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Mer, Lug

E li chiamano adulti

E li chiamano adulti

Cultura

Travestite da persone cosiddette mature, autentiche canaglie armate di popcorn e suonerie a palla infestano oramai gli ultimi luoghi che dispensarono incanto: le sale musicali, teatrali e cinematografiche. Almeno ricordiamocelo, quando per ogni male o malvezzo del mondo poi ce la prendiamo con i ragazzi

SONO TORNATO al cinema dopo diversi mesi. Ben due volte in una settimana. Purtroppo mi capita di andarci sempre meno, ma lo amo e non potrei mai surrogarlo. Cioè, capisco chi deve fare i conti anche con i sette euro del biglietto, che vuoi dirgli? L’equivalente di tre chili di pane di Laterza, più di quattro di rosette e papere, e latte, frutta, caffè. Ma se uno mi dice: sì, aspettavo quel film, però lo vedrò in pay tra otto mesi o pirata tra otto giorni, allora fine del dialogo e fine del discorso.
Al cinema si va, se appena si può. Il cinema, se anche alla fine il film ti fa schifo, è un artigianato o un’arte lavorata, con tanto sudore, speranza, passione e patemi dietro, spesso o talora anche bravura, persino talento. Il cinema è una delle ultime magie cui sin qui abbiamo potuto accedere. Che in teoria ancora ci sarebbero concesse. Siamo un set anche noi, se ci pensate; o ne veniamo assorbiti. La maschera rivisitata, ormai in giacca e cravatta, ma sempre maschera. Il biglietto strappato. I posti, saranno decenti? La gigantessa davanti con i capelli a siepe, che sfronderesti su due piedi (dalla gola, compresa, in su) se ahimè non avessi lasciato a casa la cesoia, figurati se non me la beccavo io. L’inquilino dello stabile che non hai voglia di salutare, meno male che c’è il buio, all’uscita poi si pensa. Il collega separato con la figlia nell’ora d’aria, come stai, anche tu qui, ora devo lasciarti, mi rubano la poltrona. La sigla della produzione che finalmente parte, e il sollievo presago del pubblico che si zittisce (si zittiva). La mano della tua donna che stringe la tua, o la tua che stringe la sua, come se fosse l’unica complice situazione possibile, o come se si fosse seduti su un volo Ryan che certamente cadrà nella tempesta. Ci si prepara(va) all’evento con cerimoniali acquisiti e solennità da rituali Incas. E magari sta per cominciare solo una fetecchia con Massimo Boldi oppure Austin Powers.
IL ‘MARGHERITA’ di Putignano è un cinemino ricavato da un salone baronale, sessanta o settanta posti molto decorosi. Tardo pomeriggio di Santo Stefano, ‘La dea fortuna’ di Ozpetek. Coppia di cinquantenni, silenziosi sino al primo fotogramma. Da quell’istante in poi, cinque continui interminabili minuti di commenti ad alta voce sui precedenti di Ozpetek, sulla recitazione di Accorsi, sul casting dei bimbi, sui significati della scena iniziale. Tocca alzarsi e andare a dirglielo. Grugniti in serie, nessuna scusa. Finisce lì, deogratias. Nemmeno il tempo di riposizionarsi, e parte a palla la suoneria da Bohemian Rapsody di un tale con la pancia a fisarmonica. Ci pensa su, è incerto, forse è una grana, una chiamata noiosa. Lascia squillare, mentre in parecchi rovistiamo nei tasconi in cerca della 44 Magnum dell’ispettore Callaghan. Infine si decide a rispondere, ma non a uscire dalla sala. Con voce baritonale si finge entusiasta del pensiero, come stai, ti avrei chiamato, buon Natale, mangiato la zampina o lo zampone? Ah, vero, quello si mangia a San Silvestro. Per (Dea) fortuna un buon seminarista, due posti a latere, con garbo cardinalizio gli dice scusa, capa di minchia, te ne vai affanculo all’altezza della piazza centrale?
Segue finalmente, devo dire, visione silente e ininterrotta, senza più idioti critichevoli né intervallo spezzagambe. Neanche eravamo stati ingolfati, per prologo, da un eccesso di spot, o di trailer. Onore al merito.
‘ORFEO’ di Taranto, primo pomeriggio del due gennaio, ‘Tolo Tolo’. Si direbbe che siamo satolli, dopo giorni di baccanali. Macché.  La coppia davanti si presenta con una doppia magnum di popcorn e set di bottiglie in plastica: le lattine non potrebbero scrocchiare tanto artisticamente, e farebbero molto meno casino. Vabeh. Comincia il film.
E si accendono le luci in sala.
Non quelle della sala.
Ma quelle degli smartphone.
Dieci, poi venti, poi trenta. Lucciole del meriggio tarantino che chissà da quanti anni avevano prenotato il biglietto, chissà da che ora si erano accampate nei sacchi a pelo in Villa Peripato, chissà in quante risse da strada si erano accapigliate per imporre in anticipo che il film di Zalone avrebbe fatto cacare o anche no. Sms ricevuti. Sms inviati. Connessioni su Google per scoprire che tempo farà a fine mese, come si mangia in quel posticino di Gioia Tauro, se Salvini ha postato la foto col tiramisù e quali saranno i finalisti di MasterChef. Ossessivi. Compulsivi. Invasivi. Lesivi.
Non ce n’è uno che abbia meno di trent’anni. Più spesso quaranta, cinquanta, sessanta.
Attonito, penso: ma il danno non erano i soliti noti, cioè gli adolescenti? I soliti drogati, asinissimi, rincretiniti ipercolpevoli ragazzi, responsabili d’ogni male e malvezzo del mondo a dispetto della santa educazione, del virtuoso esempio di noi impeccabili adulti? E non che in quella fascia qualche problema (anche molti) non ci sia. Ma insomma, nella luminosità indotta del parterre non ho scorto un solo smartphone a luci sparate che avesse i brufoli.
Questo consideravo con un certo fastidio, quando l’intervallo è piombato come una sentenza dopo neanche cinquanta minuti.
Fuggi-fuggi. Angoscia gastro-esistenziale. Come faremo a tornare a casa, se arriva il disastro nucleare. E se il vicino di poltrona mi precede? La fila al bar ricorda la pena del Grande Esodo. Cinque minuti, dieci, quindici, il film non ricomincia mai. La coppia davanti ritorna vincitrice con altre due magnum di popcorn e stavolta tre lattine tra coca e fanta, si sa mai. Intorno, bustoni da Ferragosto di merendine, patatine, dragamine: ma dov’è questa crisi? Quasi preferirei che avessero portato da casa panini, timballo e  parmigiana.
Forse qualcuno, uno o due, dopo aver lasciato cadere i pezzi di mortadella avrebbe persino fatto finta di pulire.
VA COSI’. Fine della predica, che non lo era. Non era andata meglio a mia sorella, l’uno mattina al ‘Fusco’, durante lo splendido, toccante concerto di Capodanno: che il direttore ha dovuto interrompere, con il più rabbioso dei silenzi, a causa di un fenomeno in quinta fila e della sua suoneria battente, altissima, impunita. Mentre ascoltavo lo sdegnato resoconto, ho ripensato all’aneddoto del grande Petrolini, disturbato durante un monologo da un imbecille che berciava e chiacchierava sul loggione. Petrolini si stoppò. Si voltò. Fissò il coglione e disse: “Io nun ce l’ho co’ te, ma cor cretino affianco che nun te butta de sotto”.
In platea è più complicato, ma un sistema si trova.