizzazione di determinate storie processuali: al desiderio delle parti di diventare personaggi, all'interesse mediatico? Ritiene giusto che ci possa essere una sovraesposizione di certe vicende attraverso i media? Oppure, al di là dell'interesse che un fatto può suscitare, pensa che il diritto del cittadino a sapere debba essere contenuto almeno fino al termine delle indagini?

Qui ci troviamo di fronte a due beni costituzionalmente tutelati: quello della libertà di informazione e quello della tutela delle indagini che significa rispetto della persona indagata. Non è facile dare una risposta. Io, personalmente, amo la riservatezza. Avrei piacere che le indagini fossero davvero segrete, ma sappiamo tutti che così non è. Al di là di quelle che sono situazioni particolari, non è bello leggere il proprio nome sui giornali nel corso delle indagini. E' vero anche che i cittadini devono sapere, ma non credo che il cittadino abbia danno se il venire a conoscenza di una notizia è posticipato, magari quando le indagini sono completate. E questo per quello che dicevo prima: quando il p.m. indaga un soggetto, quel soggetto per l'opinione pubblica è già colpevole.

Un esempio lampante di come vengano seguite le vicende giudiziarie è quello del processo “Ambiente svenduto”, che tra l'altro la vede assistere alcuni imputati. Abbiamo constatato che durante le indagini questo caso giudiziario era sempre agli “onori della cronaca”, era sempre in grado di suscitare l'attenzione dell'opinione pubblica. Invece, adesso che si sta svolgendo il processo, adesso che si sta formando la prova assistiamo ad udienze celebrate in aule semi-vuote, quasi a certificare il disinteresse per una storia che ha ancora tante cose da raccontare.

Guardi, a riprova di quello che sostiene, le voglio confermare che ad assistere alle udienze ci sono sempre pochissime persone. In un'occasione ne ho contate soltanto 6, che poi, più o meno, sono sempre le stesse. E' una cosa che ti lascia davvero il segno. Questo è un processo che ha un certo rilievo per la società civile, questo per Taranto è il processo più importante degli ultimi anni. Pensi che per questo processo l'Amministrazione della Giustizia ha speso un bel po' di soldi per rimettere a nuovo l'aula-bunker della Corte d'Appello proprio perché si credeva che l'affluenza del pubblico sarebbe stata notevole ed invece..., tranne le parti direttamente interessate, di questo dibattimento se ne curano pochissime persone. E questo mi dispiace come cittadino, forse i tarantini dovrebbero seguire questa vicenda con maggiore interesse e non capisco perché si registri questa totale assenza. Non riesco a dare una spiegazione.

Un'ultima cosa e poi garantisco di lasciarla di nuovo al suo lavoro. L'avv. Albanese ha mai pensato di fare politica? La mia è una domanda che prende spunto proprio dal fatto che, anche in occasione di recenti competizioni elettorali, c'è stato qualche schieramento politico che ha pensato di candidarla. Ecco, a questo ipotetico nuovo ruolo ci ha mai pensato oppure è uno di quei percorsi a cui lei non è minimamente interessato?

Io personalmente sono stato anni fa nel direttivo del sindacato forense, sono stato presidente dell'Ordine, adesso sono presidente della Camera Penale, quindi essere al servizio degli altri è una cosa che a me piace, però la politica (che è una cosa affascinante) è strutturata con persone che vivono nel partito che, molto probabilmente, hanno molto tempo a disposizione e quindi non è compatibile con un'attività come quella che svolgo io. In astratto, penso che ad ogni cittadino piaccia l'idea di poter dare un contributo per la propria città, quindi sarei ipocrita se dicessi che quando ho letto il mio nome sul giornale la cosa non mi abbia fatto piacere. Ma è solo un attimo. Poi ti rendi conto che è impossibile amministrare in determinate condizioni. Mi piacerebbe l'amministrazione cittadina vederla, come è stato in un passato remoto, con persone che svolgono attività nella società civile e quindi con persone che sottraggono una parte del loro tempo per il bene comune. Purtroppo mi rendo conto che non è sempre così.