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Il Palazzo del Disagio

Cultura
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Sette modi in cui potrebbe essere utilizzato Palazzo degli Uffici

Che argomento amaro!
Per comprendere che il Palazzo degli Uffici è lì davvero da tanto tempo, è sufficiente ricordare che la prima pietra del medesimo, venne posta circa quindici anni prima della nascita di Giuseppe Garibaldi, quando Gioacchino Rossini aveva un anno, Napoleone Bonaparte era un promettente ventenne, e Giovanni Paisiello era ormai un affermato compositore in età adulta. Gli esempi potrebbero continuare a iosa, e di certo non c’è bisogno di questo scritto per sapere che il cantiere dell’imponente costruzione tarantina venne aperto nel 1791, per ordine di Ferdinando IV di Borbone del 1787. Ma, alle volte, avere dei riferimenti storici più palpabili di una fredda data messa lì tanto per arrogarsi una sorta di senile rispetto, ci può aiutare a capire che cosa abbiamo esattamente davanti ai nostri occhi.
Prescindendo dallo splendore della costruzione, ma non dimenticando che la sua bellezza fu tale da divenire modello per l’architettura dell’intero Borgo Nuovo, è doveroso il riferimento all’ingiustizia sociale che subisce ogni giorno un intero popolo, il quale risulta ormai privato da decadi di una delle sue strutture più inespresse ed armoniose. È sufficiente fare un giro su Trip Advisor e leggere le recensioni di Palazzo degli Uffici, per poter comprendere che figura ci faccia la nostra città ogni qual volta accolga il triste turismo mordi e fuggi, che fa della terra declamata da Orazio, una lunghissima Via del Campo di De André.
Intanto, pochi giorni fà, il 26 settembre, si è discusso in Regione Puglia sulla riqualificazione della città di Taranto: presente, ovviamente, il nuovo Sindaco, Rinaldo Melucci. Si è parlato anche di Palazzo degli Uffici, ma al momento abbiamo solo scartoffie da impilare insieme alle altre accumulate negli ultimi vent’anni o più. Dei soldi neanche l’ombra. Semmai la ruota dovesse girare favorevolmente per Taranto (e, possibilmente, non su Taranto), qui ci sono sette idee che si potrebbero realizzare se Palazzo degli Uffici fosse restaurato e restituito alla città:

1) Museo d’Arte Moderna – Davvero pensiamo che sia sufficiente un Museo Archeologico Nazionale per poter attrarre turismo a manetta? Dovremmo iniziare a fare i conti col fatto che seppur importante, non a tutti interessa l’archeologia. Ci sono tanti tipi di cultura, e molti di essi superano la barriera autoinflitta dello spartanismo tarantino. Possiamo arrogarci il diritto di dire al mondo intero, con estrema fierezza, di possedere uno dei migliori musei archeologici al mondo, ma non possiamo pretendere che tutti ne comprendano il valore: alcuni, magari, sono in grado di apprezzare qualcos’altro. Taranto deve essere una città per tutti, e deve imparare ad attrarre anche i turisti che non hanno i capelli bianchi.

2) Pinacoteca – C’è una piccola esposizione al MArTA, è vero, ma siamo sicuri che una pinacoteca, magari non permanente, nella forma di una grande sala che accolga mostre itineranti di autori storici e contemporanei e mostre fotografiche tematiche, non potrebbe essere una calamita per studiosi e curiosi di ogni dove?

3) Centro commerciale – No, l’idea non è quella di aprire un nuovo "chiancone" in prefabbricato grigio. L’intenzione sarebbe più quella di investire sul borgo e sui suoi commercianti, visto che la delocalizzazione urbana del commercio sta costringendo vie storiche come Via Principe Amedeo ad abbassare una saracinesca dopo l’altra. Molte realtà in tutta Europa (e non solo), ma anche in Italia, hanno scelto di recuperare edifici storici di grande pregio, aprendo al loro interno attività commerciali di alto livello: marchi importanti, insomma. E, soprattutto, artigianato di valore. Niente pezze, niente capi made in China che al terzo lavaggio vanno cestinati, niente gelati industriali spacciati per artigianali, niente zotiche passeggiate a perder tempo: soltanto qualità e negozi specializzati nel proprio settore, con un’imponente opera di promozione del territorio.

4) Università degli Studi di Taranto – A questa cosa che avete appena letto, non crede neanche chi l’ha scritta. Ma sarebbe bellissimo. E, soprattutto, sarebbe giusto. Tutti i ragazzi tarantini che hanno scelto di rimanere nella loro città natale per gli studi universitari, continuano a pagare tasse (alle volte da far concorrenza ad eccelsi atenei del nord Italia), che finiscono a Bari. Nulla contro la città di Bari, ma Taranto ha già pagato abbastanza. Il problema reale, qui, è un altro: finiremmo per avere l’università, ma non gli iscritti. L’esodo a nord (od a Bari ed a Lecce) da parte dei diplomati tarantini, è inesorabile. Non c’è più fiducia in una città che continua a non investire sulle proprie risorse umane.

5) Area polifunzionale – Taranto ha bisogno di spazi. Ne hanno bisogno tutti gli artisti, le famiglie, i bambini, ed i ragazzi. Questa città, come molte altre in Italia, ha assistito più volte ad occupazioni di edifici demaniali abbandonati da parte di gruppi politicizzati o meno, al fine di rivalutare l’utilità inespressa di una struttura. L’intento è nobile nonostante la sua illegalità, e talvolta riesce anche a realizzarsi. Ma se si occupasse… A norma di legge? Sarebbe possibile se un edificio come Palazzo degli Uffici, venisse destinato a quella società di mezzo che mira al raggiungimento di fini filantropici, umanistici, ed artistici. Si potrebbe ipotizzare una divisione in macro-aree destinate allo spettacolo, all’assistenzialismo, all’istruzione, alla formazione professionale, alla consulenza, agli eventi culturali, alle startup, e via dicendo. Non parliamo di fantascienza: migliaia di persone, soprattutto giovani, non aspettano altro che poter avere un luogo dove stancarsi in modo sano ed essere utili al prossimo e, perché no, anche a se stessi.

6) Percorso enogastronomico permanente – Che nessuno metta bocca sul nostro cibo e sul nostro vino. Anzi, che ci mettano bocca tutti quanti! Quando si parla di cultura, si parla di nutrimento. Vanto del capoluogo ionico, ma un po’ di tutta la Puglia, è l’enogastronomia. Taranto ha molto da dire quando si parla di cibo e di vino, ma al contempo si assiste ad un intorpidimento dell’offerta, probabilmente dovuto a fattori più grandi di noi come l’esagerata pressione fiscale e la fuga dei tarantini dalla loro terra d’origine. Ma se Palazzo degli Uffici divenisse Palazzo dei Fornelli, investendo sul prodotto locale tramite le nostre aziende agricole ed i nostri ristoratori, potremmo assistere ad un tipo di commercio enogastronomico già sperimentato in molte altre città italiane. Esempio lampante è quello del Mercato di Mezzo di Bologna: a due passi da Piazza Maggiore, si nasconde una struttura di origini medievali, che dopo l’Unità d’Italia venne trasformata in un mercato coperto. Dal 2014 è iniziato il recupero dell’area, all’interno della quale, adesso, ci sono numerosi stand che offrono ai consumatori prodotti tipici dell’Emilia Romagna. Parliamo di ristorazione d’eccellenza, magari non gourmet, ma pur sempre di altissima qualità. E senza nulla togliere a Bologna, Taranto ha qualcosa in più da offrire dal punto di vista del cibo: il nostro mare aspetta soltanto di essere messo in tavola.

7) Museo marittimo – A proposito di mare… Oltre a recitare la stucchevole filastrocca “ma a Taranto abbiamo il mare”, si è mai realmente pensato di esporre i reperti, la storia, le biodiversità presenti nelle acque che bagnano la costa ionica? Forse non basterebbero dieci edifici della grandezza di quello in questione, se volessimo implementare una cultura marittima che parte dal 736 a.C. (la prima Taranto è quella della Baia di Saturo) ed arriva ai giorni nostri. Le materie connesse al mare nella storia tarantina, sono tantissime: dalla logistica commerciale a quella militare, senza mai dimenticare le attività di pesca e maricoltura, né la bellezza naturale del Golfo di Taranto, e tantomeno le vicende religiose legate ai famosi Citri originati dall’anello di San Cataldo. Sarebbe ora di raccontare al mondo intero questa storia d’amore che dura da quasi tremila anni.

Anche Taranto ha il suo “Muro del Pianto”, atteggiandosi a Gerusalemme del sud Italia, e tornando alla storiografia di Palazzo degli Uffici, notiamo come la sua genesi sia travagliata sin dagli albori: anche se l’ordine di edificazione fu emanato, come già detto, nel 1787, la struttura fu inaugurata soltanto un secolo dopo, nel 1896, dal Sindaco Criscuolo. La ferrosa paleria con la quale convive l’edificio da ormai vent’anni, è nulla rispetto al cantiere perpetuo che giacque lì per cent’anni, assistendo, imperturbabile, all’invenzione della lampadina: l’uomo era riuscito a sfruttare l’energia elettrica, ma non a tirar su Palazzo degli Uffici.
Tante le idee esposte qui sopra, e diverse dagli impieghi per i quali è stata orgogliosamente utilizzata la struttura nella sua storia: Tribunale, Osservatorio Meteorologico e Sismico, Scuola… Si potrebbe anche pensare di combinare più progetti fra di loro, ma sicuramente, la città sarebbe già contentissima se, nell’impossibilità di realizzare uno dei mille progetti ipotizzabili, quell’edificio venisse restituito allo storico liceo Archita: la scuola che fu di Aldo Moro. Triste pensare che, quando iniziarono i lavori per l’edificazione di questo palazzo, esso avrebbe dovuto assolvere a funzione di orfanotrofio per i bambini poveri della città: bambini che saranno morti di povertà aspettando quel secolo necessario all’inaugurazione dell’edificio, del quale venne, ovviamente, modificata la destinazione d’uso. Una città storicamente lenta quella di Taranto, che oggi più di ieri non sa garantire i bambini (soprattutto quelli dei Tamburi) e dare loro le tutele che meriterebbero. Palazzo degli Uffici rappresenta l’emblema del disagio sociale che vive questa città ogni volta che sorge il sole.