I Protocolli dei Savi di Sion? No, quelli di Ilva

Ambiente
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Più che Protocolli d'Intesa, strumenti senza alcun valore normativo, assenti nel sistema delle fonti giuridiche del nostro Paese, sulla vicenda del siderurgico tarantino servirebbe l'applicazione dell'Accordo di Programma. Sindaco di Taranto e presidente della Regione devono pretendere dal Governo la Verifica di Impatto Sanitario per l'area jonica

La vicenda dell’Ilva di Taranto ha implicazioni generali e importanti che vale la pena  considerare. Protocolli d’intesa, valutazione d’impatto sanitario e obbligo di attuare le disposizioni interne e comunitarie sono gli ingredienti essenziali di un confronto tra un governo e un Parlamento, che ha concorso a contrapporre salute e occupazione. E ora, morente, tenta di alternare carota avvelenata e bastone di burro. Da anni è invalso l’uso di abbindolare, amministratori creduloni o conniventi, anche su questioni fondamentali come territorio, ambiente, salute, qualità dell’esistenza sottoscrivendo i cosiddetti “protocolli d’intesa“. Uno strumento, questo ultimo, che non ha alcun valore giuridico essendo assente nella gerarchia delle fonti. Al massimo ha un valore politico; e, quindi, espresso da un soggetto di Governo in piena attività, almeno per il tempo di attuazione degli impegni fissati nel Protocollo di Intesa. Diversamente è un imbroglio, non prevedendo alcuna possibilità di far valere, in ambito giurisdizionale, quanto previsto dal Protocollo medesimo. Ancor più se l’attuazione è di competenza di un soggetto privato. La proposta del Governo su Ilva, relativa proprio allo strumento del Protocollo di Intesa, è l’ultimo colpo basso verso una città massacrata da decreti governativi, che hanno svuotato l’azione della magistratura.
Bene ha fatto il Sindaco di Taranto, e il Presidente della Regione Puglia, a subordinare la richiesta di ritiro del ricorso al Tar di Lecce contro un Decreto della Presidenza del Consiglio che pospone al 2023 quanto al massimo, e già con molto ritardo, andava attuato nel 2015 come da sentenza della Consulta. Attuazione di presidi tecnologici atti a contenere emissioni inquinanti che si aggiungono a quanto emesso per decenni sul territorio, in atmosfera e sul reticolo idrografico di Taranto. In alternativa al Protocollo di Intesa, non definito da nessuna legge, c’è la proposta del Comune di Taranto dell’Accordo di Programma: questo si previsto dalla legge (241/1990 e s.m.i.), in grado di vincolare le parti che lo sottoscrivono (Consiglio di Stato Sez IV 27/3/2008 n 1238). Fossi al loro posto, lo rafforzerei ulteriormente con un Accordo Procedimentale tra Comune di Taranto e Ancelor-Mittal-Marcegaglia. L’Accordo Procedimentale (art 11 legge 241/1990) sottoscritto obbliga all’applicazione  dei principi del codice civile in materia di obbligazioni e contratti. L’ulteriore azione del Sindaco e del Presidente della Regione, per il ritiro del ricorso, è la attuazione della Verifica di Impatto Sanitario (VIS) prevista sia dalla legge dello Stato che da una legge regionale. Una VIS quanto mai opportuna, considerando che nel “Piano di Miglioramento di Ilva“, presentato in audizione alla Commissione Parlamentare, si prevede di produrre 8,5 milioni di tonnellate al 2020 e 9,5 al 2023; investendo, tra l’altro, 1,1 mld nel “miglioramento ambientale”.
Non so cosa s’intende con quest’ultima locuzione perché devono attuare le prescrizioni AIA, che costano 1,8 mld e nessuno sa dove sono andati a finire i soldi sequestrati ai Riva e quanto riscosso dal contenzioso Ilva/Fintecna. Una valutazione di impatto sanitario previsto dalla legge regionale 21/2012: “Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio sulle emissioni industriali e inquinanti per le aree pugliesi già dichiarate a elevato rischio ambientale”; e dalla legge 231 del 2012. Una richiesta legittima, necessaria, prevista da norme regionali e nazionali, respinta in un altro impianto pugliese: la centrale Enel di Brindisi, un mostro da 6,56 milioni di Kw (termici) che consuma 5 milioni di tonnellate di carbone funzionando in questo periodo di crisi al 70% (load factor) della sua potenza. Richiesta di VIS avanzata in ambito riesame Aia di Brindisi dal Sindaco della città adriatica e dal Ministero della Sanità. E, purtroppo, non concessa !! Richiesta superata in Consiglio dei Ministri a seguito del  trasferimento della questione  da parte del Direttore Generale del Ministero dell’Ambiente. Un burocrate e un Governo espresso da un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale che annullano la richiesta di Vis presentata da un Sindaco, quello di Brindisi, che esercita i doveri connessi nell’essere la massima autorità del Comune.
Vedremo se ci sarà anche la replica su Taranto, sulla base della richiesta di VIS da parte di Sindaco e Presidente di Regione. La vicenda del Protocollo di Intesa è replicata, in molte altre vicende di progetti, che interessano infrastrutture lineari o puntuali. Incredibili sono i Protocolli di Intesa firmati da società con un unico azionista pubblico come RFI e le amministrazioni della Brescia/Verona, del Comune di Vicenza, in quello di Verona. Carta straccia sul piano giuridico, ma di stampella per Amministrazioni pubbliche che fino a poco tempo fa non pagavano mai per gli effetti negativi prodotti dal mancato o parziale adempimento degli impegni assunti nei suddetti Protocolli. Ora un po’ di luce e di giustizia inizia a vedersi. Un’inchiesta della Corte dei Conti della Campania, su mancati interventi relativi a bonifiche e discariche ha portato la Guardia di Finanza alla notifica di 15 richieste di risarcimento per il rischio alla salute e danni all’ambiente. Le richieste di danni riguardano Sindaci, funzionari di regione, assessori. Un danno da 27 milioni di euro. Ottima, quindi, la richiesta di Sindaco di Taranto e Presidente di Regione di subordinare il ritiro ricorso ad Accordo di programma, VIS e copertura parchi minerali in tempi brevi.