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Sab, Nov

Alla tua, Don Antonio

Nella foto Giuseppe Ungaretti

Interviste

Ci parlano, ci scrivono un tanto al chilo di rinascita, di prospettiva, di rifioritura. Benedicono ogni fiato, ogni pirdo degli amici molto cari. L’importante è far finta, e raccontarlo in giro. Vi sembrerà anche un’intervista impossibile, ma siamo andati a chiederne conto a Totò Rizzo, giornalista, polemista e creatore del ‘Premio Taranto’ tra il ’48 e il ’51. Un’èra geologica, un altro tempo? Che importa

Buongiorno, don Antonio. Come sta, e dov’è?
“Fatti miei. Ho tolto le tende da più di trent’anni. Per andare dove, non la riguarda. Come sto, neanche. Lei chi è?
Nessuno.
“Allora, per qualche minuto, le darò, come posso dire, possibilità. Sinché non mi annoio. Che diavolo vuole?”
Mi costringe a sbrigarmi. Noto che la ‘sospensione’ non le ha migliorato, come posso dire, l’affabilità.
“Avrebbe dovuto? Chi cazzo le ha dato il mio numero, l’Ordine dei Giornalisti?”
Ma rifletta. Il Disordine, semmai.
“E perché? Sono stato radiato dall’Annuario? Dall’ossario, pure?”
Cancellato dal Giornalismo. Faccia a meno della maiuscola. Tendo a pensare che sia prevalentemente defunta anche la minuscola, ma è solo un’idea mia. Tifo per una sanzione disciplinare. La cancellazione, magari.
“Fatti suoi. Ho i miei. Anzi, li ho avuti. Cosa vuole che me ne freghi, più”.
Gliene frega ancora, sicuro. Il passato serve perché torna e insegna. Almeno dove trova orecchie disponibili.
“Giovanotto, posso chiamarla così? E se no me ne fotto”.
Faccia lei. Ho la barba bianca. Se questo è un giovanotto.
“…Giovanotto. Con la ‘Voce del Popolo’, che era stata fondata da mio nonno e che io ho tenuto su con le gengive, ho ingoiato ristrettezze e ostilità che lei neanche arriva vicino ad immaginare. Ci passai sopra: se uno pensa di avere le ali, anzi si costringe a volerle, secondo lei cosa fa, vivacchia andando a comprare il pane in bici?”
Mi sa che lei ha appena inciso un’epigrafe.
“Non sarebbe la prima volta. Non era il mio stile, non era il mio sangue. Il ‘Premio Taranto’ non avrebbe mai potuto essere una sagra della salsiccia, infatti coinvolsi i migliori. Raffaello Brignetti vinse l’edizione del ’48, Carlo Emilio Gadda quella del ’50, quando Pasolini prese la menzione d’onore con ‘Terracina’. Serve la lista? Faccia i compiti”.
Basta la sua.
“Era una favola. Le favole finiscono”.
Se troppo in fretta, c’è qualcosa che non torna.
“Preciso. Mi accoltellarono. Alle spalle. Fecero morire il ‘Premio’ perché era bello, troppo bello, per Ungaretti il migliore di tutti. Taranto funzionava così. Funziona così”.
Vede che ancora vede. Con tutto il rispetto, don Antonio.
“Il rispetto. E’ una parola grossa. Desueta. Come ciò che ti aspetti dagli amici, e poi finisce che gli amici non li aspetti più, perché hai sbagliato parola”.
Terreno sulla quale la seguirei con troppa facilità. Ma io non c’entro.
“Prenda l’Italsider, tra il ’57 e il ’60, poi gli anni del raddoppio. Fiutai il marcio, presagii il peggio. Non ci voleva un Nobel. Lo dissi, lo scrissi, lo urlai. In privato, mi davano ragione in tanti. In pubblico, nessuno”.
A cominciare dalla stampa che oggi qualche figurante definisce ‘storica’.
“Storica? Lei mi fa ridere, giovanotto, la sto rivalutando. Tutto ha una storia e quindi diventa storico. Anche il mio comodino”.
Non so il suo comodino quanti anni abbia, e quanta storia rappresenti.
“Non faccia il balordo con me, giovanotto, sono stato giornalista cinquant’anni prima che le mettessero il panno, altro che barba bianca. Fui lasciato solo. Adesso, se non leggo male, su quella roba che chiamate Ilva tutti sanno tutto, e l’avevano detto prima. Da piangere. Ho smesso di ridere”.
Cosa vuole, ci ha assistito e ci assiste, appunto, la stampa ‘storica’.
Il Corriere del Giorno, dice? Il suo presente è l’erba dalla parte delle radici, che dolore. Sì, che dolore, vero, nonostante mi abbiano trattato come si fa con i nemici, e Giovanni Acquaviva mi abbia trasformato in una specie di terrorista. Ma non gliene voglio, nonostante tutto, ebbe la schiena dritta come poté, e se si mise in mano alla Diccì fu perché non aveva altro. Però non gli dica che la penso così”.
Sia mai. Gli ho voluto bene.
“Che me ne frega, giovanotto, fatti suoi”.
Rimbalzi: di giornalismo andato. Aveva un senso. Non è nostalgia.
“Non lo è. Ci faccia caso: dov’è la polemica? Me ne trovi una. Due giornalisti di testate opposte che mettano faccia e firma una contro l’altra, su una questione che magari è un pretesto, mi starebbe bene persino così. Acquaviva fu un gigante, minuto com’era. Si sintonizzi su chi è venuto dopo”.
Non so che dirle.
“Anche sì, è ovvio che lo sa. Non c’è. Non ce n’è. Oggi si odiano alle spalle ma mangiano nello stesso piatto, abbracciandosi per i fotografi. Società, costume, e solo alla fine il cosiddetto giornalismo: che non dovrebbe esserne espressione, invece ne è risultato. Confraternite, giovanotto. Tutti con la dentiera di ceramica e con la forchetta in mano, gli spaghetti davanti”.
O la pizzella.
“La pizzella?”
Fa niente. Vede che ancora vede, don Antonio. Qui ci cade tutto addosso ma guai a chi lo scrive. L’ultimo dei manovratori è sempre il primo, basta che sappia orientare le fermate.
“Taranto sta rifiorendo, dunque? Il mio sogno si avvera?”
Come dubitarne. Ai ‘Tamburi’ prendono il sole in bikini, stanno per partire latifondi di seta e cotone e l’Ilva passerà a un Voltaire più illuminato dei vecchi illuministi.
“Ah. La stampa storica?”
Benedice, licenziamenti inclusi. Non dovrebbe? E’ il suo lavoro rivisto e corretto, fatto salvo qualche reprobo che ancora piscia controvento.
“Niente di nuovo, mi verrebbe da dire. Ma anche sì, da quanto intuisco col binocolo in mano. Che puzza, giovanotto”.
Vecchio malpensante, non si allarghi. Sono tutti bravi figli, molto convinti di ciò che non pensano.
“Arrivano a fine mese con gioia, secondo lei?”
Non so se lo stipendio lo diano ancora il 27, come una volta. Non me ne intendo, di stipendi. Ci sono tanti stipendi, no?
“No. Uno solo. Quello che ti fa dormire la notte”.
Si sbaglia. Con tutto il rispetto, don Antonio.
“Ovviamente sì, ma lei non sa cogliere l’ironia, giovanotto. Esistono ormai tanti tipi di stipendi e tanti tipi di sonni. E una notte sola”.