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Lun, Giu

L'ALFACOVID

L'ALFACOVID

Cultura

Lettera per lettera, rassegna delle facce, delle assurdità, dei luoghi comuni, delle espressioni idiote e delle vergogne che ci sta donando questo periodo maledetto: non bastava il danno, serviva pure la beffa

La pandemia ci ha svuotato le gomme, anche se c’è chi dice che ci ha riempito i valori; i media e il polticame ci hanno riempito di stronzate, anche se c’è chi dice che lavorano per noi. Nessuno lavora per noi, spesso neanche le persone che sostengono di amarci e magari ogni tanto è pure vero: tranne noi stessi quando e se ci riusciamo (molto poco). L’AlfaCovid che segue è in realtà un misto tra un diario e uno stupidario a passeggio, come per un’ubriachezza molesta e (in)consapevole, tra parole d’ordine, luoghi comuni, dissenterie, distorsioni e personaggi tossici che la quotidianità virale ci ha imposto facendo finta che sia un sostegno, anzi un soccorso, un set di calzette o di vestaglie da camera per sentirci di lusso mentre ammuffiamo in casa. La vita vera non funziona(va) così ma il mercato del plagio sì: ascoltate noi, ci occupiamo di voi. Non aspettatevi da me carezze, retorica, correttezza – come la chiamano – politica. Chi preferisce i sali profumati e stordenti delle minchiate, che resti pure a mollo nella vasca da bagno.

A come Azzolina. Rossetto d’ordinanza e cera da Bela Lugosi ne ‘I vampiri di Praga’ del 1935, l’enfant prodige della politica postatomica ha occupato, da capocantiere del Miur, un posto che dai governi precedenti era stato lasciato vacante, chissà perché (Giannini, Fedeli, Bussetti): eppure avrebbe una discreta importanza. Tuttavia prenderebbe querela chi si azzardasse a negare che la neoministra abbia la licenza media. A soli 37 anni, ovviamente pentastellata, sostiene di aver vissuto in prima persona tutte le fasi della scuola italiana: dal ‘Conciliatore’ di Silvio Pellico del settembre 1818 allo Statuto Albertino alla Legge Casati del 1859 sino alla Riforma Gentile (1923), quando ormai Lucia era di ruolo da un pezzo. Chi, dunque, meglio di lei? Ha affrontato l’emergenza con la prima dichiarazione nella fondina, più svelta di tutti ad estrarla: “Scordatevi il sei politico”. Grande. Dopodiché è passata alla A come Abolizione: Aboliti gli esami di terza media, la prova Invalsi, poi i due scritti della cosiddetta ‘maturità’, poi il criterio della non scrutinabilità per chi non abbia frequentato il minimo delle ore globali (25 per cento), poi i tre docenti esterni. A seguire, ha abolito la bocciatura, ma scordatevi il sei politico, e la non Ammissione agli esami di Stato, ma scordatevi il sei politico. Primo risultato: se sei venuto a scuola per due mesi in tutto o anche uno, in quel periodo non hai fatto una mazza e da marzo in poi non hai nemmeno inviato online ai tuoi prof la ricetta del risotto al radicchio, verrai comunque promosso oppure Ammesso agli esami se sei in quinto. Però, cosa credete? Scordatevi il sei politico, per gli anni dal primo a quarto mica ve la cavate così, benché promossi con tutti 2: a settembre vi aspettano delle temibili prove o meglio sessioni di recupero (cfr. comica, altro che burla, pre riforma Fioroni del 2007: promozione ‘con debito’, anche in cinque materie o sei). Incredulo, a un certo punto ho pensato: Sua Magnificenza è persino capace (si leggeva) di portare il credito scolastico a 50, da 40 che era (25 due anni fa). Errore: l’ha portato a 60. Ricordo, per i non addetti, che 60\100 è la quota di promozione minima della sempre cosiddetta ‘maturità’: ciascuno tragga non le sue considerazioni, ma la somma fattibile. Infine, quasi infine, con la seconda Colt nella fondina Santa Lucia ha dichiarato a marzo che “sarà un esame molto serio: l’orale non potrà durare meno di un’ora”. Indi ha comunicato al mondo (ad aprile) che nel suddetto orale molto serio e unico lo studente potrà, anzi dovrà partire da un argomento (concordato) della materia caratterizzante, a scanso di sorprese; e, non si sa bene cosa debba fregarcene, che, se ci fosse stata la prima prova scritta, lei avrebbe proposto / imposto Pirandello (forse lo ha conosciuto ai tempi della riforma del dott. Gentile, cui diede un paio di dritte). Scordatevi, insomma, il sei politico. Indi poscia, 6 maggio, nuova rettifica: l’esame orale sarà una cosa seria, “dovrà durare non più di un’ora”. Non di più. Prossime fermate, sino al 17 giugno: non più di trenta, venti, dieci minuti. Cinque massimo sei, no? Si può sperare. La sera, quando infine stremata dal suo Illuminismo s’adagia tra morbide coltri, ella forse può dimenticare di slavarsi il rossetto, ma non di fare due conti sulla formidabile formula alchemica di geniale intuizione: porterò la percentuale di maturati dal 98.2 al 104 percento. Sarà la nuova Teoria della Relatività (bis) e mi regalerà il Nobel: chi mai potrà scordare – si autoesalta – il mio onorato nome, che da ora in poi ogni 13 dicembre verrà festeggiato con dei falò che inceneriranno i palmizi del Lungomare Ostiense? Nessuno. Sia mai. Roba da targa al Quirinale - altro che! - , ed epigrafe in fronte al tritone della Fontana di Trevi. Azzo, Lina.
 
B come Burla. Vai alla lettera E.
 
C come Cina, Congiura, Complotto. C come Cia, la salvatrice del mondo che 17 anni fa mise in mano al gen. Colin Luther Powell, il Segretario di Stato di Bush, la fiala contenente la prova (antrace) che Saddam possedeva armi chimiche, le aveva utilizzate e certamente stava per riutilizzarle. La polverina bianca era in realtà il dolcificante del caffè Haag dell’usciere 67enne, un po’ cardiopatico. Adesso la Cia ha soffiato a Bush, pardon, a Trump, che basta aggiungere una enne e avremo i colpevoli: ci sono, anzi ci sarebbero, anzi ci potrebbero essere, anzi prima o poi tireremo fuori che ci sono, le prove che il Covid-19 è stato creato (ad arte) nei laboratori delle Triadi. Sono tutto un orecchio.
 
D come Da remoto. Vengono propagate locuzioni del genere e diventano moneta corrente. Non so se sia peggio la strategia bastarda di chi viene assoldato per ficcarcele in testa o la mansuetudine con cui accettiamo che ci pervadano, per poi ripeterle a pappagallo come degli imbecilli. Il mondo della scuola, soprattutto, è molto sensibile a queste fascinazioni: vedeste con quanto trasporto estatico tanti, troppi docenti pronuncino, per esempio, questa e altre robe tipo “attività laboratoriale”, “capacità attentiva”, “modalità partecipativa”,  “in itinere”, o “ex se”, tutti (non tutti, eh) felici di leccare le suole al ministro o al (alla) preside di turno e alle loro luminose, appecoronate modulistiche (le linee guida). Se ho capito bene, Da remoto starebbe per lezioni da casa, quindi da lontano, non in presenza: a uecchio. Potrei approfondire, ma sono già abbastanza triste per dover amare Da remoto, quindi non in presenza, Diletta Leotta o Monica Somma. Anche vero che non Da remoto, bensì, come dite, in presenza, Diletta e\o Monica non mi si cagherebbero manco di striscio. In effetti. Mah.
 
E come Esami di Stato (2020?). Vai alla lettera A. Poi, in itinere, alla prossima P. Ma, soprattutto – sempre in itinere - alla lettera B.
 
F come Forse. Forse il peggio è passato, forse il picco è alle spalle, forse il caldo asciugherà il virus, forse bagnanti, bagnini, granchi e palloni non dovranno mettere la mascherina, forse ci sarà un’estate, forse non dovremo indossare il 27.mo modello di autocertificazione al posto della canotta e forse, già ad agosto e non a novembre, non dovremo giurare al posto di blocco sotto casa di esserci lavati i piedi dieci minuti prima. Forse a Natale non dovremo più essere per strada, in coda col carrello, mentre nevica, in attesa che venga estratto a sorte il nostro ambo da 50 centesimi per accedere alle segrete del supermercato. Abbiamo cancellato Forza,  al suo posto abbiamo scritto Forse. Abbiamo messo nei Forse a colori sfumanti tutta la Forza che (ci) resta.
 
G come Giornali. G come Giornalai, il termine popolare con cui chiamiamo gli edicolanti. L’esercizio maggiormente costretto a chiudere negli ultimi due anni è diventato l’esercizio più costretto ad aprire negli ultimi due mesi. Bistrattati, snobbati, superati dall’online, dimenticati dallo Stato, costretti a inventarsi inimmaginabili espedienti, esperimenti, alternative, corsi di duecento ore e licenze per campare e poter proporre generi che con l’editoria c’entrano zero, gli edicolanti sopravvissuti si sono trasformati in sentinelle dell’ultima trincea a sei, settecento netti di guadagno mensile: tra i pochissimi cooptati dalla serrata del 9 marzo epperò pure, da sopra, osteggiati da sindaci autorefenziali e bravoni (Gioia Tauro, Bacoli, Procida: tra gli altri) che hanno tentato di chiuderli per proprio dispotismo. Si legge sui giornali che gli italiani sono tornati ad acquistare, quindi probabilmente anche a leggere (non è sicuro: bisogna avvolgere i calamari, prima di pulirli), i giornali. Questa specie di giornali. Se è vero, è un miracolo doppio. Triplo. Ciao Alessandro, ciao Nicola. Siete grandi.
 
H come Ho le palle. Metaforiche magari, essendo una donna, ma palle come noci di cocco. Jole Santelli, presidente della regione Calabria, a fine aprile al Premier ha replicato: te lo scordi che anche dopo il 4 maggio i nostri ristoranti resteranno chiusi. A domanda dei microfonisti, ha precisato:”Se il cibo da asporto è legale, non vedo che danno faccia qualche tavolino fuori. E comunque noi siamo una regione fragile: senza movimento, senza turismo siamo morti prima ancora di provare a rivivere”. Aggiungo: regione a contagio quasi zero. Ordinanza ovviamente subito impugnata da Boccia, il ministro per l’Autonomia, battaglia legale, guerra di diritto. H come Ho le palle: piene. Ma non di persone come la Santelli.
 
I come Idiozia. Campionario molto vasto e molto lirico, proprio vero che siamo un paese di poeti: di navigatori non lo so più, tranne Orazio Schettino Nelson, di santi forse un po’ ancora ogni tanto (Santa Lucia Azzolina). La tizia che viene pescata a 6 km da casa e dice che sta cercando il cane. I Marco Polo che, a fine febbraio e già col contagio dilagante, si fanno mille km sino a Codogno o pressi solo per scortare o dare un bacio a parenti, poi tornano allegramente in Puglia e giustamente infettano familiari e famigli (magari anche ricoverati, perché no?). I cento che proprio non possono rinunciare a farsi la processione del Venerdì Santo, in Gargano e in Salento, e il prete che li benedice pure. I centomila, cifra al ribasso, che dal 4 maggio in poi in quasi tutte le grandi città hanno affollato e affollano piazze, vie e litorali, siccome c’è il sole, senza mascherine né – ovviamente – distanze (vi raccomando il raduno dell’Aperitivo Globale dei giovanotti ai Navigli, Milano, Lombardia, mica Umbria o Molise). I due che, in provincia di Padova, massacrano di botte un ragazzo solo perché lo vedono correre. Più altri mille e altri mille esempi archetipici di Idioti memorabili con le cui figurine ciascuno di voi potrà contattare CosmoPolis e successivamente riempire l’album, allorché la Panini si deciderà a diffonderlo. Mancando il calcio, credo sia una discreta Idea. A quando?
 
L come Liberi tutti. Sì.
 
M come Ma quando cazzo mai, liberi tutti.
 
N come Nonni. La fascia più anziana, è noto, è la più aggredita ed è stata, è ogni giorno, quella che fa registrare il maggior numero di vittime. Mentre giustamente ci si angoscia sulla depressione post pandemia, ci si dimentica di un ulteriore guaio economico: già in pre pandemia l’Italia era un Paese in ginocchio la cui struttura stipendial-familiare si reggeva sui pensionati. Erano i Nonni, cioè, col loro mensile e con le reliquie della loro liquidazione a coprire mutui, rate e spese dei figli disoccupati o inoccupati; e non di rado ad alloggiarli o scarrozzarli persino (nipotini in primis) con la loro vecchia Panda a manovella. Il Virus ha stabilito che non sarà più un Paese per vecchi, dato che li ha sparecchiati per la gioia (commovente) dell’Inps, poi ha convocato una conferenza stampa e ai giovani in sala ha rilasciato una sola, semplice dichiarazione: mò cazzi vostri.
 
O come Ottantena. Ho reincrociato il vecchio un paio di giorni fa sul nostro percorso consueto rilegalizzato dal Premier: io correvo alla cazzo, lui camminava cauto. Non ci vedevamo, ovviamente, dai primi di marzo. Non ci conosciamo, ma sempre un saluto garbato. Mi ha detto dai venti metri: “Otre ca ‘a quarandéne, n’honne refelàte l’ottandéne”. E un sorriso lieve, bonario, un cenno con la mano. Era il suo modo per dirmi: bello che ci siamo rivisti, proviamo a tenere duro. Sono questi gli unici filosofi che frequenterei, se ancora avessi facoltà di scelta: con una bottiglia di birra o un bicchiere di vino in mano. Altro che social.

P come Punti di credito: vai, indifferentemente, alla lettera E o alla A. Ma, soprattutto, alla B.
 
Q come Quanne te passe: seguiva schioccando le dita, tra noi marinai di leva a Maricentro, il gesto provocatorio della stecca. Variante di autocoscienza, sempre ad alta voce come i minchioni che eravamo e siamo, io di sicuro: Quanne me passe. Variante con precisazione aggiuntiva:… ‘sta malatìe. Spuntava sempre da qualche buca di imboscamento un marò che si sentiva in dovere di completare il concetto con la risposta inesorabile, nota e non richiesta: … màje.
 
R come Runners. A un certo punto, per una di quelle dinamiche un po’ fobiche un po’ endemiche, soprattutto molto autoassolutorie (un colpevole ufficiale è sempre perfetto per farci glissare sui nostri scheletri nell’armadio), ovviamente alimentate dai media e dai social – cioè dalla credulità, dalla malafede e dal fancazzismo -, i Runners sono diventati il vero, enorme, principale anzi unico problema del Paese in quanto untori accertati e turpi propagatori del Morbo. La campagna anti sgambatori ha portato al divieto (quasi) assoluto, alla chiusura dei parchi, ai 200 metri di Catone Zaia, alla (ragionevole) punibilità di impiccagione per i reprobi con le scarpette e ad armare i cazzotti di Idioti come quei due alla lettera I (vedi); nonché alla forbita, magistrale catilinaria del campione del mondo Massimo Oddo, ex fenomeno della fascia destra e ora fenomeno della panchina oltre che della pubblica morale: “Voi che volete correre: statevene a casa, avete rotto i coglioni”. Applauso generale. Ora, come rammenta il proverbiale proverbio, la mamma degli imbecilli è sempre incinta; ma pare che da due mesi in qua sia più fertile ancora. Per restarci, le basta non rispettare il celebre distanziamento sociale da uno schermo: mentre twitta Oddo o parla Conte.  
 
S come Sondaggi e Statistiche. Un tempo si diceva: due sono i mestieri che mai conosceranno crisi, il becchino e la prostituta. E’ ancora discretamente vero: il becchino, per carità; la prostituta invece più o meno da fine gennaio paga la parafrasi derubricata del grande Cetto Laqualunque (“Chiù PIL per tutti”).  Da diversi anni, facciamocene una ragione, si deve aggiungerne un terzo: il Sondaggista. Inattaccabile foss’anche dal ritorno della Peste Nera, impermeabile a qualsiasi fattore di piaga, utilizzabile per qualsivoglia vicissitudine socio-sessuale o agro-astronomica, il Sondaggista rifornisce la pancia dei media e irrompe nelle nostre benevolenti case senza degnarsi di bussare: quale carestia, quale infezione, quale cambio di governo, quale (prossima) irruzione nel Mercato Globale delle calze a rete griffate Angela Merkel potrà mai incrinarne la necessità? Figuriamoci il Corona Time: anzi. Ecco dunque i primi violini dell’università Tor Vergata (per citarne alcuni) informarci, su un campione di ben 3500 connazionali su 60 milioni, che dormiamo di più (davvero?), cuciniamo di più (davvero?), il 44% è aumentato di peso (davvero?) e, udite, addirittura il 40% “non ha un filo di depressione” (da ‘Repubblica’ del 5 maggio). Indiscrezioni sul rimanente 60? Attendiamo febbrili le imminenti rivelazioni, pardon, rilevazioni del cattedratico Istituto Semicluniacense ‘Don Capocchia’: ha preannunciato con un lancio sui social che scopriremo, su un campione di 17 Siciliane di Agrigento e 22 friulani di Cervignano, cosa pensano, rispettivamente, della percentuale di pinoli nella pasta alle sarde e nello strudel cannellato alla Sud Tirolese. Possibili Sorprese impensabili nonché – of course – clamorose. Stiamo in campana.
 
T come Trump, The Donald. Ma quando lo reinventano, uno così. Se non lo rieleggono per votazione, a novembre, bisognerebbe confermarlo per chiara fama. A febbraio, infastidito dai trafiletti relativi ai due o tre morticcioli di Cina e Italia, sancisce urbi et orbi: che me ne frega di una febbricola. Poi gli americani si beccano la febbricola e lui sbigottisce: ma questa è una pandemia. Allora rassicura con cipiglio: cittadini, è dura, ma non supereremo mai le inevitabili 60-65mila vittime (siamo a quasi 80mila, mentre scrivo). Nel mezzo, attacca l’Oms: colpa vostra, screening di merda, da ora in poi vi taglio la paghetta di 500 milioni. In ultimo, vai alla lettera C, l’attacco alla Congiura Cinese. Ragiono Cinicamente da vecchio giornalista, perdonatemi: con uno così non ci si annoia mai. Per favore, americani, e imploro anche i miei vari procugini migranti ormai a Boston da un paio di generazioni: rivotatelo con amore, e tenetecelo là.
 
U come Untori. I pipistrelli: naturalmente. Per l’Hiv, anni Ottanta, fu colpa della scimmia africana. La peste del Trecento la portarono i topi, anzi le pulci con cui si allenavano. Francesi e tedeschi però decisero di credere che erano stati gli ebrei con code di gechi e liquore di rospi, così presero a bruciarli vivi nelle sinagoghe (ricorda qualcosa?): discretamente meglio che restituirgli i prestiti, il che ha sempre sceneggiato tutta la Storia sino ai gulag degli Zar e ai lager dei nazi. In Italia sono stati chiusi 785 reparti ospedalieri soltanto negli ultimi 5 anni e tagliati 410mila (su 600mila) posti letto negli ultimi 35, 70mila solo negli ultimi 5 (fonti tra il pubblico e il confidenziale di un eroe sul campo). Io all’inizio credevo banalmente che il problema della pazzesca percentuale di letalità (12-13 nel Paese, 18 per cento in Lombardia, 6 percento o meno nel mondo) fosse legato alla nostra elevata età media; poi ho appreso che in Giappone, Corea del Sud e Germania sono pure più anziani, epperò morivano e muoiono tra il 2 e il 3 e mezzo percento. Travestiti da welfare, i nostri governi nazional-perbenisti dell’ultimo mezzo secolo hanno dovuto spendere e spandere per ricompensare i propri raccoglitori di schede, dai falsi invalidi ai baby pensionati, sino a prebende, compromessi e affari ben più succulenti. Finiti nella merda, gli ultimi di turno, a compagnie di giro, per tutelare la propria pelosa inefficienza hanno per giunta dovuto prendere sberle dagli Stati forti dell’UE, che ovviamente se ne fottono se i conti l’Italia li arrangia a spese dei defunti, dei moribondi e dei salvabili, dei malati, dei detenuti, dell’edilizia scolastica e non, degli studenti e dei lavoratori dipendenti (i grandissimi evasori, e chi li tocca: il Circolo della Caccia). Poi scoppia la cazzo di pandemia e puntiamo l’indice contro i pipistrelli con la testa in giù nelle grotte di Nanchino o i ricercatori con la testa in su tra le provette di Pechino. Ragazzi, i veri Untori ce li siamo cresciuti in casa. E loro hanno cresciuto noi.
 
V come Video: lezioni, soprattutto. Siccome in italiano suona banale, ecco la locuzione inglese: smart learning. In lenticchie: il docente si collega Da remoto (vai a), parla e riparla, secondo lui spiega, spesso fa del proprio meglio (per carità), davanti a pesci rossi dell’acquario che scuotono il capo, con una connessione che va e viene, e non si limitano a pensarlo, lo dicono proprio: ma questo, o questa, che vuole, e dove siamo capitati. Poi però basta intervistare un qualche preside di istituto che a mezzo stampa si fa bello e ci rassicura: tutto benissimo, le Video-lezioni funzionano alla grande, sarà la scuola del futuro. La scuola del futuro? Ma ecco spuntare improvviso da sotto a un ficodindia, o un letto a tre piazze, o una cassetta dell’ortofrutta, il malerbetto Sondaggista della ‘Don Capocchia’, che ci comunica implacabile: il 68 percento degli studenti italiani ritiene che sia… che si tratti… Non trova le parole giuste, sul momento, balbetta, non gli hanno passato il foglio con la scritta. A quel punto lo soccorrono i ragazzi stessi: ueh bello, una gran cagata.
 
Z come Zaia, credevate, mister Duecento Metri? Ma chi se ne frega. Z come Zingaretti, credevate, mister Ho la voce ma quando parlo pure i miei figli se ne vanno? Ma chi se ne frega. Z come Zappa: Frank, credevate? Di lui ce ne freghiamo eccome, solo che qui non c’entra. C’entra il politicame assortito, che persino in questi ormai tre tragici mesi è riuscito e riesce a litigare sulla pelle di chi crepa e di chi cerca eroicamente di non far crepare, pur in una fatiscenza strutturale che ha nomi e cognomi da riempire una piramide. Zappa, quindi, proprio come la Zappa: quella che sarebbe auspicabile che vadano, che andranno a impugnare, non necessariamente alla fine dell’emergenza ma se possibile da stasera, un bel po’ di ‘sti personaggi in fuga d’autore. Oddio, capisco: Zingaretti pensa di chiedere al fratello la raccomandazione per qualche comparsata nella 37.ma serie di Montalbano, Salvini potrebbe vergare illuminati editoriali contro i migranti sulla dodicesima pagina de ‘La Padania’ e venire pagato a borderò, Conte potrebbe chiedere consiglio a Renzi su come si fa a scrivere un libro o girare un documentario su Firenze di cui non frega un cazzo manco alla propria moglie, la Meloni potrebbe onorare il ‘nomen omen’ di littorio latino virile retaggio e venire a raccogliere angurie nel Palagianellese e Di Maio è proprio il più sfigato di tutti, accidenti, veramente il più sfigato: una vocazione aveva, una cosa saprebbe fare e ha fatto nella vita, strazzare i biglietti allo Stadio ‘San Paolo’ del suo idolatrato Napule; e la serie A invece gli riparte (se riparte) pure a porte chiuse, sino a chissà quando. Perciò, anche per solidarietà con lo sfigatissimo collega Giggino, e considerando la contrazione economica che impedirà i costi onerosi della tecnologia agricola (trattori, impianti irrigui) e dunque ci, vi costringerà al ritorno a vomere, buoi e fiascone in cemento dell’acqua: la Zappa. Signori: alla Zappa. Rendetevi conto. La Zappa vi aspetta, onorevoli. Anzi.
Vi brama.