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Mar, Nov

Piatto Icco, mi ci ficco

Piatto Icco, mi ci ficco

Cultura

Clamorosa esclusiva di CosmoPolis: la vera storia dell’autentico Atleta Tarantino raccontata da sé medesimo via mail da Atlantide. Dove tutt’oggi vive per immortalità, sottratta al divino Ercole al termine di una leggendaria sfida a patrùne e sotte

MA QUANTE TROIATE, ragazzi. Non vi stancate mai. Com’è che le chiamate, oggi? Fake news, se ricordo bene. Vi seguo, quando non ho altro da fare (e spesso, grazie agli Dei, non ho altro da fare), via internet dal mio pc di ossidiana, qui tra i goliardi e i fancazzisti della dorata Atlantide. Sì, viviamo molto meglio di voi, ma questi non sono fatti vostri, e poi certe vittorie bisogna meritarsele. Non sognate tutti quanti di sposare una di San Marino per non pagare più tasse? Poveracci, pensa tu che ideali. Se ho deciso di intervenire con queste quattro righe è per alcune ragioni che mi sono sembrate ottime, o almeno discrete. La prima è che mi ha contattato il Direttore di questa testata, Vincenzo Carriero, sa lui come ha fatto a procurarsi il mio cellulare, ma vabeh. La seconda è che ha accettato la richiesta d’ingaggio, un certo numero di casse di Raffo da spedirmi nella stiva di una di quelle inutili bagnarole militari che chiamate navi ai lavori. Cazzo, quanto mi manca, la Raffo, qui scolano San Miguel e credono di bersi chissà cosa, hai voglia a spiegargli che…Vabeh, andiamo avanti. La terza è che ne sto leggendo talmente tante, sul mio conto, che non so più se compiangervi o ridervi in faccia. Mi avete fatto diventare un fumetto, poi un libro, tra poco un film. Non mollate niente, ogni briciola è buona per raccattare gettoni, contratti, ospitate, convegni, interviste. Per mostrarvi magnogreci, addottorati, classicisti e altre di queste minchiate che vi appendete sul bavero. Siete quelli buoni, voi: quelli della Cultura Costituita. E insomma, no? Come si dice a poker: piatto ricco, mi ci ficco. Stavolta togliete la erre, e permettete che mi presenti: piacere, Icco, James Icco. Il celebre, glorioso, cosiddetto Atleta Tarantino.

OKAY, TROVASTE un sarcofago in via Genova e decideste che ero io. Più o meno, successe anche a suocera e moglie di quello là, come si chiamava, Mattia Pascal. Cos’era? Il ’59, mi pare, per il tridente di Poseidone, già sessant’anni: un problema vostro, non certo mio. Lo trovaste e gli piazzaste il mio nome, ché vi serviva il tarantino illustre, eccome se vi serviva per il vostro piatto ricco. A ‘sto punto cominciaste a incollarmi una serie di boiate che facevano e fanno comodo alle vostre presentazioni, dato che non avete di meglio da cucinare, né vi sognate di tirar fuori le palle che non avete. Per la forgia di Vulcano, uno di quelli che versificano su di me è persino riuscito a dire, a domanda:”Non m’interessa entrare nelle questioni legate all’Ilva”. Bravi, che eroi, non entrate, restate fuori e magari andate a stendervi sulle sponde del Galeso, basta che chiudiate gli occhi e potrete pisciare rimpianti sugli elzeviri anziché cronache sui detersivi. Non siete gli unici colpevoli, per carità, ma con quegli altri me la prendo meno, non avevano internet. Claudio Eliano, per esempio, scrisse che ero stato il primo inventore di una dieta sportiva. Che cazzata, tra noi agonisti ognuno aveva le proprie, ispirate dalle cognizioni dei ginnasiarchi, o come li chiamate, i nostri coach. Fichi secchi, formaggio, cereali, estratti d’erbe i cui dettagli non posso rivelare per via della Procura Antidoping. E carne. Tanta carne, come avevano e avrebbero suggerito o riferito i vari Pitagora, Pausania, Galeno. Ovvio, se no come li riempi, i muscoli. Ma a me non piaceva, preferivo cozze pelòse e iavatùne, più tutto ciò che era mare e le anguille del lago Capaide. E birra, tanta birra. Raffo, ovvio: quella di don Vitantonio, che conobbi mentre tornava scazzato da un tour tra Mesopotamia ed Egitto (cfr. Cosmopolismedia, se non credete a me: Raffo International). Mi piaceva la Raffo, mi piacevano le donne, me ne fottevo della disciplina. Trombavo, e bevevo. E vincevo un bel po’ di garette. Sì, vincevo. Come, e perché? Perché ero giovane.
 
AI GIOCHI PANATENAICI del 472 a.C mi presentai da sfavorito. Al solito. Al solito, fosse stato per me non mi sarei presentato affatto, sai quanto me ne fregava. Troppa fatica, e alla fine vinceva sempre lo stesso. Massì, Eracle. Hercules. Ercole, o come diavolo preferite chiamarlo. Eracle. Bella forza: il semidio. Un dio a tutti gli effetti. Vallo a battere, uno così. E mica lo inserivano in una categoria a sé, figurati: sempre tra noi mortali, così continuava a vincere e gli aedi ne cantavano le gesta, lucrando a loro volta dracme e magnate di ostriche e maiale: esattamente come fate voi oggi, e sulla mia (finta) pelle in particolare. Beh, ma avevo il Coach, e il Coach era un sergentaccio che mi mordeva le chiappe. Il fatto è che correre, saltare, lanciare, combattere mi piaceva pure: tra una signorina e l’altra, i maschi devono occupare il tempo misurandosi con altri maschi. Il Coach stabilì che non potevo continuare a sfangarmela nei Campi di Palagianello e nell’Agone di Roccaforzata, sicché mi ritrovai tra le fauci dei bulli panateniesi. Poco male, pensai: al massimo perdo. Ora, il caso volle che quell’anno il divo Ercole, che fondamentalmente era un cazzone, si presentasse al via in condizioni miserabili. Gli erano capitate un paio di cose. La prima: insicuro com’era, nonostante il sangue divino, aveva chiesto consigli al pluricampione Milone; il quale gli aveva trasmesso la dieta personale, fatta di dieci chili di carne e otto litri di vino alla botta. Poteva pure andar bene per quel matto, ma per chi altri? Tra parentesi, Milone un bel giorno crepò per essersi addormentato su un prato, un branco di lupi ne sentì l’odore e si sbafò un bel carpaccio: mi sa che col Chianti aveva esagerato. Ok, dicevo di Eracle. La seconda è che si era beccato lo scolo da Atalanta, la dea della corsa, sua partner di allenamenti ma non solo di allenamenti, capite che a un certo punto gli allenamenti finiscono e si fa altro. Beh, Atalanta faceva altro non solo con Eracle, ma con un centinaio di corridori professionisti o dilettanti, sotto a chi tocca, il che può anche comportare qualche conseguenza venerea. Tagliando corto, Eracle in quei Giochi era ai piedi di Cristo, come direste voi. O di Giove, come dicevamo noi.
 
A ME FU CHIARO abbastanza presto, e non perché fossi un’aquila. Il primo lancio del disco se lo tirò sui piedi, il secondo lancio del giavellotto se lo tirò sul pisello, era già fiacco. Salto in lungo? Neanche due metri, manco mio nonno. Nella corsa, dove eccellevo meno, me lo trovai dietro di cento che nemmeno eravamo partiti (gli altri erano robetta). Fu la volta della lotta, e lì pensai: mi fa nero. Cadde da solo, esanime. Mi avvicinai per soccorrerlo, e i giudici credettero che lo avessi schienato. Fui proclamato vincitore della 77ma Olimpiade. Non potevo crederci. A un tale venne in mente di dedicarmi una statua, che finì nel tempio di Era. Qui si mette bene ma anche male, pensai. Sì, il Coach esultava e già firmava contratti con le migliori agenzie, per spot della quadriga con una ruota in meno e corse a piedi nudi sulle vongole rotte. Ma mò che si sveglia Ercole? E, soprattutto, mò che si ripiglia? Conoscendolo, avrà il doposbornia triste. E molto, molto incazzoso. Indovina con chi se la prenderà.
Infatti. Venne a cercarmi con una faccia che non prometteva nulla di buono, anzi, tutto di brutto. ‘Azzo vuoi da me, gli dissi, provando a conservare l’aplomb. Mi sollevò con una mano sino alla punta della tenda: voglio, disse, la rivincita, e pure presto. La rivincita, o semidio? E a cosa? A qualunque cosa, scegli tu. Ponderai con scarsa calma, considerato che stavo per soffocare. La soluzione mi balenò nel cervelletto un istante prima di svenire. Bene, Eracle, vediamo quanto vali a patrùne e sotte. Qualunque sport sia, accetto, sputacchiò il galletto ignorante, e mi sbatté giù. Era ciò che speravo, non avendo altro da sperare. Ma in quel momento, mentre mi massaggiavo il culo, mi venne un’altra idea.
 
CI RITROVAMMO in Asia Minore, ad Alicarnasso, la sede del match. Fior di giuristi, sofisti e ginnasiarchi avevano incrociato le lingue per stabilire il campo di gara e i contendenti di contorno. Taranto era esclusa, un po’ perché a un underdog come me non poteva essere concesso il fattore campo, un po’ perché la mia città in quei giorni non era precisamente un’oasi di pace. Non che le altre poleis se la passassero tanto meglio, incasinate com’erano nella guerra con l’Impero persiano. Infine prevalse l’entourage del giovane Erodoto, che era appunto del posto e che aveva manifestato vocazioni storiografiche potenzialmente utili agli annali. Oltre allo stesso Erodoto, vennero convocati alla tenzone (sa Hermes per quali motivi) l’astro nascente Sofocle, un tragediografo che stava per prendere a calci nel sedere il tronfio Eschilo (tanto lo smacco che si sarebbe autoconfinato in Sicilia, a parlare con le arance per il resto dei suoi giorni), e il buttafuori Teogene di Taso, un pugile che ai bei dì ne aveva stesi (pare) 1400 di fila ma che adesso mostrava una panza birresca decisamente preoccupante (per me). La cosa confortante (sempre per me) è che furono tutti d’accordo sulla marca: Raffo. E vorrei vedere: con la birra sumera potevi sciacquarci i calzari e con quella assira potevi crescerci i gerani. Raffo, dunque: quindici casse spacchettate in altrettanti barili zeppi di ghiaccio. Cominciamo?, disse Sofocle. Eh no, dissi io: Eracle, che ci giochiamo? Quello che vuoi, ringhiò il Fenomeno, che aveva la giugulare spessa come una corda da traino. La mia medaglia, la mia statua e la mia vita contro la tua immortalità, sparai. Capite: tanto valeva. Okay, rise. Come il gatto che ha appena raggiunto il topo, e se lo gira pancia all’aria.
 
Ercole: c'è lui, in realtà, nel sarcofago di Icco...

CHE BABBEO. Le schiave, da comanda, presero a riempirci di olive salate, mandorle tostate e cicorie al pepe. Il giudice arbitro ci impose di mangiarne una quantità esorbitante, e così facemmo. Teogene era catatonico, Sofocle preoccupato Erodoto stranito. Approfittai dell’alterazione generale per ‘orientare’, come dire, le carte che avrebbero deciso ‘a première: io mi servii patrùne, e Teogene sotte. Beve Eracle, disse Teogene, da leccaculo del dio. Nient’affatto, replicai: ije so’ ‘u patrùne. E me ne scolai venti di fila, con una certa calma. Strozzàti da mandorle e cicorie, in breve gli altri quattro arrivarono alle soglie della follia, essendo all’urme, cioè a becco asciutto. A questo punto l’arbitro, cornuto, riprese il mazzo e sancì: si rifà. Finsi d’incazzarmi, ma era ciò su cui contavo. Ancora… ‘direzionai’ la sorte: Erodoto patrùne, e io sotte. Propongo una variante, dissi, se il consesso concorda: una io e una Eracle, ad esaurimento. Non si può, obiettò il Giudice. Si può eccome, urlò Eracle, infoiato di sete e con qualche entratura in Olimpo che era meglio non far rabbuiare. D’accordo, benedisse il Giudice.
Una lui, una io.
Una lui.
Una io.
Alla ventesima, cominciò a toccarsi le orecchie. Io non battevo ciglio.
Alla trentesima, si tenne la testa. Io cantavo Tarde Tà.
Alla quarantesima, vomitò. Basta, disse.
Basta un paio di palle, Eracle. Se ti arrendi hai perso, e se hai perso mi molli la posta. Sai quale.
Te lo scordi, esalò lo stronzo.
Si mette male, pensai.
E invece paghi, tonitruò una voce introdotta da un fulmine. Sì, figlio mio, gli intimò Giove, materializzatosi d’incanto sotto forma di Tre Bastoni: paghi perché è tempo che impari a perdere, e anche che ogni tempo finisce per chi non è un dio tutt’intero.
Difatti. Il suo finì in quel preciso istante. Incensi, onori, canzoni, pianti, eccetera. E un bel sarcofago in via Genova, con il Divino dentro. Oddio, più dibirra che divino, a quel punto, se potete concedermi la battuta da Franco e Ciccio.
Quanto a me, ero ufficialmente immortale. Non malissimo. Ma l’aria che tirava era poco salubre, da lì in poi sai quanta gentaccia avrebbe inaugurato la caccia libera al povero Icco. Dovevo togliermi dalla circolazione. Due chiacchiere con Giove (per nulla afflitto), cui chiesi dritte su Atlantide, di cui avevo letto su un depliant. Mi spiegò come arrivarci.
Patrùne e sotte: che speranze poteva avere, contro di me. Eracle, promemoria per quando rinasci: il duello lo vince chi decide l’arma.
 
E COSI’ AVETE il vostro Atleta da spupazzarvi. E che atleta: uno e 70, per 77 chili, un gigante d’epoca. Ti credo, era Ercole. Io arrivavo a stento all’uno e sessanta, e non ero basso. Destinate fior di contributi pubblici e capolavori di teorie baronali alle ossa del mio sostituto, che avete un gran bisogno di chiamare Ikkos: è morto per aver mangiato troppa carne (“squilibrio metabolico  da alimentazione iperproteica fortemente sbilanciata”); no, è morto per aver mangiato troppi mitili (mettetevi d’accordo con voi stessi). Ma non ero quello della temperanza? “Famoso esempio di vita sobria, continenza alimentare (…) Astinenza dai rapporti sessuali”, seee, come no. Non mancano i complottisti: è morto con l’arsenico (magari preparando le trappole per i topi?). O i fatalisti: è morto trentenne perché stremato dal troppo sport (a quell’età schioppa chi non ne fa, signori miei). Che dolci poi i romanzieri: è morto per via d’una vendetta, causata dall’amore per una schiava da lui liberata (e secondo voi mi andavo a ficcare nella merda per una schiava da riscattare, io che non ho mai dovuto pagare una passera in vita mia).
Come vedete, con le fake abbiamo cominciato e con quelle finiamo. Siete una miniera che non può esaurire la vena:”L’atleta d’acciaio nella città dell’acciaio”, fantastica; o anche:”Ikkos, metafora di una rinascita”, sublime, c’è una rinascita e non l’ho letto su Televideo. Tutto (vi) fa brodo. Un mese fa, all’Orfeo, nel nome delle mie spoglie presunte, che mai avete verificato sul serio, avete messo insieme una serata con patrocinii, ministeriali, assessori regionali, provinciali e locali, sindaci, attori, giornalisti, maratoneti, saltimbanchi, ortofrutticoli, spazzacamini e cotillons. Per un po’ ho seguito la diretta streaming, poi m’è venuto da ridere e ho spento, anche perché, capite, la schiena. Il troppo sport? Sì, lo sport che pratico qui ad Atlantide, piena di bellezze che non si stancano mai e che – come me – non devono temere l’età. Non è roba per voi, che preferite ben altre pratiche, possibilmente con un microfono in mano e una telecamera che riprende le vostre comiche puttanate.
Se sapeste.
Ma tanto, se sapeste – mò che ci penso -, non vorreste sapere.
Chiudo qui, Direttore. Soddisfatto? Salùd.
Ah, e mi raccomando le casse.