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Prescrizione. Penalisti in sciopero

Attualità

Astensione dalle udienze da domani 2 dicembre a venerdì 6. L'avvocato Mimmo Lardiello ci spiega perché non convince la riforma dell'istituto che determina l'estinzione di un reato per il trascorrere di un determinato periodo di tempo

Da domani fino a venerdì i penalisti si asterranno dalle udienze, in segno di protesta contro la riforma della prescrizione. Avvocato Lardiello, partiamo dal principio: cosa prevede nello specifico questo istituto?

La prescrizione è un istituto giuridico che prevede la perdita di un diritto a seguito del suo mancato esercizio entro un termine prefissato dalla Legge.
In sostanza, con specifico riferimento al diritto penale, la previsione comporta che, passato un certo lasso di tempo, un reato non possa più essere perseguito perché viene meno l'interesse dello Stato a punire una determinata condotta commessa troppo tempo addietro.
Non tutti i reati possono essere prescritti e i termini della prescrizione sono differenti a seconda del reato oggetto di indagine o procedimento giudiziario. Attualmente la prescrizione è regolata dall'Articolo 157 del Codice penale modificato dalla legge 5 dicembre 2005 n. 251, il quale sancisce che la prescrizione estingue il reato "decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria". 
Fino al 2005, invece, la durata della prescrizione veniva calcolata in scaglioni, a seconda della fascia a cui apparteneva la pena massima dell’illecito contestato. La legge attualmente in vigore, al fine di evitare un’eccessiva estensione dei termini prescrizionali, prevede che comunque in nessun caso le interruzioni del decorso del termine, tassativamente previste dal codice, possano comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere.

E dunque, cosa prevede la riforma prevista dal Governo?

La cosiddetta Legge spazza-corrotti  (Legge 9 gennaio 2019, n. 3), nel corso dei lavori parlamentari, è diventata anche, almeno nelle intenzioni, una Legge spazza-prescrizione, destinata ad avere effetti devastanti sui diritti dei cittadini, i quali vedranno ulteriormente compromessa la possibilità di essere giudicati in tempi ragionevoli, o, quando vittime di reati, di conoscere i responsabili delle condotte subite e di vedersi riconoscere i relativi risarcimenti. Con riferimento proprio alla prescrizione, estremamente significative sono le modifiche previste dalla nuova Legge, in relazione ad un nuovo dies ad quem del decorso del termine di prescrizione del reato, che viene espressamente individuato in quello in cui diventa esecutiva la sentenza di primo grado ovvero diventa irrevocabile il decreto di condanna. Questo, infatti, è il tenore del nuovo art. 159, co. 2 c.p.: «Il  corso  della  prescrizione  rimane  altresì   sospeso  dalla pronunzia della sentenza di primo grado o  del  decreto  di  condanna fino alla data  di  esecutività  della  sentenza  che  definisce  il giudizio o dell'irrevocabilità del decreto di condanna ».
Occorre osservare che non si tratta però, come il testo della norma lascerebbe intendere, di un’ipotesi di sospensione del corso della prescrizione: in caso di sospensione, infatti, il corso della prescrizione è destinato a riprendere. Tecnicamente, non si tratta nemmeno di un’ipotesi di interruzione ex art. 160 c.p.
Il meccanismo introdotto dalla riforma contempla sic et simpliciter una nuova regola relativa al decorso della prescrizione, che ne individua, semplicemente, un nuovo dies ad quem, che scatta dalla pronuncia della Sentenza di Condanna, relativa al primo grado di giudizio.
L’Unione delle Camere Penali Italiane, dopo l’astensione proclamata per lo scorso mese di Ottobre, ha deliberato una nuova astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per i giorni che vanno dal 2 al 6 Dicembre 2019. Netta, dall’inizio, la presa di posizione dei penalisti, contro questa riforma, fortemente voluta dal Ministro Buonafede.

 

Quindi, di fatto, dopo il primo grado di giudizio, non potrà più aversi prescrizione dei reati. Avremo finalmente processi più brevi? Perché tanta avversione da parte dei penalisti?

Processi più brevi? Assolutamente no. Saremo di fronte all'ipotesi completamente opposta. L’organizzazione odierna degli uffici giudiziari comporta spesso rinvii lunghi tra una udienza e l’altra e durate dei processi che incontrano l’unico loro vero limite proprio nella prescrizione.
Senza più la prospettiva della prescrizione del reato, il cui corso sarà di fatto bloccato dopo la sentenza (o il decreto di condanna), il giudizio si accomoderà su tempistiche più lunghe, dovendo sopravvivere con l’unica necessità di definire il solo primo grado entro lo spirare del termine, che per reati più gravi supera di gran lunga i dieci anni. Il processo di appello poi, potrebbe durare ben più di quanto duri già oggi, e il processo in Cassazione potrebbe subire anch’esso un notevole rallentamento, in quanto i gradi di giudizio successivi al primo non avrebbero più il rischio di conoscere l’estinzione del reato prima della loro definizione. Avremo dunque processi lunghissimi, se non infiniti, che dopo l’emissione della sentenza di primo grado, non avrebbero più un ostacolo alla loro definizione nel decorso del tempo. Penso poi ai processi in cui, in grado di appello, si rende necessario procedere a rinnovazione dell’istruttoria. A distanza di tanti anni, diverrà praticamente impossibile svolgere tale attività, se non con una forte compromissione della genuinità di esami testimoniali effettuati a troppa distanza dal verificarsi dei fatti.
Secondo l’attuale formulazione poi, la prescrizione non maturerebbe più non solo per i condannati all’esito del giudizio di primo grado, ma anche per quanti verrebbero assolti, per non parlare poi dei diritti delle parti lese, le quali vedrebbero ancora più annebbiata la loro possibilità di vedersi riconoscere i risarcimenti dei danni subiti in ragione della commissione dei reati.
Saremmo dunque di fronte ad una situazione di “fine processo mai”, Non è, in altre parole, colpendo un istituto quale la prescrizione, prerogativa necessaria all’interno di uno Stato democratico e di diritto, che va trovata la soluzione in relazione ai tempi della Giustizia ed alla riorganizzazione di un intero apparato. La riforma della prescrizione è un classico esempio di norma spot, che offre a chi spinge per la sua entrata in vigore la possibilità di comparire agli occhi dell’opinione pubblica come fautore di un miglioramento dell’efficienza del sistema, ma che in realtà definirà un effetto di vera e propria deflagrazione del diritto, costituzionalmente garantito, di poter essere giudicati con un processo di ragionevole durata e di poter conoscere il proprio destino in un lasso di tempo accettabile, che non possa pregiudicare né il percorso di vita di un innocente né le legittime aspettative di una vittima di un reato, o della sua famiglia. Auspicabile dunque un ripensamento in tal senso, che punti ad una riforma strutturale dell’apparato giustizia in Italia e, in quelle parti ove se ne ravvisi la necessità, ad una revisione del processo penale.

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