16
Mar, Ott

Alfabeto delle cozze

Alfabeto delle cozze

Cultura

Voci e controvoci dalla A alla Z: qualsiasi idiota, su qualsiasi giornale, è capace di cimentarsi (e si cimenta) col più idiota dei pezzi di fine anno. Epperciò, come poteva esimersi il più sconclusionato tra i collaboratori di CosmoPolisMedia?

A come Arcelor: di nome. Di cognome fa Mittal. E’, come tutti ormai sanno da un pezzo, la ferriera prossima ventura, garantita, intoccabile e financo benedetta da qualche quintalata di ministri, presidenti dell’ottimo Consiglio e naturalmente Arcivescovi (eziandio). Quella che manco aveva bussato e già ne aveva fatti fuori 4mila, più scatti azzerati. Quella che si compra le paginate natalizie della celebre Stampa Storica (in trepida attesa) e ci rende tutti più candidi. A come  A ci me dé’ pàne chiàme tatà. A, anche, come Assìme pacce pe le chiangarédde. Forse che non è meglio A ci me dé’ le chiangarédde chiàme tatà? Non di solo pane. Eccetera.
B come B, quella lettera lì. Vi abbiamo abitato, spesso con onesto valore, per 32 volte nella nostra disastrata, dolorosa, a suo modo gloriosa storia pallonara. Ci manca dal ’93. Da allora, l’abbiamo titillata in un paio d’occasioni, ma non siamo stati capaci. Ventiquattro anni. Un’èra geologica. Volavano ancora gli pterodattili, non c’era Sky con le dirette e i soldoni, i primi cellulari pesavano quanto un container ed eravamo tutti talmente trogloditi da credere che fosse normale ridere, conoscere, amare, vivere toccandoci e guardandoci negli occhi. Com’è stato possibile. Come abbiamo fatto. Chat, facebook, twitter, instagram: ma quanto ci avete messo.
C come Calenda. Massì, il Ministro del cosiddetto Sviluppo. Quello che si vanta d’aver risolto l’Equazione (maiuscola) convincendo Arcelor in virtù di un “pressing soave” (sic). Quello che si fa intervistare dall’Espresso, divide i buoni dai cattivi che neanche l’Altissimo e poi ci giustizia con le sue letture illuminate, su tutte ‘La storia di domani’ di Y. N. Harari: “Vi si dice che siamo alle soglie di un salto evoluzionistico che, nel giro di cinquant’anni, ci avvicinerà all’immortalità. (…) L’uomo avrà una vita infinitamente lunga, una vecchiaia protratta, sana e potenziata”. Diavolo, sempre agli altri, ‘ste perle. Poteva donarle anche a noi, quando è sceso. Un bel comizio in legno al rione Tamburi. A sentir parlare di vecchiaia sana e protratta ci saremmo sdilinquiti quasi come ai tempi di Palazzo Venezia, spezzeremo le reni, memento audere. Semper, Calenda.
D come Dilettanti. Troppo facile, ma anche troppo vero. Troppo istintivamente collegato a questa specie di calcio, e in fondo rispondente. Dato che l’odore, anzi la puzza di pressappochismo, improvvisazione, sprovvedutezza possiamo sentirla per qualsiasi cosa ci tocchi, direttamente o indirettamente, sia un’ordinanza comunale o una fila all’ufficio postale. L’ora del dilettante, titolò CosmoPolis un certo tipo di pezzo, quasi due anni fa. S’incazzarono in tanti, capirai. Magari fossero soltanto rimbalzi. Ce ne faremmo volentieri una ragione: se intravedessimo, per i nostri figli, uno spiraglio di sole. O un cappello d’ossigeno.
E come Emiliano, il Governatore, barba e panza, maiuscola d’ordinanza. Dice che gli piace Tex Willer, ma chissà cosa c’entra lui con Aquila della Notte, con il grande Capelli d’Argento, con Tiger Jack, con lo scavezzacollo Kit. Un fesso non è, di sicuro, se ci ha messo così poco ad organizzarsi da ‘ste parti una filiale similpolitica che non avremmo immaginato mai. Diamine, come si fa a discutere un ambientalismo talmente storico e militante, che manco la ‘Gazzetta’, l’organo proverbiale delle discese ardite e le risalite, avete presente qualche copertina in vinile di Lucio Battisti che corre per i prati con un fiore in bocca? E come Eh. Emiliano: Eh?
F come Fratelli. Li incontri in luoghi improvvisi, in penombre impreviste. Torni stanco una sera d’autunno e ti siedi in un chiosco. Alzi la testa con la tua Raffo in mano e scopri che, tra gli angoli sbreccati di mezzi tavoli incisi, sorseggiano persi muti passeggeri. Non sono alieni. Non gli chiedi cosa. Sono come te. Realizzi che sono parte di te. Nessuno di noi, di voi, di loro scrive odi alla tarentinità costituita, quella dei convegni, dei Circoli (chiusi), delle sovvenzioni, dei cliché. Nessuno di questi cerca niente. Nessuno di questi ha meriti per essere nato, cresciuto e avvizzito qui. Però neanche demeriti. La tarantinità, con la a, è un’appartenenza genetica, ovvia, data, dignitosa: non un gettone di presenza per cantori di questa minchia. E’ una sera d’autunno, sei in un chiosco di merda e la birra è calda di merda. No, non ci sono meriti in questa storia. Neanche demeriti. Solo una birra, com’è venuta. E  Fratelli.
G come Giacquero. Giacciono, anzi. Che nacquero è certo, che risorsero, mah, a seconda. Per grazia di un finanziamento da 1,6 milioni fatto spiovere dalla Commissione Regionale (il Governatore, almeno per un po’, tiene a cuore la manutenzione della sua filiale), la pregiata Amm.ne C.le comunica d’aver messo in cantiere il Mudit. Vi sembra la marca di un medicinale gastroprotettivo? Ma no, significa ‘Museo degli illustri tarantini’. Alloggerà nel recupero della masseria Solito. Sorvoliamo sui propositi e sui comunicati, bellezza, memoria, radici, amen. Magari diventerà una cosa splendida: speriamo. Magari litigheranno sui nomi da inserirvi e su quelli da lasciare fuori, con alloro e rosmarino sulla testa di qualche scaldasedie tuttavia ex affiliato alla Confraternita della Pizzella. Anche perché, più che i nomi, pesano i cognomi. Pure da morti. Soprattutto da morti. Siccome ci sono i vivi. Scommettiamo che un bel po’ di disallineati e rompicazzo storici non troveranno targa, poiché non lottizzabili? Cattiveria (semi)gratuita che lo scrivente autografa in perfetta malafede. Sai com’è. A ce spàrte, ‘a megghia parte.
H come Ha chiuvùte mmerde e ha ‘nzetelàte a ttutte. Noto detto stilnovistico del Duecento fiorentino. Pensereste che sia una metafora? Ma proprio no.
I come Ilva. La Cattedrale, il Tempio, la Moschea, la Pagoda che mette d’accordo (quasi) tutte le religioni e (quasi) tutti gli schieramenti. Come con la dolce metà: ci litigo e la critico, ma posso soltanto io, se parlate di lei pulitevi la bocca. Cambiate tutte le liste di tutti i governi che volete, non cambierà la pioggia dei Decreti a sostegno. A quanto siamo? Finite le due mani, ho smesso di contare. Però fa moda e qualche parvenza di audience scriverne libri del dolore applicato, e ufficialmente vissuto. Potrei farvi un elenco di queste stesse persone. Con qualcuno di costoro ho lavorato gomito a gomito, anni fa. Se appena vedevano volare una mosca di cui temessero il ronzio, la fulminavano: lo sai anche tu che con l’Ilva bisogna venire a patti. Altroché.
L come Libro. Trattasi di oggetto misterico d’imprecisabile datazione, ritrovato in nebbiose inquietanti lande da archeologi che tutt’oggi si scervellano invano. Pare che lo usassero, le popolazioni andate, come oggetto contundente da scagliare con abile lancio in caso di attacco da parte della tigre dai denti a sciabola. In Italia le cose vanno male, in Puglia molto peggio (il 27 percento ne usa uno all’anno, non si sa per quale finalità) e a Taranto peggio ancora. In compenso siamo diligenti nell’imparare a memoria le filastrocche che ci mandano con le veline: diversificazione, riconversione, imprenditoria – senti questa – culturale. In questo cazzo di 2017 ha chiuso la libreria Filippi: un pezzo di noi, e un lutto che spacca. Meno male che c’è Matera, statisticamente ancora più in fondo: infatti l’hanno eletta capitale europea della cultura. Forse perché loro, per cacciagione o autodifesa, usano i sassi. Più pratici.
M come Marina. No, non quella Militare, lasciamo perdere, noi non lo giuriam sui capi bianchi delle nostre madri. La Marina. E’ una. E’ una mattina di gennaio e vi ritrovate ingabbiati nel traffico di via Garibaldi, paranze che attraccano, scaricatori che si salutano chiedendo dei figli e poggiando le nasse al centro della strada, triglie che saltano via dalle casse e vi chiedono indicazioni su quale sia la via più breve per rituffarsi in acqua. Laggiù all’orizzonte, l’insegna di Cicce ‘u Gnure è un’utopia. Per un attimo caricate il fucile a bestemmie incatenate. Poi guardate meglio. Il sole splende, non serve il cappotto e neanche il maglione, il mare è un lago e i gabbiani volteggiano pigri sus’alle quadre de le cozze. A quel punto pregate che la colonna non si sblocchi mai, e che per i figli degli scaricatori ci sia qualche novità degna di approfondimento. Fate sedere le triglie di fianco a vostra moglie. Mandate affanculo qualsiasi urgenza vi morda le chiappe. E pensate: che culo che abbiamo, e che sfiga. O viceversa.
N come ‘Ngùle!, dicij ‘u caùre, e se sckaffò’ jndr’o scuègghie. Eticamente, si può discutere. Ma lui, almeno lui, un riparo sicuro lo aveva. Allineato, non si sa. Coperto, certamente sì.
O come Opinionisti. Ottuagenari, ma anche no. Purché Opinionisti nell’animo, nel sangue, nell’inchiostro e nella favella. Diramano, imperversano, ammaestrano. Pagherebbero per risultare, e infatti – come minimo – non vengono pagati. Basta che gli si dia modo di esistere: declamando. Cosa? Ma tutto, e su tutto, purché versi alati tracimino dalla sintassi, un po’ di vecchio Galeso, Orazio e Virgilio, capitello dorico mentre mi corico, Grecia tanta e Magna e in Confraternita vedrai che se magna. Quante soluzioni, nelle loro tasche neoclassiche. Quanto ci migliorano, con le loro prose neogotiche. E che innovatori illuminati, quelli che ne impaginano le articolesse. Poi dice che il giornalismo chiude. O come Occazzo, non ci capiscono, siamo incompresi.
P come Porta Napoli. Quel limbo semincorporeo che unisce i Tamburi al Ponte di Pietra. Il panorama turistico offre romantici scorci di binari diruti e ruggini presocratiche. Di là, vecchi cantieri per barconi calefati per l’eternità, uno sterrato enigmatico in cui giocano a palla quattro fantasmi tratti da una novella di don Alfredo e un’officina ricavata dalle cupezze dell’ex cinema Castellano. Di qua, i reperti cementificati del cinema Dux, frittumi cancerogeni di teschi ghignanti che incistano l’indice per maledirti la Stazione e una burla di strada talmente sconnessa che ci vengono gli stuntmen per un corso d’aggiornamento. Sepolte da due fichi esausti con il sussidio di disoccupazione, le reliquie delle defunte Case Ferrovieri. Da finestre sbarrate e comignoli lerci di piscio di gatto sgranano gli occhi spettri di eroi. Con un pugno di lire tirarono su figli dalla schiena dritta, e li fecero studiare. Respirarono merda, ma nessuno riuscì a fargli dire che era estratto di menta.
Q come Quero – Chiloiro, la (storica) palestra dei pugni miracolosi che qualche giorno fa ha reso noto il suo score 2017: 175 successi su 290 match, 19 riunioni, novanta agonisti, un Guanto d’Oro, un professionista a segno e una sporta di medaglie da perderci il conto, per ogni categoria o fascia d’età. La boxe, in Italia, raschia il barile e rimpiange i santini. Qui, anziché lasciare, raddoppia, aiutando se stessa con la propria ultradecennale passione e con i propri guantoni. C’è una Taranto che combatte, vince e ci mette la faccia. Lo fa combattendo, vincendo e mettendoci la faccia. Se poi sanguina, niente lagne. Si danno e si prendono. Passerà.
R come Ricci, Francesco, l’Ammiraglio, ex Comandante in Capo che, appena in pensione, disse ai vertici: non voglio niente, lasciate solo che mi occupi del Castello. Ci mangiavano le reclute e s’imboscavano i vecchi marescialli; ora, quasi quindici anni dopo, bisogna mettersi in fila per ammirarlo, valorizzato, mentre fior di marinai acculturati ti spiegano e mostrano le meraviglie del Grande Aragonese, a 530 anni dalla prima pietra. Ricci, pizzo bianco e salsedine nelle rughe attorno agli occhi socchiusi, è uno stupendo gran tarantino che non è di Taranto, bensì di Ancona. Scese da Torino l’inviato de ‘La Stampa’, per intervistarlo:”Arrivai a Taranto per la prima volta nel ’66, aspirante guardiamarina. Vidi la città vecchia, bellissima. Ero entusiasta. Le guide provavano vergogna. Dissero: questa è la parte brutta, domani vi faremo vedere il futuro di Taranto. Ci fecero vedere l’acciaieria Italsider, un inferno. Taranto ha disconosciuto le sue origini e distrutto con sistematica ferocia il suo patrimonio architettonico e archeologico”. Che onore averla conosciuta, Ammiraglio Ricci.
S come Stampa. La Stampa Storica, come ama definirsi, però qui lo dice e qui lo nega. La Stampa costituita. La Stampa alla frutta, che muore di se stessa, invoca riforme, chiede sostegno e si appella al pluralismo. La Stampa all’amaro, che celebra a prosecco le ricorrenze, come se avessero uno straccio di senso, chiude le rotative, ammaina le frequenze e si riunisce a convegno, sempre a prosecco, per discettare in alti lài sulle angosce del cartaceo. Come se il problema fosse il mezzo con cui si fa giornalismo, e non il giornalismo che, qui a Taranto, da un pezzo non si fa (quasi) più. Però coraggio, tenete duro. Arriverà un altro pierre dal sorriso bianco, i modi gentili e la telefonata in canna. Magari anche con l’editoriale da dettare, vuoi mettere che optional? Tornerà a sventolare la bandiera immacolata del “che mi tieni a fare, a me”. Battista, vassoio e calici.
T come Tamburi. Ricordo semispopolato di se stesso, il quartiere che fu città si guarda sgomento e parcheggia o rimuove. Ma solo quando può, se può. Le previsioni del tempo, uno o due giorni prima, gli notificano come deve vivere, se e quali finestre aprire, quando eventualmente uscire e|o giocare, in quale data i figli potranno ritornare a scuola. Non fu lui a vendere l’anima al diavolo: non è il quartiere che deve battersi il petto. Negli anni Settanta e ancora Ottanta le tammurrìne camminavano spensierati, con quello stipendio potevano permettersi famiglia, pizza e cinema e i morti prossimi, nel caso, erano solo prossimi morti. Chi dice che in quegli animi albergava il disastro presago, o non ci ha mai messo piede, o ha sbagliato testimoni o parla perché fa tanto figo, il dolore. Anche a cucirselo addosso, mentre passava da un’altra strada.
U come ‘U viénde ca a tté t’addecréje, a mmé’ me vé’ ‘ngule. Il vento, già. Ancora lui. Com’era quell’altra? Pensereste che sia una metafora, eccetera. Ma proprio no.
V come Vastàse. Fu un’offesa vera, poi un appellativo bonario. Poi più niente. Un residuo calcinato di memoria: dici vastàse o vastasìcchie e associ a sciami di cavallette sghignazzanti e seminude sempre pronte a sgraffignare un frutto dal mercato e poi buttarsi in acqua dai pescherecci, per riemergere trenta metri in là cu’ do’ cozze pelòse tra le mani. Le vastàse sono scomparsi perché è scomparsa la vastaseria buona, quella con sorriso e costume da bagno, quella immancabilmente pronta alla pernacchia e alla ribellione davanti a un ordine tronfio o a uno sputasentenze gonfio. Chi rubava le mele ha fatto le scuole giuste. Oggi si tuffa nella piscina di casa, e il pelo delle cozze se l’è trapiantato sullo stomaco adiposo. “Evoluzione”, direbbe Calenda citando Harari.
Z come Zorro. Ma quando si decide a venire a salvarci, in groppa al suo destriero di nome Tornado? Perché noi da soli, per carità: abbiamo un contratto con la Storia. E poi, diavolo, il sergente Garcia lo abbiamo appena eletto. Ti sbrighi, don Diego de la Vega? Perché noi da soli, o Zorro! Ma per carità.