I duecento passi

Cultura
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Da domenica cala la saracinesca anche sulla libreria Gilgamesh, in via Oberdan: otto mesi dopo la chiusura di Filippi. Pensare che, meno di trent’anni fa, Taranto poteva permettersene ben tre tra la fine di via d’Aquino e l’inizio di via Di Palma. I libri che volano via, anziché farci volare, sono esattamente l’occasione che abbiamo scelto di perdere

CHIUDE anche la Gilgamesh. Domenica 28 da via Oberdan i suoi libri useranno le ali per volarsene via, non più per darle a chi li accarezza con l’amore che si dovrebbe a una lettera profumata. Liquidazione totale, metà prezzo, buona parte della merce a cinque euro: come ovunque dal sette gennaio in poi, solo che non sono saldi, e nessun libro potrà mai essere una merce. Non c’è più la Befana, che sulla scopa s’è portata chissà dove le buone notizie. Miriam Putignano, la proprietaria, colei che non ce la fa più, ha da poco passato i quaranta: la sua creatura è rimasta millennial per nascita, ma non ha fatto in tempo a festeggiare i diciotto, che avrebbe compiuto quest’anno. Quanta passione ci volle, dice ora Miriam in un soffio. E quanta ce n’è voluta, per tenere duro e scavallare i tre lustri di proposte, presentazioni, corsi, allegrie assortite di carta e d’aria, di sogni coricati sull’inchiostro. Tutto molto utile, profondamente utile, e alla fine inutile come una saracinesca che scende per non salire più. “Un problema generale”, aggiunge Miriam, e non c’è dubbio che quando si parla d’inedia, di macero, di denti che hanno finito di stringere si parla di Italia e magari non soltanto d’Italia. Poi ci pensa meglio e ragiona sulla nostra città che langue, sull’Ilva che schiuma, sulla gente che piange e non sa come organizzarsi il modo di arrivare al trenta del mese. Vero, tutto vero. Eppure.
EPPURE a Taranto un libro senza più segnalibro non somiglia a un dato statistico, né a una curva grafica di un mercato globale. No. Somiglia a un’altra occasione che se ne va, non una qualsiasi, proprio l’occasione che non dovevi lasciarti scappare, quella che fa la differenza, quella che ti tira fuori dalla merda ed è capace – se sei capace di ringraziarla – di riportarti a guardare il sole con la dignità più alta di prima. A maggio ha chiuso la libreria Filippi, la nostra storia. Oggi Fabrizio, il suo ultimo mistagogo, si muove per necessaria sopravvivenza tra gli scaffali della Mondadori e, a domanda, socchiude gli occhi senza dover rispondere. Trent’anni fa duecento passi scarsi, tra l’apice di via d’Aquino, l’angolo di Piazza Immacolata e l’avvio di via Di Palma, fianco al cinema Odeon (reliquia anch’esso, come il Paris, come l’Impero, come il Rex e il Ritz), mettevano insieme ben tre dicasi tre librerie: Mandese, Filippi e Leone. Mandese, per fortuna, è ancora lì. Filippi di Concetta e prole si sdoppiò, aprì in via Nitti angolo corso Umberto e adesso è solo pagina a sua volta, ma degli annali. Leone fu il primo ad ammainare bandiera, esausto. Lo sforzo era vano, e lo diventa sempre di più. La cultura di un luogo non dipende dal numero delle sue librerie, ma il numero e la salute delle sue librerie la testimoniano e le danno il colore. Cultura non è un convegno, cultura è apertura, curiosità, volo libero di chi sa sorridere a se stesso e a chi invita a farlo. Una schermata può darci il pane grezzo, non la linfa. Di solo pane si cresce male, e alla fine non si cresce più. Peggio ancora, si finisce col credere che sia l’unico sapore possibile, e col permettere a chi ci vuole imbecilli di usarlo come il pastone per le oche. “Nessun vascello c’è che come un libro possa portarci in contrade lontane”, scrisse Emily Dickinson, una che mai smise di usare la penna per trasformarla in dono. La resa delle nostre librerie, qui, più che mai qui, è un pezzo di possibilità coi capelli rasi: impossibile prenderla più. Altro che vascello, senza crescere dentro non facciamo che tenerci stretta una zattera sbreccata, la deriva per orizzonte, la pinna degli squali sulla scia. I compagni di viaggio che abbiamo scelto di meritare.