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Lun, Ott

Anche Budapest ha i suoi murales in “città vecchia”

Anche Budapest ha i suoi murales in “città vecchia”

Cultura

Gli stessi murales che posano sul nulla cosmico, che sono dipinti su una non-superficie, macerando ancora più rabbia nelle coscienze dei tarantini che non sopportano la presenza di “qualcosa” nella decadenza di “tutto”

Tempi caldi per le già consunte pareti della Città Vecchia di Taranto: nei giorni scorsi si è accesa una farraginosa polemica sull’ultimo di una serie di murales apparsi nella Strada Maggiore, più precisamente sull’intonaco del muro protettivo delle suggestive rovine del Tempio Dorico. E sono proprio le due colonne a vaneggiare da indiscusse protagoniste di quest’opera così drammaticamente discussa sui gruppi Facebook cittadini, trasformandosi in perfetta chiacchiera da bar alla portata dei più. Certo, non serve un parere di Achille Bonito Oliva in carne ed ossa per accorgersi del fatto che qualcosa a questi murales manca rumorosamente: armonia, organicità, aderenza… E superficie (v. infra). Ma se, alle volte, “è il pensiero che conta”, si deve anche tenere conto di quello che si nasconde dietro l’esposto: l’autore, il movente, i desideri. Per questo è giusto ricordare che il “murale della discordia” è stato dipinto da un giovanissimo diplomato in Arti Figurative al Liceo Artistico “Calò” di Taranto, Giuseppe Russo: ma non sono pochi i ragazzi che, insieme a lui, hanno adornato vari anfratti della Taranto dimenticata, tutti coordinati dall’ideatrice di questo progetto, Irene Scialpi dell’Associazione “Itaca”.

Quello di abbellire le pareti degli edifici vecchi e cadenti, non è un fenomeno nuovo alla storia: Budapest, città pesantemente segnata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla successiva egemonia sovietica, rimasta incontrastata ed incontrastabile sino alle porte dei Novanta, porta alcuni di questi esempi di street-art, e lo fa a testa alta. Metropoli d’avanguardia e capitale dell’Ungheria, Paese nell’occhio del ciclone per alcune posizioni totalitarie assunte in questi anni dal suo Primo, Orban, Budapest è amata da tutti non solo per l’irrilevante scia di trasgressione che accompagna il suo nome in Europa, posponendola solamente ad Amsterdam ed a qualche altra colonia di turisti italiani lobotomizzati ed alla ricerca di chissà che cosa, ma è amata anche perché zeppa, come poche altre città, di teatri, parchi, musei, strade, piazze, ed edifici di straordinaria fattura.

In mezzo a tutta questa bellezza si nasconde, tuttavia, una storia di morte e rinascita: quella del ghetto ebraico. Quartieri ebraici ne abbiamo anche in Italia, ed uno dei più famosi è quello romano, dove si possono ammirare monumenti come la “Fontana delle Tartarughe” progettata da Giacomo Della Porta, sino ad accarezzare il Portico d’Ottavia. Il quartiere ebraico della capitale ungherese, invece, oltre a vantare la più grande Sinagoga d’Europa,  regala una sorpresa tanto ai turisti quanto agli autoctoni: i cosiddetti “pub in rovine”. Dopo i tragici rastrellamenti ad opera delle SS, il quartiere ebraico fu irreversibilmente svuotato dei suoi abitanti, e l’oppressione russa non giovò di certo ad una rinascita dei posti segnati dal conflitto bellico. È nella storia recente, a partire dal 2001, che una serie di giovani imprenditori hanno iniziato ad aprire pub “speciali” nel centro di Pest: taverne arredate alla meglio con oggetti riciclati e riadattati, nelle quali è possibile consumare una birra locale media al costo massimo di due euro circa. Quella parte di Budapest è rinata proprio grazie alla fitta rete di localini, sempre pieni, dove non è difficile trovarci divani stracciati, biciclette appese, televisori rotti, sedie diroccate, tavoli improvvisati: uno scenario disastroso a dirla così, ma chiunque sia entrato in uno di questi luoghi, ne è rimasto irreversibilmente affascinato. Provare per credere.

E i muri di questo quartiere potevano rimanere grigi a tristi, in antitesi alla gioia sprigionata dai tanti luoghi di sollazzo etilico? La risposta è, ovviamente: neanche per idea. I vecchi palazzi del ghetto ebraico, in buona parte restaurati, presentano veri e propri affreschi giganti sulle loro pareti laterali: se ne contano alcune decine, in stili, spesso, molto diversi tra loro (come si nota nei due in foto), ma con un minimo comune multiplo: sono tutti belli ed adeguati al contesto in cui si trovano, donando luce al quartiere visto di giorno, e rendendolo misterioso sui fumi dell’alcool della notte.

Il ghetto ebraico di Budapest non doveva essere messo tanto peggio dei tanti bei palazzi diroccati della città vecchia tarantina, ed i punti in comune fra i due luoghi così lontani non sono pochi: ambedue le città hanno un ponte simbolo che collega le sponde di due mondi diversi: Buda e Pest; il Borgo Umbertino e la Città Vecchia. Il Ponte delle Catene ed il Ponte Girevole non hanno un bel niente in comune, se non lo sguardo ammirato di chi si trova davanti a loro per la prima volta ad osservare delle strutture così semplici, eppure così evocative: quel senso estetico comune che non sussiste per i murales sparsi fra le postierle, via Duomo, e le altre intricate stradicciole dell’isola. Gli stessi murales che posano sul nulla cosmico, che sono dipinti su una non-superficie, macerando ancora più rabbia nelle coscienze dei tarantini che non sopportano la presenza di “qualcosa” nella decadenza di “tutto”.

Magari, se questi dipinti marchiati sulla nuda carne dei depravati muri e degli scarni cancelli della Città Vecchia, fossero circondati dal rigoglioso frastuono provocato da migliaia di boccali di birra che s’incontrano a mezz’aria nelle giocose serate di gioventù, o dal tintinnio dei sanguinosi calici di vino nostrano, assumerebbero anche loro un altro sapore; avrebbero un senso: ma il suono di quei murales, pur bellissimi per la rispettabile opinione di chi che sia, stride violentemente con tutte le Madonne della Taranto originale: quella di preghiera, silenzio, cose mai dette, reti a mare, e bambini che giocano a palla fino a che il degrado degli anni non si prenderà anche loro, integrandoli perfettamente nel tessuto sociale di questa città destinata a dividersi persino su due lingue di pittura, nate macchiate dal peccato originale di essere state spennellate in un luogo predestinato a morire suicida.