Taranto, Piombino e l'adagio sul ministro Calenda

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Avete dubbi sul fatto che l'Italia non abbia una politica industriale degna di questo nome? Ebbene, mettete a confronto l'esempio della cittadina toscana con quello del capoluogo jonico e anche le ultime resistenza cadranno

Un antico adagio recita “a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina”. Adagio che mi è venuto in mente pensando alle rassicurazioni fatte dal ministro Calenda che, comunque vadano le elezioni, difficilmente continuerà ad essere uomo di governo. Men che meno il parlamentare. Adagio e considerazioni che mi sono venute in mente considerando il grave flop registrato a Piombino dopo l’accordo con Cevital e la nascita di AFERPI (Acciaierie e Ferriere di Piombino). Firmato l’Accordo a Palazzo Chigi nel 2014, alla presenza dell’allora presidente del Consiglio Renzi. Un Accordo di programma che riconosceva la città tra le “aree di crisi industriale complessa” e gli assegnava 160 milioni per la reindustrializzazione.Tutto fatto? Assolutamente! Bilancio fallimentare e, soprattutto le bonifiche, in realtà non sono mai decollate. Lavoratori che restano attaccati agli ammortizzatori sociali, che stanno per terminare. In pompa magna, a Palazzo Chigi, uno degli uomini più ricchi d’Africa, Rebrab, annunciava non solo la ripresa delle attività dei laminatoi e dell’altoforno, ma la nascita di una piattaforma logistica, un polo agroalimentare e un forno elettrico. Oggi dei 2100 occupati ne lavorano appena 400! Il Mise di Calenda, che fa? Forse si è svegliato ora annunciando ultimatum e decisioni definitive. Amministrazione controllata o socio finanziario tipo CDP (Cassa Depositi e Prestiti) per dare speranze? Chi garantisce? Calenda? Parlano anche di Jindal South West che ha perso la gara su Ilva. Che cosa chiede la Fiom? Una nuova direzione pubblica e dopo la ricerca di un nuovo acquirente. Nel mondo della sovrapproduzione di acciaio.

In attesa del pronunciamento definitivo dell’Antitrust UE, il Mise ha anche rispolverato la CDP come strumento di pressione su Arcelor Mittal. Il tempo è galantuomo e il 2021, anno in cui tutti gli impianti soggetti ad Aia devono adeguarsi rispetto alla direttiva 75/2010 sulle emissioni industriali, prima o poi arriverà. I ministri e i governi passano e alle clausole sociali vincolanti, per una multinazionale, c’è da credere ben poco.