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Mar, Nov

Giambattista Gagliardo, l'enciclopedico

Giambattista Gagliardo, l'enciclopedico

Cultura

Sacerdote, economo, agronomo, scrittore: l’opera più nota di un dotto e sottostimato tarantino, vissuto a cavallo tra 18mo e 19mo secolo, è accessibile online e reca lustro alla nostra (smemorata) città. O recherebbe

Tra gli illustri ma non sempre adeguatamente celebrati tarantini che hanno onorato il nome della nostra città in epoche passate, merita una spolverata l’enciclopedico sacerdote, economo ed agronomo Giovanni Battista Gagliardo (1758-1823), autore di innumerevoli trattati ma noto soprattutto per la sua citatissima “Descrizione topografica di Taranto” (sottotitolo: Con quella dei suoi due mari; delle sue pesche, del suo territorio; de'suoi prodotti marittimi e terrestri; de' rottami delle sue antichità ; e colla serie de' suoi uomini illustri), pubblicata a Napoli nel 1811.
Da questo libro si ricavano informazioni storiche, topografiche e di costume cui giustamente in molti ricorrono nel voler ricostruire il passato cittadino, a volte magari anche senza leggere per intero il testo, che invece è piacevolissimo e oramai accessibile online gratuitamente. Con l’intento di incoraggiarne la lettura, ci proponiamo di riassumere la storia dello studioso, attingendo ad informazioni tratte dai suoi testi (oltre che da quelli di altri studiosi) e rispolverando note storiche locali che magari avevamo dimenticato, ma che possono essere interessanti, ancora. Se non anche diventare spunto per una riattualizzazione di alcuni valori portanti della nostra identità locale, primo fra tutti la cultura della terra.
Figlio di un facoltoso avvocato e possidente tarantino, Giambattista ereditò dal padre Domenico la passione per l’agricoltura insieme a quella per lo studio. Unì le due cose, costruendo una carriera che lo porterà a diventare, come recita orgogliosamente la copertina del suo libro più celebre: “Direttore Generale dell' Agricoltura de' Beni della Corona di S. M. il Re delle due Sicilie, e Socio di varie Accademie Italiane ed estere”. Avviato agli studi legali, scelse di seguire la vocazione sacerdotale, studiando prima al Seminario di Taranto poi dai Gesuiti, a Lecce e Napoli. Ordinato nel 1790, divenne parroco ed apprezzato predicatore. Racconta Giovanni Carano Donvito, in un tributo allo studioso dal titolo “Un maestro di agricoltura: Giambattista Gagliardo di Taranto” (Rinascenza Salentina, II, 1934: 151-57) che fu per volere del celebre Arcivescovo Monsignor Capecelatro, suo parente, che nel novembre 1789 venne istituita una Cattedra di Agricoltura nel Seminario Arcivescovile di Taranto, di cui Gagliardo fu nominato docente, insediandosi con un discorso su “L'utilità delle Cattedre d'Agricoltura nei Seminari della provincia salentina”. Osserva Carano Donvito: “Per cui egli va davvero annoverato fra i primi (per tempo e per valore) benemeriti di quel risveglio agricolo ed economico che caratterizzò, anche nell'antico Reame di Napoli, la memoranda fine del secolo XVIII”.
Nel 1807 fu nominato Direttore Generale dell'Agricoltura e dei beni della Corona del Re, in seguito destinato al Ministero dell'Interno, e nel 1812 Ispettore Generale delle Acque e Foreste, con l'incarico di organizzare l’amministrazione del settore, allora appena istituito. Fra i suoi innumerevoli scritti citiamo opere quali le “Istruzioni teorico-pratiche d'Agricoltura”, il “Catechismo Agrario”, un “Vocabolario agronomico italiano”, un “Trattato sulla manifattura del vino” (che meriterebbe una ristampa, attualmente le scarse copie esistenti essendo assai ricercate), oltre alle molte “Memorie” inserite negli Atti dell'Accademia Pontaniana e delle Società Economiche del Reame. Secondo Carano Donvito, tuttavia, una delle intuizioni più meritevoli di Gagliardo fu la “Biblioteca di Campagna”, Rivista rurale da lui diretta. L’idea alla base del suo impegno era di natura insieme sociale e culturale, convinto com’era che chi avesse la possibilità di studiare dovesse farsi veicolo di conoscenza per chi non potesse, e nello specifico che i proprietari studiassero la teoria per permettere ai contadini di lavorare nel migliore dei modi, interagendo. Si trattava di una impostazione figlia della frequentazione napoletana di Antonio Genovesi, teorico dell’agronomia come scienza utile per la promozione culturale, scientifica e tecnica dell’agricoltura. Scriveva infatti Gagliardo:
I soli contadini non possono migliorare l'agricoltura, sì perché tenaci esecutori dei metodi appresi dai loro avi; sì perché manca loro e tempo e comodo per acquistar la scienza delle ragioni delle cose. L'agricoltura non è un'arte di sola pratica... L'unico mezzo, dal quale si possa sperare un sensibile avanzamento nell'arte coltivatrice è quello dell'istruzione. E chi meglio dei proprietari possono prendersi sì utile e facile incarico? Istruiti essi di tutto ciò che la teoria insegna, e di tutto ciò che fa osservar la pratica, potranno comunicarne le cognizioni ai loro villici e così perfezionare l'Agricoltura; e formare con ciò la privata e la pubblica opulenza, e divenire i veri stromenti della nazionale felicità. La terra stessa gode e diventa più generosa coltivata da un “vomero laureato e da un aratore trionfale” (…) Ai possidenti dunque sono diretti questi nostri periodici lavori, i quali non hanno altro oggetto, che il progresso di quell'arte dalla quale dipende la gloria, la forza e la potenza dell'Italia. Essi troveranno in questo giornale le memorie, osservazioni e risultati di esperienze, che hanno avuto un esito felice, tanto in Italia, che in Oltramonti, gli estratti dei libri nuovi, e di quelli libri che non meritassero un estratto, un cenno e il giudizio. E considerando l'agricoltura nel senso più esteso del vocabolo, vi sarà tutto ciò che le appartiene anche indirettamente”.
Da quel che intuiamo, soprattutto a margine delle sue disquisizioni tecniche, si evince una certa complessità del personaggio, sicuramente “illuminato” nell’azione e nel pensiero. Da uno studio sull’apporto dato dai pugliesi ai moti di Napoli del 1799 (A.Lucarelli, “La Puglia nel Risorgimento”, La rivoluzione del 1799, Bari 1934; ripreso ed approfondito nell’esaustivo “Patrioti ed insorgenti in Provincia e il 1799 in Terra di Bari e Basilicata”, Atti del Convegno omonimo a cura di Angelo Massafra, Bari, 2002) vien fuori, a sorpresa, proprio il suo nome, indicato come uno tra i più attivi del movimento giacobino-massonico locale. Circostanza ovviamente ritenuta assai contraddittoria, in particolare nell’ambiente clericale, ma le cui conseguenze tuttavia furono probabilmente “parate” dal suo protettore e mentore, il già citato Mons. Capecelatro, a sua volta di vedute molto aperte. L’avvicinamento al pensiero rivoluzionario era avvenuto durante la sua permanenza a Napoli, dove era stato iniziato, attorno al 1792, alla massoneria. Di lì a poco, tornato a Taranto, scrive Ruggiero Castiglione (“La Massoneria nelle Due Sicilie e i “fratelli” meridionali del ‘700”, Vol.4, Gangemi, 2010), che “fu l’anima della locale muratoria”, spiccando poi, con l’avvento della Repubblica “tra i protagonisti degli avvenimenti cittadini, pronunziando, in pubbliche manifestazioni, vibranti discorsi in favore del nuovo governo e contro il regime dinastico dei Borbone”. Dopo la vittoria dell’armata sanfedista del Cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, venne arrestato ed imprigionato. Dopo la firma del trattato di pace di Firenze (marzo 1801) venne liberato, partendo esule a Marsiglia. Si trasferì poi a Milano, dove iniziò la pubblicazione delle sue opere principali.
Dalla “Descrizione topografica” ricaviamo notizie importanti (e soprattutto altrettanto significative riletture critiche delle stesse) sull’origine della città e sulle denominazioni topografiche dei luoghi. In particolare colpisce la dettagliata ricostruzione, effettuata sul campo dallo stesso Gagliardo, della struttura e delle ramificazioni dell’Acquedotto del Triglio, del quale ripercorre la storia che come è noto riguarda anche l’origine del toponimo “Tamburi” per indicare il quartiere che deve il nome al modo in cui i tarantini chiamavano la cisterna di raccolta delle acque del canale del Triglio, nella quale il rimbombo delle acque produceva un suono percussivo. Tale cisterna (non l’unica del Triglio) si trovava collocata sulla collinetta delle Fornaci e veniva a far parte di un complesso sistema di distribuzione delle acque antichissimo ma reso funzionale e rinnovato nel 1543 dall’architetto tarantino Marco Orlando (altro benemerito forse anch’egli non adeguatamente ricordato) realizzatore del sistema ad archi (ben 203) parte del quale tuttora visibile e giustamente ritenuto uno dei reperti locali più significativi. Circa l’eccezionale vocazione agricola del territorio circostante la “Palude” del Triglio, Gagliardo osserva che solo una parte veniva coltivata, con successo, a bambagia, ma che tale situazione fosse insoddisfacente, considerato quanto si sarebbe potuto proficuamente produrre portando a coltura anche il territorio circostante, occupato dalle acque. Attribuisce tale spreco alla evidentemente ben nota, perché di origine antica, sia nella sostanza che nella definizione stessa del termine da parte dei primi storici, cosiddetta “mollezza” dei tarantini. Dice infatti: “Non solamente la Palude, ma la Salina, la Salinella, i terreni di Tara, e tanti altri meriterebbero che i Tarantini abbandonassero una volta la loro scandalosa mollezza, e pensassero a ridonarli all’ agricoltura”.

Il libro merita di essere letto. C’è tutto: dalle tecniche di pesca alla specialità locale dell’apicoltura, dalle attività artigianali e domestiche (bella la descrizione dei lavori a maglia) alla documentata ricostruzione linguistica di luoghi e oggetti, dall’osservazione di usi e costumi alla vivace cronaca sul campo delle escursioni, condotte di persona per verificare ogni dettaglio di quanto reperito sui libri. La scrittura è piacevole, rapida, varia, direi moderna, per l’epoca, sia nella struttura formale che nell’impostazione dei contenuti, pur rientrando in un genere codificato; a volte un po’ celebrativa ma più spesso circostanziatamente tecnico-critica
Insomma, l’illustre tarantino sapeva il fatto suo. Fa piacere ricordarlo, parlarne. Anche perché lui fu sempre molto sensibile alla questione della memoria, basti pensare che fu tra i primi a tributare i dovuti onori al celebre amico e conterraneo Giovanni Paisiello appena scomparso, adoperandosi affinché di lui venisse conservato il ricordo tramite un ritratto, a proposito del quale, nel suo volume “Onori funebri renduti alla memoria di Giovanni Paisiello” (Trani Ed., Napoli, 1816) annotava: “Pensai di far subito ricavar la maschera, giacché la modestia del nostro Giovanni impedito mi avea non una volta ma mille di averne il ritratto. Con questa ha potuto il Signor Giuseppe Camerano disegnarne uno che in tutto gli somiglia. Ecco la stampa incisa dal signor Guglielmo Morghen”.
Se non bastasse quanto ricostruito per apprezzare la trasversale e fattiva competenza di questo anomalo e affascinante tarantino, chiudiamo con una nota che convincerà i poco sensibili agli argomenti topografico-agronomici... Ebbene pare si debba a lui anche l’invenzione dell’inarrivabile zampina di Sammichele!