PROCESSO “THE OLD”, VENERDI' IL VERDETTO

Cronaca
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Conclusa la discussione per il procedimento originato dalla maxi-operazione antimafia condotta dai carabinieri nel giugno del 2014. Gli imputati rischiano, complessivamente, oltre un secolo di reclusione

Conosceranno la loro sorte giudiziaria solo la prossima settimana gli imputati al processo antimafia originato dall'operazione “The Old”, quella che nel giugno di quattro anni fa portò alla luce l'esistenza di un presunto sodalizio criminoso sospettato di aver gestito traffici illeciti soprattutto nel versante orientale della provincia ionica.
La decisione di aggiornare la camera di consiglio per la stesura della sentenza a venerdì prossimo è stata adottata dal Tribunale presieduto dalla dott.ssa Alessandra Romano al termine dell'arringa dell'avv. Franz Pesare, ultimo componente del collegio difensivo ad aver preso la parola e ad aver cercato di ridimensionare un impianto accusatorio che si basa sul risultato di indagini che hanno fatto leva in particolar modo sull'interpretazione di una miriade di conversazioni intercettate.
Ad attendere il responso dei giudici sono in tutto 7 inquisiti, vale a dire coloro che, circa due anni e mezzo fa, in sede di udienza preliminare optarono per il rito ordinario. Una scelta che si contrappose a quella operata dalla maggior parte dei soggetti coinvolti nel procedimento, i quali preferirono definire le rispettive posizioni facendo ricorso al giudizio abbreviato. Procedimento, quest'ultimo, che va ricordato per diritto di cronaca è passato già al vaglio della Corte d'Appello.
Ritornando al processo in corso di celebrazione, va detto che la pena più alta la rischia il 59enne crispianese Francesco Locorotondo, considerato dagli inquirenti il vertice del gruppo sgominato nel giugno del 2014 proprio con l'operazione condotta dai carabinieri e denominata “The Old”. Valutati gli elementi probatori acquisiti nel corso del procedimento, il rappresentante della pubblica accusa (il sostituto procuratore della DDA di Lecce dott. Alessio Coccioli) ha chiesto che il presunto leader del sodalizio venga giudicato colpevole per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, droga ed estorsioni e condannato a 26 anni di reclusione. Due anni in meno sono stati proposti per un altro elemento di spicco del processo, anch'egli accusato di associazione mafiosa: il lizzanese Giovanni Giuliano Cagnazzo.
Sanzioni di entità inferiore sono state formulate dal p.m. per gli altri cinque imputati: Salvatore D'Ettorre (16 anni) Francesco Saracino (10 anni), Antonio Li Pomi (9 anni), Paolo Marangi (9 anni) e Valerio Panariti (8 anni).
A giudizio della pubblica accusa, quanto emerso dall'attività di indagine, prima, e dall'istruttoria dibattimentale, poi, non dovrebbe far nutrire dubbi sul ruolo rivestito dagli inquisiti nella vicenda. Secondo il dott. Coccioli, i riscontri investigativi hanno contribuito a definire le modalità illecite del presunto clan che avrebbe avuto come centrale operativa, come base logistica una masseria che si trova fra Lizzano e Fragagnano. Conclusioni che, però, il collegio difensivo (composto, fra gli altri, dagli avv. Angelo Masini, Franz Pesare, Enzo Sapia, Luigi Danucci) ha avversato nel corso delle udienze dedicate alle arringhe tentando di dimostrare l'insussistenza sia dell'ipotesi legata all'associazione mafiosa (accusa che è contestata solo ad alcuni imputati) sia del presunto traffico di droga e delle estorsioni. La difesa ha anche cercato di sminuire la portata delle intercettazioni fornendo interpretazioni alternative a quelle formulate dalla magistratura. Ma su quanto esposto dalle parti toccherà decidere al Tribunale. Spetterà all'organo giudicante esprimersi sulle richieste di p.m. e legali. Ancora una settimana ed ogni dubbio riguardo all'esito di questo processo sarà fugato.

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