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Domenica, 25 Giugno 2017
TURNO DI BALLOTTAGGIO - Ore 12:00: affluenza alle urne nella città di Taranto 10,44%. Sette punti percentuali in meno rispetto al primo turno

Le sorridenti miss del dopoguerra

Attualità
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Va in scena il quarto d’ora di celebrità più o meno ‘ufficiale’ di comparse a bassa percentuale. E’ come per ciò che resta del pallone: tutti insieme appassionatamente, comprimari e giornalisti, politicanti e tarantisti, pur di far finta che sia una cosa seria. Viva la Mamma!


Le sorridenti miss del dopoguerra sono fatte così: sorridono. Esibiscono. Spianano al sole fior di dentiere, residue o ceramicate che siano. Non le vedete? Hanno messo quella gonna un po’ lunga, così felicemente anni Cinquanta, cui sono tanto affezionate, e che si fanno stirare generalmente per la domenica mattina: quando, dopo la funzione di Don Meditabondo, sorridono alla perpetua coi baffi, sorridono alle palpaculo dei ceffi, sorridono all’acquasantiera coi graffi e prendono la via della pasticceria, dove acquisteranno i mustacciuoli per il pranzo a casa di Mamma. Perché no. Perché sì.
Scorrono in parata come ai gloriosi dì delle concorsiste, Miss Roma Silvana Mangano, l’altera Lucia Bosè, Gianna Maria Canale, Gina Lollobrigida, Silvana ‘Silvanella’ Pampanini (la malafemmina di Totò), e ovviamente la divina Sophia Loren, Miss Italia 1950. A Taranto (e provincia) le locali Sorridenti, specie gli uomini, hanno certamente più tette di quelle dive o starlette, che pure depositarono il marchio delle Maggiorate (senza silicone, tutta salute). Ne parlai nel pezzo scorso, quattro giorni fa. E, fondamentalmente, anche nel precedente (‘Media partner’, 27 aprile). Per il quale, per i quali, più di qualcuno mise il broncio, ovviamente preferendo il ritaglio o il riparo. Ma fate bene a comportarvi così, credetemi: perché è se scrivete che avete un problema (anche questo è provato). Come che sia, quel pezzo conteneva un errore per difetto: quello di ritenere la stampa sportiva una fattispecie al di sotto di quella complessiva. Che cazzata: tutto è inevitabilmente proporzionato, sempre o quasi sempre. Nel e dal contesto.
Lo vediamo soprattutto in quest’ultimo mese e soprattutto in quest’ultima settimana, quella che conduce al cosiddetto ballottaggio per l’elezione del cosiddetto sindaco. Non ve ne siete accorti? Se no, vi capisco: non è una colpa ignorare il risibile, la commedia dell’arte morì proprio per questo. Tranne che stavolta non c’è (un) Goldoni a salvare i cavoli, se non le capre. E che i figuranti del nulla non appartengono soltanto alla politica politicante, alla vecchia che si ricicla in nuova, alla nuova che lecca le scarpe alla vecchia e poi però dichiara di volerla pensionare. No. Molta panza e poca presenza, se non nei salotti e nelle riunioni griffate Lion’s, il cast di sostegno appartiene alla Stampa Costituita. Sulle cui sedie gommate, telefono spesato e menabò impostato, aggiungono dieci chili l’anno alle chiappe d’un mestiere che fu di facce incavate e suole consunte, e ora è di guance rotonde e lingue ispessite dall’uso.
Dall’uso nei confronti di chi, alla fine? Del primo che capita, del primo che convoca. Purché assicuri il giocattolo. Ironico ma anche significativo che accada negli stessi giorni in cui il pallone rosso e blu finge di ripartire da chi lo ha affossato, dopo averne acquistata l’iscrizione in Lega Pro (ma solo quella). Il calcio tarantista è ripartito da dove era sin troppo facile prevedere che avrebbe fatto, under di qua, progetti di là, schemi e contatti, semi e contratti, pali di Cozza, alzate il Volume se no non si sente, Taranto merita, Taranto ha storia, la D ci sta stretta, povera Elisabetta, quante te ne hanno dette, come si sono permessi? Vi fa ridere, o vi fa pena? Ma è il giornalismo che fa, Galigani escluso e meno male che c’è, gradito o sgradevole, chi altri vi spiega veramente come e quando rimbalza ‘sta sottospecie di pallone? Il giornalismo che non ha perso un attimo e risguainato la lingua, mai veramente rinfoderata, purché si possa rimettere una settimana sull’altra facendo finta che sia una cosa seria e giustificando firme, spazi, commenti pensosi, analisi tattiche, per favore un gettone, pardon, un accredito, la giostra riparte e ‘u poste pe mmé, l’avita fa’ assé.
Sicché godiamoci alla grande questa succursale di palcoscenico, questa variante di rimbalzo, quest’ora d’aria per mestieranti da due, cinque, otto per cento che si fanno fotografare abbracciati a sei, sette colonne, come se veramente stesse per andare in scena uno spettacolo degno d’un pubblico pagante, una rappresentazione pensata da un autore con qualche idea di competenza. Non vi coglie mai un senso del grottesco, un brivido dell’impossibile di fronte a un teatro del paradosso che non ha niente dell’assurdo d’autore di Ionesco, e che però si propone ufficialmente come lo sfondo reale di una città residuale? Altra cosa da non dire, sempre si vi guardate intorno e sempre se amate le articolesse marchettare di chi riesce a sostenere che invece siamo in pieno neoboom modello anni Sessanta, l’economia traina, il mare è risanato, l’Ilva di più grazie a un padrone nuovo di zecca che riporterà il benessere esportando ciclamini, Taranto ha finalmente imboccato la strada della diversificazione  e quindi l’imminente sole estivo è già il sol dell’avvenire. Davvero non vi arriva mai niente del genere, all’orecchio? E quando arriva, come vi reagisce l’intestino? Perdonateli, perché sanno quello che fanno. Una volta si diceva, dai cantieri Tosi all’Italsider: a ce me dé pane, chiame tatà. Adesso questo capolavoro di società confratella ha traslocato nell’altro bagno, quello con la cuffietta e la crema per i piedi. Serve eccome: a tenerli morbidi. Sai com’è. Viva la Mamma!

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