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Mar, Dic

Vorrei che Taranto ritrovasse se stessa

Vorrei che Taranto ritrovasse se stessa

Interviste

In occasione di una Mostra personale che si inaugura il 28 aprile presso la sede dell’Associazione Culturale “Le città che vogliamo”, in Via Fiume 12, conosciamo meglio il Maestro Michele Traja: fotografo, pittore, scultore, inventore, la cui vita artistica racconta di una Taranto che fu e di uomini che sempre sanno esserci

C’è un ragazzino che si incanta a fissare dei pesci colorati che si muovono al vento, e non c’è niente di strano in questo; l’aria, l’acqua, la terra dove si rincorrono un gatto, un topo e un gomitolo e da dove piroette di breakdancer delineano sagome giocose in una New York stilizzata, incarnando il mito di una strada che parla di arte dal basso, tutto si corrisponde e tutto abbraccia il segno e il sogno di un vecchio Maestro che non può diventare vecchio perché è lui quel ragazzino curioso che mischia e imbroglia tutte queste dimensioni per il piacere di incantarsi e di incantare. Si chiama Michele Traja, ha 78 anni, ed è un grande Artista. Di Taranto. Abbiamo il privilegio di sentire da lui il racconto di una vita all’inseguimento della bellezza e della verità, con il ricorso a tutti i mezzi e materiali possibili (pittura, fotografia, incisione, scultura, arredamento, restauro, legno, invenzione). Questa storia ha molto a che fare con Taranto, perché induce a ricordare, riflettere, comparare. Forse anche sperare.
A Taranto arrivai quando avevo cinque anni, da Vieste, perché papà era in Marina. A Taranto ho sempre vissuto, vivo. La passione per il disegno è stata precoce. Il Liceo lo feci al Battaglini, dove ebbi la fortuna di avere professori di arte eccezionali, di una certa fama locale, all’epoca: Miccoli, Rosati, Boniello, De Amicis… Ma in quarta fui rimandato e per problemi di salute non potei fare gli esami di recupero, per cui fui mandato a Salerno, nel Collegio Colautti, per recuperare due anni in uno. Era un’altra epoca: altro che privatisti di oggi. Scuola durissima: la mattina si frequentava per il quarto e il pomeriggio per il quinto. Poi si studiava fino a notte. Programmi completi. Se non finivi con l’8 di media non potevi sostenere l’esame di maturità. Ce la feci, e fu un anno cruciale perché conobbi dei ragazzi meravigliosi. Dopo volevo fare Architettura, perché si pensava che sarebbe partita la facoltà a Bari. Invece la diedero a Cosenza, per cui iniziai Ingegneria civile a Bari. Non l’avrei mai finita, perché nel frattempo riuscii ad entrare all’Italsider dopo un corso di progettista meccanico, dalla cui selezione passammo in 3 su 100. Era un buon lavoro, quello all’Ufficio Tecnico, anche se durissimo: staccavo solo la domenica pomeriggio. Dovevo progettare di tutto: palazzine, strade, binari. Eravamo pochissimi, ancora, tutto stava nascendo. Non mi sono mai mancati gli stimoli, sinceramente. Ci credevamo. Non sapevamo. Ma di certo c’era da inventare un mondo, e io a inventare sono nel mio. Nel 1964, in occasione della visita di Papa Paolo VI, progettai l’altare dal quale celebrò la Messa. E disegnai anche la cartolina celebrativa dell’evento. Si trattava di un campo nel quale sapevo muovermi, perché frequentando due corsi di Grafica Pubblicitaria avevo nel frattempo fatto esperienza, disegnando cartelloni stradali e bozzetti per la pubblicità che peraltro venivano proiettati nei cinema, per cui dovevano essere perfetti.
Questo fervore creativo esauriva dunque ogni esigenza espressiva?
Per niente. Contemporaneamente non ho mai smesso di dedicarmi ad altro. Avevo già iniziato a provarci coi pennelli, partecipando ad un concorso bandito dal Comune, il “Delfino d’oro”, nel quale mi classificai terzo. Il Comune stesso acquistò i miei quadri e in seguito fu una bella sorpresa, un giorno che facevo la fila in un ufficio, vederne uno esposto. Non avrei mai più fatto un concorso. Né tantomeno venduto un’opera: non ci riesco. Sarebbe come vendere un pezzo del mio corpo, o un figlio. Non posso.
Dunque la pittura.
Principalmente acrilici. Ma soprattutto la fotografia. Rimasi folgorato il giorno in cui un amico (proprio uno dei ragazzi del Collegio, incredibilmente ritrovato a Taranto) mi portò a stampare delle foto in una camera oscura. Una magia. Dovevo farne parte. Pensavo alle migliaia di possibilità espressive di un incanto del genere. All’Italsider esisteva un abbozzo di Sezione Fotografica, ma in realtà faceva poco. Ne diventai l’animatore, e il Presidente, dal 1974 al 1990. Anni incredibili, per la fotografia in generale e anche per Taranto. Organizzavamo corsi, convegni, mostre, concorsi. Taranto arrivò ad avere ben sette circoli fotografici. Presso il Circolo Italsider, alla Vaccarella, organizzai mostre credo memorabili. Portai Henri Cartier Bresson, Aleksandr Rodcenko… Questo anche perché avevamo fatto aderire la nostra Sezione alla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) e ciò aveva dato una spinta notevole al nostro operato. Ebbi modo di conoscere, e di invitare a Taranto, i migliori fotografi dell’epoca: il siciliano Toni Barbagallo (inviato AGFA alle Olimpiadi di Monaco), la milanese Vanda Tucci Caselli (una delle più grandi fotografe del nostro tempo, donna eccezionale che ha saputo fotografare le donne)… Tutti a Taranto. Io fui nominato Delegato Regionale della FIAF: anni bellissimi ma troppo faticosi. Si trattava di andare in ogni dove, e la Puglia è lunga. Avevo un lavoro e nel frattempo una famiglia. Per cui preferii conservare il ruolo più defilato di rappresentante di zona, ma anche così facevo parecchio. Nel 1977 riuscimmo persino ad ottenere che per la prima (ed ultima) volta si tenesse in Puglia, a Corato, il Congresso Nazionale della Federazione. Nel 1978 mi conferirono l’onorificenza di “Benemerito della Fotografia italiana”.
E finalmente cominciò a destinare anche il proprio lavoro fotografico alla pubblicazione e all’esposizione, con un occhio di riguardo al territorio.
Infatti. E’ del 1979 il libro fotografico “Le 12 masserie di Taranto”, realizzato in collaborazione con altri fotografi e studiosi, architetti e storici. E di due anni dopo la pubblicazione di un lungo lavoro su Taranto, “Città segreta”, che includeva centinaia di scatti del Borgo vecchio, scorci e palazzi oggi scomparsi.
Ma è nel 1983 che le fotografie del reportage “La città al borgo. Taranto fra Ottocento e Novecento”, edito da Mandese, diventa l’occasione per una esposizione che toglie dal degrado uno dei luoghi più suggestivi e carichi di storia della nostra città: la galleria del Palazzo degli Uffici. Mi permetto un ricordo personale. Noi ragazzi avevamo paura di quel tunnel, era una discarica puzzolente e bisognava passarci velocemente davanti per andare a scuola. Quando vennero fatti i lavori per quella mostra non ci credevamo. Poi tutte quelle foto, bellissime. Ben esposte. Una luce! I tappeti a terra. Un pianoforte! E quanta gente, a tutte le ore. Ci sentivamo in un’altra città, che però non sapevamo quale perché altre città non ne avevamo conosciute. Ma quelle foto ci ricordavano che era Taranto, che bella era già stata e che alla fin fine anche allora non era affatto male, perché (ma questo lo avremmo capito meglio in seguito) tanto male non era per niente. Ancora.
Infatti. Non erano anni in cui non ci fosse spazio per la bellezza. Per l’azzardo, la sfida, l’invenzione, lo scarto. La purezza. Io continuavo a dare il mio apporto all’Italsider, che a sua volta era ancora in qualche modo un volano per la città, nel senso che comunque appoggiava e promuoveva iniziative e pubblicazioni in vari settori artistici e culturali. Ma nel frattempo volevo migliorare le mie conoscenze in campo figurativo. Seguii un corso di calcografia e mi innamorai della tecnica della “punta secca”, con la quale avrei realizzato alcune opere cui tengo molto. Si tratta di tracciare un solco direttamente sulla lastra, senza possibilità di correzione. Se si sbaglia, la lastra va buttata, non come l’acquaforte, che permette modifiche. Ma il risultato è meraviglioso. Io forse avrei continuato con questa tecnica, ma purtroppo a Taranto non c’era (e non c’è) una stamperia che la permetta, per cui finché potei mi servii del tornio di un amico; partito lui fine. Ma intanto aggiungevo altre invenzioni artistiche, in particolare le produzioni polimateriche, costituite da legno e lamierino (breakdance, uccelli, vele i soggetti), quest’ultimo ricavato, all’epoca, dai rulli che le tipografie utilizzavano per formattare i fogli da stampare. Li buttavano, così io chiesi di regalarmeli per trasformarli. Il legno anche è uno dei miei materiali preferiti. A casa ho una piccola falegnameria. Realizzo ancora di tutto, sculture (il suo “Cavallo” in legno multistrato, è un’opera recente di rara bellezza, n.d.a.) ma anche mobili. E “Mobiles”, strutture sospese che si muovono con un alito di vento… Faccio anche restauri, in particolare per le chiese, sia di statue in legno che in cartapesta, come ad esempio quella della Madonna della Concattedrale. Negli stessi anni avviai una collaborazione con l’Amerigraphic di Bari, convincendoli ad affidarmi l’apertura di una filiale a Taranto, dove riuscivo a vendere fino a cinque “cartelle” (a loro volta composte da cinque litografie di artisti famosi) a settimana. Non ci credevano. In seguito passai a collaborare con la Finarte Rizzoli. Anche quella scomparsa. C’era interesse, mercato, attenzione a livello nazionale per queste forme d’arte che sapevano di modernità. E Taranto si sentiva una città moderna.

L’Italsider organizzava viaggi, anche.
Esatto. Nel 1964 io ed altri colleghi fummo tra i primi ad entrare negli USA, in occasione di una Fiera Mondiale, come delegazione straniera rappresentante di un’azienda, senza più le restrizioni che avevano caratterizzato gli anni della Guerra Fredda. Fummo accolti ufficialmente presso l’Ambasciata di Washington e io ebbi l’onore di scattare le foto dell’evento, il cui resoconto comparve il giorno dopo sui quotidiani americani... Le avevo realizzate con una Polaroid 800 che pesava un chilo e mezzo. Se mi chiede quanto mi è costato il passaggio alla fotografia digitale non mento se dico che ne sono felice. Ma intanto conservo tutte le mie “amiche” macchine del passato. Ne ho 20.
Ma deve a un viaggio a Mosca una delle svolte artistiche della sua carriera.
Più che una svolta, una incredibile opportunità. E’ vero che tutto partì da un viaggio, dal quale nacque una richiesta di collaborazione per realizzare nientemeno che un progetto di ristrutturazione di una dimora estiva degli zar, oltre ad un futuristico maxilocale sostenuto da quattro pilastri da adibire a bar-ristorante… Lavorai a questi progetti dal ‘90 al ‘93, facendo avanti e dietro da Taranto. Poi dovetti lasciar stare quando morì mio padre. E di quei lavori non so nemmeno più nulla.
Come non ha più rivisto le oltre 8000 foto realizzate per la mostra su Taranto del 1983.
Infatti. Sinceramente non so dove siano conservate, se le abbia il Comune. Non è chiaro. Ma questo pensiero recentemente mi ha dato lo stimolo a fare quello che da tanto sentivo di dover fare, ovvero tornare negli stessi posti, oggi, per rifotografare tutto. Ora sento che questo è necessario. Taranto di oggi ha bisogno di ritrovare quella che è stata. Ed io, forse, ho il bisogno (per la prima volta), di rifare qualcosa.
Assieme al nuovo, immagino.
E per forza. Sono quattro anni che rincorro immagini di scritte e graffiti sui muri di tutt’Italia per un reportage che ho chiamato “La strada”. Sono arrivato a oltre 6000 scatti. Un universo affascinante. E stasera stessa devo completare “Illusione”, una grande light box (amo molto queste “scatole magiche” in cui luci, gioco e illusioni si mescolano, anche se sono faticosissime: quelle più piccole necessitano di 92 viti!), perché sia pronta per la mostra che inauguriamo il 28 aprile al Centro Culturale “Le città che vogliamo”, del mio instancabile amico Gianni Liviano.
Buon lavoro, Michele. Che un’altra scatola dei sogni ci porti la luce che gli occhi e le mani di questo ragazzo curioso rubano alla materia per ricamare poesie da guardare che irridono il tempo.