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Mar, Nov

Giustizia e politica dentro e fuori dall’aula

Giustizia e politica dentro e fuori dall’aula

Cultura

Spesso la giustizia, ancorché positivamente corretta, appare come ingiustizia agli occhi delle folle, che non si tirano indietro dall’accusare la Magistratura di non essere indipendente, poiché compromessa dalle pressioni politiche e, perché no, partitiche

I venerdì di approfondimento culturale promossi da Cosmopolismedia giungono, momentaneamente, al termine. Cinque gli argomenti che hanno interessato il ciclo di incontri al Marta Caffè di via Pitagora: Fotografia, Giornalismo, Cinema, Musica, e Giustizia. Ed è proprio di quest’ultima che si è discusso venerdì sera, alla presenza di due illustri ospiti: il Dott. Nicolangelo Ghizzardi, Avvocato Generale presso la Corte d’Appello di Taranto, e la Dott.ssa Antonella Montanaro, Procuratore Capo presso il Tribunale Minorile di Taranto.
Se negli ultimi anni al centro della diatriba giuridico-mediatica del capoluogo ionico, ci sono state spettacolarizzazioni del processo penale (v. caso Scazzi), o processi consumatisi più all’esterno che all’interno dell’aula (v. processo “Ambiente Svenduto”), la domanda rimane una: che ruolo ha la politica (o meglio, il politico), nella fase dibattimentale?
Spesso la giustizia, ancorché positivamente corretta, appare come ingiustizia agli occhi delle folle, che non si tirano indietro dall’accusare la Magistratura di non essere indipendente, poiché compromessa dalle pressioni politiche e, perché no, partitiche. Fra la ricerca della verità e quel “complottismo” che porta a vedere del marcio ovunque, anche laddove i lavori degli organi preposti alla giustizia siano impeccabili, si instaura quell’ incertezza non solo del Diritto, annosa questione dinnanzi alla quale si trovano i magistrati in gran parte della cause a loro affidate (ndr, altrimenti la Giurisprudenza, a cosa servirebbe?), ma anche quell’incertezza del Giudizio, presumibilmente frutto di un procedimento che vede come sommo garante il Giudice, ancorché fallibile in quanto tale, poiché costui è un uomo “fallibile” come chiunque altro, nonostante la sua approfondita conoscenza delle materie giuridiche.
Per non parlare, poi, di una questione molto discussa: è corretto che un magistrato entri in politica? È – quindi – sopportabile un’interferenza non funzionale fra due diversi poteri, pur sapendo che essa non ricade sulla doppia attribuzione (impossibile in un ordinamento come quello italiano), ma sulla medesima persona fisica? La risposta dei nostri ospiti è unanime: sì, un magistrato può entrare in politica, purché rassegni le dimissioni dalla Magistratura, e – quindi – non vi rientri neppure dopo la cessazione della carica politica. Perché? La risposta è semplice: un (ex) Magistrato che impara a nuotare nei meccanismi della politica, se dovesse rientrare nel suo ruolo originario, non sarebbe più garante d’indipendenza del potere che rappresenta, ovvero quello giudiziario. Qui non si parla di pressioni politiche terze, ma di indipendenza da se stessi: ed è proprio in questo momento, che esce tutta l’umanità del giudice, nell’oggetto della sua coscienza.
Tornando alla questione della giustizia processuale, alle volte percepita come ingiustizia sociale dalle folle, ai tempi dei romani avremmo udito la locuzione: “Summum ius, summa iniuria” (trad. “Somma giustizia, somma ingiustizia”). Ma, allora, quando una decisione processuale può dirsi giusta, almeno secondo la dottrina?
Forse, nel penale, non basta la “presunzione di non colpevolezza” o la “presunzione d’innocenza” sino al giudicato, ambedue facce della stessa medaglia. L’unica verità, od almeno la verità della quale dobbiamo saperci “accontentare”, purché fallibile, è la verità BARD: “Beyond Any Reasonable Dubt” (trad. “Oltre Ogni Ragionevole Dubbio), principio ormai assorbito nel nostro ordinamento, dal processo d’oltreoceano.
È il giudice, in ogni sua sfaccettatura processuale, che dovrà fare i conti non solo con i codici e con le leggi, con l’udizione dei testimoni, con l’acquisizione delle prove e con la certezza scientifica delle medesime, ma con un quesito ancor più grande: posso condannare quest’uomo, oltre ogni ragionevole dubbio?