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Mar, Ott

Di Barbara le storie

Di Barbara le storie

Cultura

Parole e opere di Barbara Gizzi, compagna e co-autrice dell’oramai affermato attore tarantino Massimo Cimaglia. Da Omero a Foscolo a… Nekyia

La Notte Bianca dell’Archeologia, che la sera del 29 dicembre ha permesso a centinaia di tarantini e turisti (c’erano, c’erano…) di avvicinarsi in maniera diversa alle meraviglie del nostro passato, ha avuto anche il merito di tentare un oltre, facendo parlare i veri protagonisti dell’evento (i morti, trattandosi di necropoli) grazie alla voce recitante dell’ottimo Massimo Cimaglia e al testo teatrale “Nekyia. Voci dal profondo”, sapientemente organizzato dalla scrittrice Barbara Gizzi. Che del tarantino Cimaglia è anche moglie (lei è di Roma, ma tarantina “affettiva” da anni). E che a parte ciò è anche decine di altre cose, che sarebbe interessante scoprire, soprattutto considerato che trattandosi di una persona nient’affatto protagonista, difficilmente si conoscerebbero se non estorcendole un’intervista. Dovuta, visto che accade anche che il suo nome non venga citato nei comunicati che presentano i lavori frutto del suo scrupoloso impegno filologico e di una innegabile capacità di scrittura.
Che insegni italiano e latino in un Liceo Scientifico di Roma lo so. Che lo faccia bene, e con passione, anche. Che sia stata invitata a insegnare anche in una scuola toscana di narrazione creativa (Associazione Nausika) accanto a nomi quali Lansdale, già mi intimidisce. Ma mi racconterà vicende ancora più strabilianti. Presentati, Barbara.
Dopo una tesi in filologia italiana sull’ “Uso della retorica in filologia attributiva” che ruotava anche attorno alla irrisolta e sempre affascinante questione della presunta paternità dantesca del “Fiore”, per la specializzazione i miei interessi si spostarono sulla librettistica teatrale del Settecento. Del resto il teatro era già una mia grande passione. Con una parentesi anche recitativa. Non sono brava, me la cavavo, ma ho sempre saputo che non era quello il mio: mi serviva per conoscere il teatro anche dall’interno. Questa però la voglio raccontare perché è ridicola. E perché ha anche a che fare con Massimo (tanto lo so che presto me lo chiederai, come ci siamo conosciuti...). Avevo circa vent’anni e bazzicavo la scena romana. Assieme al regista e attore Vincenzo Zingaro avevamo persino avviato un piccolo Teatro (l’Arcobaleno, ancora oggi non solo attivo ma sempre impegnato in spettacoli di pregio, n.d.r.). In virtù della conoscenza dei proprietari del Teatro Manzoni, fui contattata telefonicamente proprio da Daniela Petruzzi per sostituire in tempo record Marina Occhiena (la cosiddetta “Bionda dei Ricchi e Poveri”) ritiratasi nel pieno delle repliche dell’adattamento teatrale di “Baciami stupido”, film di grande successo dell’epoca (era la metà degli anni ‘90). Ricordiamo sempre quella telefonata ridendo dell’attacco: “Barbara, ci serve una sostituta che entri nel suo vestito!”. Non era facile, in effetti, magrissima com’era. Lo ero anch’io, ma nessuno si era preoccupato più di tanto del fatto che ci fosse un copione piuttosto corposo da memorizzare in un giorno. Mi dissero: “Fatti aiutare da quell’attore lì, è bravo, può darti una mano”. Quell’attore lì era Massimo Cimaglia. Il quale però non credette nemmeno per un attimo che potessi farcela. “Mettiamo un gobbo dietro le quinte e leggi”, mi liquidò. Non mi conosceva (ancora). Studiai come una dannata. La sera avevamo uno spettacolo a L’Aquila. Sulla scena non persi una battuta. Anzi, soccorsi lo stesso Pietro Longhi che a causa dello stupore per la mia performance a un certo punto ammutolì. Di lì a poco invitai Massimo a una festa e mentre ero in cucina con mamma le confidai: “Vedi quello? E’ l’uomo della mia vita”.
Naturalmente ci avevi visto giusto.
Eccome. Non dico che siano sempre state rose e fiori, ma il nostro legame mi sembra crescere ancora. La collaborazione stessa, del resto, non è stata immediata. E’ una bella evoluzione del nostro rapporto che ha radici recenti. E ha a che fare col momento in cui Massimo, che già aveva dedicato alla sua amata Taranto lo spettacolo comico “Sei di Taranto? Ma di Taranto Taranto?” e ideato il suggestivo “Sbarco di Falanto” a Saturo, ha sentito il bisogno di dedicare alla città attenzioni a 360°, approfondendo spunti storici ulteriori. Precisamente è iniziata con il mio testo “Di Sparta le storie”, messo in scena all’Auditorium Tarentum nel dicembre 2016. Un reading con due voci narranti e musica dal vivo. Mi interessava (e tuttora mi interessa, perché sto procedendo in tal senso con la mia scrittura) dar voce a chi non ne ha mai avuta. Le donne di Sparta, ad esempio. E rivedere certi cliché storicamente fissati che attribuiscono agli Spartani solo un’indole bellicosa e gretta. Non era così, ovviamente. Ho fatto un lavoro di ricerca, scavo, confronto, per far parlare autori e personaggi “alternativi”. Il testo dà voce a quattro spartani e a due tarantini di origine spartana. Da questo confronto emergono aspetti e ipotesi secondo me interessanti. C’è dunque il consueto pregiudizio ricordato e confutato da Alcmane, che invita a non vedere negli spartani solo dei rozzi militari, combattenti senza cuore. Il poeta Tirteo esalta la capacità sovrumana del sacrificio coraggioso ed estremo per la propria patria, morte bella di eroi giovani che in quanto tali fissano la loro immortalità nel momento più vitale della loro breve parabola. E non c’è grettezza in questo anelito. C’è poi Falanto, il mitico fondatore. E la moglie di Leonida. E poi Cynisca,  la prima atleta donna a vincere le Olimpiadi nella quadriga, oltre che prima a rivestire il prestigioso ruolo di “preparatore atletico” al femminile del passato.
La tua attenzione per la psicologia delicata e complessa di alcuni personaggi femminili diventa un valido filtro per veicolare dinamiche emozionali universali e archetipe, come ad esempio il nostos, la nostalgia della propria terra che muove al ritorno, una volta allontanatosi da essa, e che ispira “Una fiaba rupestre”.
E’ così. Tengo molto a questo spettacolo. L’ abbiamo messo in scena nel settembre scorso presso la Masseria Canonico, a Massafra, nell’ambito dell’evento “Terra Magica”. Una faticaccia. Ci siamo occupati di tutto, intendo proprio tutto. Ed ha partecipato tutta la mia famiglia, anche le mie ragazze (sono due, di 19 e 13 anni: la prima già orientata a seguire le orme paterne). Ci riguardava da vicino: Massimo era il massaro che si era sradicato, andando a vivere in città, ma che sentiva il bisogno di tornare all’incanto della campagna natia proprio nel momento in cui il personaggio che incarnava mia figlia (la figlia del massaro, appunto) sentiva il bisogno di allontanarsene. Nell’ultima scena si incrociano in questo divergente (ma circolare) movimento. Commovente. L’intenzione sarebbe di riproporre lo spettacolo, ma è complicato. E non nascondo i problemi di tipo economico. Nessuno di noi pensa di arricchirsi col teatro. Ma almeno non rimetterci…
Immagino. Del resto è cosa nota che in Italia con la cultura non si mangia.
Eppure c’è stato un momento (uno solo) in cui dalla mia attività ho guadagnato bene. E un altro in cui avrei potuto proprio arricchirmi (ma in un modo che non avrei mai preso in considerazione) e non l’ho fatto. I soldini sono arrivati dalla televisione. Erano gli anni ’90. Io avevo già lavorato come critico teatrale, scrivendo articoli per la redazione spettacoli di “Paese Sera” prima e poi, alla chiusura, seguendo una bravissima caporedattrice al “Tempo”. Sembrerà strano, ma anche al “Tempo”, fino a un certo punto, ebbi completa libertà di manovra. Finché nel ’97 il direttore Gian Paolo Cresci decise di entrare in maniera più che netta sul mio operato, “ordinandomi” di smetterla di scrivere solo di compagnie sperimentali di orientamento sinistrorso… In effetti la sperimentazione era la mia passione, e in quegli anni c’erano realtà piccole ma meritevoli che secondo me dovevano avere voce. Roba tipo il Kismet, intendo. Ricordo che ero in Comune per la firma con Massimo: stavamo preparando il matrimonio. Momento perfetto. Gli risposi: se vuole che si scriva quello che pensa Lei, se lo scriva Lei. E così chiusi con la carriera di giornalista. Senza rimpianti. Ma erano stati anni importanti: ero cresciuta nella conoscenza delle dinamiche teatrali, che poi avrei messo a servizio sia della mia scrittura creativa che come fondatrice di una compagnia giovanile (“A casa di Silvia”) che mi avrebbe dato infinite soddisfazioni e per la quale ideai lo spettacolo “Più vivi che morti”. Nel frattempo avevo iniziato ad impegnarmi nel sindacato, con la CISL teatro. Fu proprio grazie al segretario Sergio Meomartini, che fece il mio nome, che venni chiamata da Veltroni come membro della Commissione Prosa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. In pratica si trattava di valutare l’operato delle compagnie, stilando delle classifiche di qualità sulla base di determinati parametri che si trasformavano poi in … soldi da distribuire. Ecco cosa intendevo quando accennavo alla possibilità di arricchirmi. Non lo feci. Credo invece di aver fatto un buon lavoro. E ho conosciuto tante persone meravigliose. Alla fine di questo prestigioso incarico ebbi la possibilità di scrivere per la televisione. Iniziai in realtà con la partecipazione creativa ad un geniale radiodramma che si chiamava “Espresso Siracusa-Milano”, in cui si immaginava che sul treno un controllore e una poliziotta ferroviaria incontrassero di volta in volta dei personaggi che avevano conosciuto altrettanti personaggi (famosi) del passato. 120 puntate! Sempre per RAI International lavorai ad “Achab”, un programma che presentava libri per l’infanzia. Ma il riconoscimento economico di cui parlavo arrivò con la trasmissione “In Italia”, per quella che all’epoca si chiamava RAI Educational. Ogni settimana si visitava una città diversa indagandone tutte le dimensioni con gli occhi di una coppia di immigrati, un senegalese e una croata, che realmente dovevano affrontare tutti gli aspetti quotidiani della vita in quel luogo, per capire se fosse adeguato ad ospitarli. Geniale anche questo. Un gran lavoro, gratificante e stancante. Pensare che all’epoca facevo pure le supplenze…
L'intera famiglia sul set di "Una fiaba rupestre"

Eppure fra tante attività anche differenti (e non abbiamo citato la direzione dei Teatri Calabresi Associati e i Seminari di Drammaturgia per la Regione Lazio) ci sono alcune costanti che evidentemente significano molto per te. Penso, nuovamente, alla voce di chi è silente. Per tornare a “Nekyia”, che infatti non fa che riprendere per mano sia “Più vivi che morti” che “Di Sparta le storie”, penso alla centralità della morte nelle tue opere.
Non si può prescindere dalla morte, se si vuole parlare sensatamente della vita. La rimozione della morte è il vero buco nero del nostro tempo. Se non si torna a rapportarsi con essa è difficile iscrivere le cose della vita in un cerchio di senso, appunto. E non parlo solo da un punto di vista religioso, cristiano nello specifico, anche se nel mio caso questa radice è forte. Sono dunque i morti che possono spiegare ai vivi la vita, e dare loro forza ponendosi come immortali riferimenti di valore. Non potevo prescindere da Omero, come da Foscolo. Questa cosa nessuno l’ha detta meglio di lui. Il fatto anzi che la sua prospettiva sia laica aggiunge ulteriore sacralità all’assunto: i morti ci parlano, sono vivi, ci vitalizzano e rendono migliori. Se sappiamo ascoltarli. Ma intanto tocca farli parlare. In modi antichi e nuovi. Vale tutto. Ma ci vuole rispetto e verità. E’ quello che cerco di fare con i miei lavori…. postmoderni nella loro fisiologica commistione creativa ed emozionale.
Chi è dunque il prossimo fortunato cui restituirai la voce?
Ma l’Atleta di Taranto, naturalmente. Già in Nekyia c’è un’anticipazione di questo lavoro… in corso. Immagino l’Atleta alla vigilia della sua ultima gara. E immagino che accanto a lui ci sia un bambino che cronologicamente potrebbe essere proprio Icco, il celebre medico, atleta e ginnasiarca tarantino vincitore della XXVII Olimpiade.
Insomma, pare che Barbara e Massimo per ora da Taranto e dalle sue storie non intendano allontanarsi troppo. C’è da rallegrarsene.