Sapete cosa fare in caso di incidente nucleare?

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L’interrogativo posto da Peacelink sembra attuale. Sarebbero numerosi i porti italiani, tra cui quello tarantino, a rischio di incidente nucleare. Da qui secondo l’associazione, la necessità di informare la popolazione dei rischi e indicare la profilassi seguita da paesi virtuosi, come avviene in Belgio e a Bruxelles  

Sapete cosa fare in caso di disastro nucleare? A porre l’interrogativo Peacelink, che quest’oggi nel corso di una conferenza stampa, ha illustrato il rischio nucleare corso da diversi porti italiani. “I sottomarini a propulsione nucleare hanno a bordo un reattore che comporta tutti i rischi di una centrale nucleare, specie in caso di collisione, incendio o avaria. – spiega il presidente dell’associazione ecopacifista, Alessandro Marescotti - A Taranto e a Napoli si sfiorò il disastro nucleare nel 1968 per il transito del sottomarino USA Scorpion che esplose poco dopo al largo delle Azzorre. Tutti i sottomarini USA sono a propulsione nucleare e lo sono anche in parte i sottomarini francesi e britannici. Il loro transito è possibile in diversi porti militari italiani abilitati e compresi in una apposita lista stilata dal governo. Tra le basi navali abilitate al transito e alla sosta di unità militari a propulsione nucleare ci sono La Spezia, Taranto, Trieste, Napoli, Augusta, Brindisi, Cagliari e Gaeta”. Dunque un rischio concreto secondo l’associazione che richiede attenzione e opportune misure preventive. “Per legge devono applicare le norme di protezione e informazione della popolazione – prosegue l’ambientalista - Il sindaco dovrebbe essere preavvisato in caso di transito e ha una importante funzione ai fini dell'informazione della popolazione e anche la Regione svolge un ruolo per quanto concerne la pianificazione della protezione civile”.

Ma come comportarsi nel caso in cui dovesse verificarsi un incidente nucleare? Imitare l’esempio virtuoso del Belgio e che si potrebbe fare in Italia nei porti ritenuti a rischio. “In Belgio le autorità sanitarie hanno messo a disposizione in tutto il Paese gratuitamente pillole di iodio per la popolazione, - spiega Marescotti - che aiutano a limitare il rischio di sviluppare un cancro alla tiroide a causa di un disastro nucleare”. Ma le pillole non offrirebbero protezione se prese 24 ore dopo l’esposizione agli agenti radioattivi. Secondo l’agenzia Euronews qualcuno “se le sarebbe già procurate, nonostante non sia approvata la loro efficacia. Le pillole sono destinate a persone che vivono in un raggio di 100 chilometri da un impianto nucleare, nonché a gruppi considerati più vulnerabili. Ma chiunque ne faccia richiesta potrà ottenerle".

Come mai la ghiandola tiroidea deve essere protetta in caso di incidente nucleare? “La ghiandola tiroidea ha bisogno di iodio per produrre ormoni che regolano l’energia e il metabolismo del nostro corpo. – sottolinea ancora -  La tiroide capta lo iodio disponibile nel sangue, ma non è in grado di distinguere tra iodio stabile (regolare) e iodio radioattivo.  Nei neonati e nei bambini la ghiandola tiroidea è una delle parti più radio sensibili del corpo. La maggior parte degli incidenti nucleari rilascia dello iodio radioattivo nell’atmosfera che può essere assorbito dal  corpo.  L’esposizione delle cellule tiroidee ad alte dosi di iodio radioattivo può causare tumori alla tiroide, anche dopo parecchi anni.  I neonati ed i bambini sono a più alto rischio mentre questo si abbassa dopo i 40 anni. – precisa -  Il cancro della tiroide sembra essere l’unico tumore del corpo la cui incidenza aumenta dopo un’esposizione allo iodio radioattivo. Lo ioduro di potassio protegge solo la tiroide che è l’organo che ha maggior rischio di subire danni dallo iodio radioattivo”. Lo Ioduro di Potassio (KI) è la stessa forma di iodio che viene usata per iodizzare il sale da tavola  e se preso al momento giusto protegge dallo iodio radioattivo.

La prova che tale profilassi sia efficace è data, secondo Peacelink, dal noto episodio di Chernobyl  nel 1986 quuando i venti portarono una nuvola radioattiva sull’Europa. “Fino a 3000 persone esposte a quella radiazione hanno sviluppato un tumore della tiroide nei 10 anni successivi – prosegue -  Si sono ammalati principalmente ragazzi che erano neonati o bambini e che vivevano in Ukraina, Bielorussia o Russia al momento dell’incidente.  Le regioni più a rischio si trovavano nel raggio di 300 km da Chernobyl.  In Polonia, paese confinante con la  Bielorussia e l’ Ukraina, è stato distribuito KI ad oltre il 95% dei bambini entro tre giorni dall’incidente e non si è constatato alcun aumento di tumore della tiroide”.

Ma chi dovrebbe assumere lo Ioduro di Potassio? “Siccome i bambini sono la fascia di età a più alto rischio, le compresse di  KI dovrebbero essere  date a tutti i bambini.  – precisa ancora Marescotti - Inoltre, visto il rischio di sviluppo di anomalie fetali durante la gravidanza, anche le donne in gravidanza” mentre gli adulti correrebbero un rischio minore, ma “potrebbero comunque beneficiare del  KI”.  “Ovviamente, - aggiunge - oltre alla somministrazione di KI è indispensabile procedere all’evacuazione della zona, o in caso di impossibilità, bisogna invitare le persone a rimanere in zone chiuse (stanze senza ventilazione con finestre e porte chiuse),  e ad evitare cibo, latte e acqua contaminati”. Il KI va assunto per circa 24 ore.  “Si consiglia di prendere una dose al giorno durante tutta la durata dell’esposizione allo iodio radioattivo, ma sempre e soltanto dietro istruzioni delle autorità sanitarie locali” .

Chi non dovrebbe assumerlo? “Milioni di persone hanno preso KI ma pochi effetti collaterali sono stati riportati”. Ha aggiunto l’ambientalista. “Le uniche persone che non dovrebbe prendere KI sono quelle che hanno avuto reazioni allergiche allo iodio”. “Durante un incidente nucleare, i benefici del  KI sono sicuramente più importanti dei minimi rischi che si corrono. Gli  adulti oltre i 40 anni non devono assumere KI almeno che non siano esposti a livelli altissimi di iodio radioattivo”.

Ma perchè preoccuparsi del tumore della tiroide se la maggior parte delle persone sopravvivono? “In generale, il 90% dei pazienti sopravvive al tumore della tiroide. – sottolinea Peacelink - I tumori che si sono sviluppati in seguito all’incidente di Chernobyl hanno mostrato una maggior aggressività  e hanno colpito in modo anomalo bambini al di sotto dei 10 anni.  I sopravvissuti al tumore della tiroide sono sempre a rischio di recidiva e necessitano di terapia medica sostitutiva per tutta la vita.  Anche chi non ha sviluppato il tumore precocemente deve controllarsi tutta la vita, perché un certo rischio persiste” . Il farmaco dovrebbe essere assunto prima di evacuare.

“Il  Sistema  Sanitario (americano nda) ed i Servizi Umani (HHS-Department of Health and Human Services) ha suggerito la distribuzione di  prodotti a base di KI ad individui che risiedono entro 15 km da un impianto nucleare. – aggiunge - L’American Thyroid Association (ATA) consiglia che la distribuzione non sia limitata a questo raggio.  Nessuno può predire quanto lontano una nuvola radioattiva può estendersi”. Come agiscono gli altri paesi? “L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha appoggiato il sopradescritto piano di distribuzione dello ioduro di potassio. – conclude Marescotti - Francia, Irlanda, Svezia, e Svizzera non solo hanno scorte di KI,ma hanno già distribuito le compresse di  KI alla popolazione”.