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Lun, Mag

Lisetta e lo Sguardo

Lisetta e lo sguardo

Cultura

Poco più di 50 anni fa, a Rapallo, una donna con una Leica 35 bussò a una porta tra gli ulivi. Le aprì uno scheletro esausto, inconsapevole. Lui era il grande Ezra Pound, alla fine della pista. Lei Lisetta Carmi, che ha scritto un pezzo di storia della fotografia. Ripercorriamola

L’11 febbraio 1966 una donna con in mano una LEICA 35 bussa alla porta di una piccola casa tra gli ulivi di Rapallo. Si chiama Lisetta Carmi. Non apre nessuno. Aspetta. A lungo (sa farlo). La porta si apre. Esce un vecchio. Anzi non esce, resta sulla porta. Fermo. Con un braccio esile a stringere sul corpo magrissimo e malato una vestaglia abbondante, lisa. Ai piedi le pantofole. Non parlerà. La donna non gli chiede e non si chiede nulla, scatta. In quattro minuti venti foto. Ne sceglierà dodici, che costituiranno la più struggente e vera biografia del grande Ezra Pound, colto poco prima di morire nella sua tragica immensità, fatta di infinito, di altrove, di ombra. Reduce da tredici anni di internamento in uno spaventoso manicomio criminale di Washington, detenuto per motivi politici, impazzito. Aveva detto: “Non io ho scelto il silenzio, il silenzio mi ha sequestrato”. Prima di tacere per sempre.
Strano questo paradosso che poi invece non è, tra l’assenza di parola, o la sua impossibilità ad essere, e la capacità di supplire ad essa (ed anzi di modificarne il codice senza mutarne il messaggio) per mezzo dell’immagine. Che è poi l’aspetto fondante della fotografia di Lisetta Carmi, classe 1924, cinque vite ancora vive e un’anima in cammino.
Cinque perché durante la sua terza vita, quella iniziata nel 1976 in India con l’incontro di Babaji Herakhan Baba (che l’avrebbe portata a fondare il noto Ashram Bhole Baba di Cisternino, paese dove tuttora vive, divenendo un’amatissima guida spirituale) il Mahavatar dell’Himalaya le donò un disegno profetico nel quale la ritraeva appunto con cinque facce, circondate da fiori di loto, tante quante sono state (quantomeno finora…) le fasi umane e artistiche di questa eclettica e inafferrabile donna, la cui vita, pardon, le cui vite raccontano una storia complicata ma coerente, fatta di testardaggine, empatia, impegno, talento ma soprattutto amore. Ripercorriamola.
Un’infanzia felice a Genova. Famiglia ebrea borghese colta e tutto sommato aperta. ma sempre fino a un certo punto: “Non mi sentivo amata pur essendolo tantissimo” dirà Lisetta, insofferente nei confronti del conformismo proprio di una certa mentalità borghese che a lei stava stretta, ribelle come presto capì di essere. Un padre e due fratelli maggiori talentuosi, che vedrà sempre come modelli di irraggiungibile capacità artistica e di fascino. Al punto da odiare la propria condizione di donna, che sentiva penalizzante. Opinione anche in questo caso mutata a seguito di una delle molteplici evoluzioni dinamiche del suo essere. Perché è chiaro che è la trasformazione il segno che permea la sua essenza, come del resto la sua arte, solo apparentemente ferma nello scatto. Studi regolari, anche musicali. Il tutto interrotto tragicamente dalle leggi razziali del 1938: Lisetta viene cacciata da scuola e con la famiglia costretta a fuggire in Svizzera, dopo un drammatico passaggio tra le montagne, con una mano nella mano della mamma e con l’altra a stringere il “Clavicembalo ben temperato” di Bach. Prendendo confidenza col dolore e l’ingiustizia, ma mai con la rassegnazione. Anzi. In Svizzera intensifica ulteriormente lo studio del pianoforte, cosa che assieme alla forzata prevalenza di adulti nella sua vita (la scuola le mancherà sempre) la condurrà a un doloroso isolamento, dimenticando come si facesse a sorridere. All’annuncio della fine della guerra sarà la prima a ritornare avventurosamente in Italia, dove continuerà col pianoforte, avviando una fortunata carriera di concertista, sempre sotto l’occhio attento dell’asburgico maestro They. Al quale tuttavia si deve paradossalmente la decisione di lasciare il pianoforte, dando inizio alla sua seconda vita, quella della fotografa appunto. Racconta Lisetta che il 30 giugno del 1960 il Movimento Sociale Italiano aveva provocatoriamente organizzato a Genova un congresso al porto, dove fervevano già le proteste dei camalli per le dure condizioni di lavoro. All’annuncio che avrebbe parlato Almirante, lei dichiarò che si sarebbe unita alle proteste dei portuali. Non aveva mai nascosto il proprio orientamento politico di sinistra. Il maestro, inorridito, le disse che non doveva, perché se nei tafferugli si fosse fatta male a una mano avrebbe messo a rischio la sua carriera. Tale affermazione la illuminò: “Se una mia mano è più importante del resto dell’umanità, allora smetto di suonare”. E così fece, subito. Caso volle (ma esiste il caso? Lisetta ovviamente nega, c’è un disegno e uno scopo) che un suo amico, l’etnomusicologo Leo Levi, fosse in partenza per Sannicandro Garganico (ancora la Puglia, regione evidentemente nel karma di Lisetta; la sua “terra sacra”), per documentare i canti di un gruppo di ebrei che, guidati da Donato Manduzio, un contadino ispirato e affascinante, erano convinti che non ci fossero più ebrei in Italia e che loro dovessero rifondare l’ebraismo. Invitata ad unirsi alla spedizione, non esitò, comprando una macchinetta fotografica per nulla professionale e nove rullini. Sarebbe stato il suo primo reportage fotografico, esteso ad altri luoghi della Puglia: le catacombe ebraiche di Venosa, Alberobello... Tornata a Genova fece vedere le sue foto e le dissero che erano talmente belle da sembrare di Cartier-Besson. “Ah si?  - pensò – allora faccio la fotografa”.
E iniziò a lavorare. Così duramente da meravigliarsi di esserne uscita viva. Ore ed ore ininterrotte, a fare tutto personalmente, a curare tutte le complesse fasi di quella che una volta era proprio un’altra storia. E che voleva studio. Altra attitudine che Lisetta ha sempre coltivato: comprò dei libri e andò a Berna ad imparare il mestiere direttamente da un grande dell’epoca. Il padre comprese, non solo la sua volontà ma il talento, e le regalò una Leica. In diciotto anni Lisetta documenterà la vita cercandone il senso, solo quello. Non il successo, non i soldi. La fotografia sarà per lei solo un mezzo per accedere alla verità. Non le piaceva, non le piace, la fotografia in sé. Ma era il migliore degli strumenti possibili per realizzare questo inesauribile bisogno di ricercare nelle persone e nelle cose la conoscenza, il vero. Questo spiega il senso del titolo “La bellezza della verità” che Giovanbattista Martino, il curatore di una bellissima mostra antologica a lei dedicata, attualmente al Museo in Trastevere, a Roma (fino al 4 marzo), ha scelto per una centrata selezione di 170 scatti, che abbracciano i filoni principali della sua produzione. Si tratta peraltro del primo allestimento della Carmi nella Capitale, mentre giustamente nella sua terra d’adozione, in Puglia, si combatte per individuare una sede stabile che possa accoglierne l’eccezionale repertorio creativo e documentativo.
Lisetta intraprende dunque con impegno e totale dedizione la sua missione. Cerca nelle persone quello che sono, e lo coglie. Sempre. Vede oltre. L’obiettivo, un terzo occhio a tutti gli effetti, diventa uno strumento magico che le dona la visione dell’anima del soggetto inquadrato. Lei parla di un dono di Dio: una cosa così non si impara. Capisce di essere in grado di vedere oltre, e quell’oltre lo rende visibile a sua volta, agli altri. Come donare la vista ai ciechi. In effetti le sue foto parlano, per tornare al paradosso sinestesico della parola che si fa immagine. Cercare la verità diventa dunque per lei funzionale alla necessità di dare la parola a chi non può farsi sentire, perché povero, sofferente, oppresso, diverso. Ecco il filo conduttore della sua arte. Voce agli umili, ma una voce fortissima. Perché quando le foto di Lisetta parlano, sanno anche gridare, se serve. Come sussurrare, se poco fiato è funzionale a soffiare nei nostri occhi una sensazione che fa male, e bene, perché capisci. Ti fa sentire. Nell’eterno aprire e chiudersi di questi cerchi semantici ed emozionali (l’obiettivo è a sua volta un meraviglioso correlativo oggettivo di tale ineffabile dinamica: Montale apprezzerebbe la poeticità militante della concittadina), Lisetta riporta la musica agli occhi. Infatti dice: “Nelle mie fotografie c’è tutto il mio amore e il mio studio della musica. C’è il ritmo”. Il movimento, appunto. La musica insomma torna, in questa perfetta allegoria del Panta Rei e del Cerchio che è la sua danza vitale, perché “la musica dà una preparazione interiore immensa: tutti dovrebbero studiare musica, perché è qualcosa di così astratto e di così concreto allo stesso tempo. In Italia purtroppo a scuola non la si studia. Studiare musica fa crescere l’anima e tutta la vita resta concentrata in quell’anima purificata dalla musica, che serve più della filosofia”.
I diseredati, i sofferenti, le vittime. Chi ha sofferto in prima persona può. Sa. Non rischia pietismo, distanza mascherata da partecipazione o manierismo fintamente minimalista, nel trattare il male. Dei campi profughi palestinesi, dove nel ’76 lei, da ebrea, documentò l’orrore della Guerra dei Sei Giorni decidendo di non mettere mai più piede ad Israele. Dell’opulento e miserrimo Venezuela degli anni ’70 dove il petrolio arricchiva pochissimi (ma tanto, li arricchiva) e masse di disperati, soprattutto bambini, aspettavano fuori dalle recinzioni dell’immenso immondezzaio di Maracaibo (il “basurero”) che arrivassero i camion carichi di schifo per tuffarcisi dentro e raccattare ogni minimo pezzo di miseria per tentare di venderlo a negozietti a loro volta capaci di insegne tragiche e poetiche come ““Mi ultimo esfuerzo” o “La sucursal del cielo”. Ma anche la sofferenza sociale di casa nostra: il suo reportage sui portuali di Genova ricoperti dalle polveri dei solfati, del 1964, segna un punto di non ritorno nella fotografia documentaria dell’epoca. Per realizzarlo si infiltrò tra i camalli fingendosi la cugina di uno di loro. Come sempre, rischiava in proprio. Racconta sempre che la polizia non vedeva l’ora di incarcerarla.
Ci andò vicino (in questo caso tentando di mettere in moto la macchina del fango) in occasione della sua frequentazione della comunità dei travestiti di Genova,confluita in un insuperato reportage realizzato nel corso di 6 anni (dal ‘65 al ’71) per il quale Lisetta divenne profondamente amica di tante persone. Diverse, sofferenti, mutevoli, perseguitate, alla ricerca di libertà. Dunque come lei. Altra condizione di dolore, che subiva forme di emarginazione all’epoca estremamente violente. Iniziò (ci risiamo) per caso. Un amico le chiese se volesseandare con lui ad una festa di travestiti nel ghetto ebraico di Via del Campo (peraltro vicino casa di De André, dove anche lei ha abitato senza tuttavia mai incontrarlo). Racconta: “Ho fotografato di tutto: si baciavano, bevevano, ballavano. Un mondo a sé, che nessuno mai aveva documentato. Poi, subito, a casa, ho sviluppato; sono tornata da loro e ad ognuno ho regalato la sua foto. Hanno capito perfettamente che non volevo appropriarmi di loro, non intendevo farne mercato, non era quello che mi interessava. Presto iniziarono a considerarmi un’amica, si confidavano, mi accolsero, insomma. La polizia mi avrebbe volentieri arrestato, e infatti continuava ad indagare, chiedendo cosa facessi, se partecipassi alle orge… Loro dicevano la verità: macché, ci fotografa!”. Un’impresa che ha dell’inverosimile, considerata l’epoca. Poi un amico illuminato, Luciano D’Alessandro, la spronò a farne un libro. Trovò un editore ancora più visionario, Sergio Donnabella, che sovvenzionò la stampa di ben 3000 copie per la somma eccezionale di 10 milioni (siamo nel 1972). Lisetta stessa non ci credeva, pensava fosse uno sproposito. E da un punto di vista meramente commerciale (non certo artistico) non sbagliava. Le copie rimasero a marcire nel magazzino, perché le librerie grette e bigotte dell’epoca si rifiutarono di esporlo. Lisetta si camuffò e andò a chiederne una copia in una famosa libreria di Milano, dove le risposero che era “una sconcezza”. Lo stesso celebre psicanalista Cesare Musatti dichiarò che si trattava di gente da rinchiudere. L’unica eccezione fu Remo Croce, a Roma, che presentò il libro con Dacia Maraini, Dario Bellezza e Luigi Lombardi Satriani, alla presenza di Moravia, e Lisetta, di ritorno da uno dei suoi viaggi in India (che ormai andavano a preparare la sua terza vita, di cui si è detto), ne fu onorata. Un giorno Sergio la chiamò per dirle che era costretto a mandare tutto al macero. Lo venne a sapere Barbara Alberti, scrittrice amica di Lisetta, che non esitò a mandare un camion per prendersi tutte le copie e riempirsene la casa: tavoli, poltrone di libri fatti di immagini per l’epoca sconvolgenti, di nudi (e non) di travestiti a Genova. Pieni di figure e anime indimenticabili: la Morena, la bellissima Gitana (che accettò di firmare l’autorizzazione alla pubblicazione solo a patto di finire in copertina), l’amante di De Pisis. Alla fine quei libri eccezionali e prematuri, rivoluzionari, furono piano piano regalati. L’Italia non era pronta. Né nessuno mai era riuscito ad entrare in quel mondo su un piano di totale, emotiva, sincera condivisione. Poteva riuscirci solo lei, peraltro maturando una recuperata e gioiosa coscienza di identità sessuale. Oggi quei libri non si trovano più, e se si trovano, anche al costo di 3000 euro la copia.
Del resto l’Italia non era nemmeno pronta a farsi sparare in faccia l’immagine frontale di una testolina neonata che allarga un utero completamente occupato dalla vita possibile che spinge con dolore e voglia. Mentre invece Lisetta era prontissima a guardare, per comprendere l’oltre, per cogliere la linea d’ombra. La sua foto frontale del parto è un altro degli schiaffi necessari e poeticissimi al nostro ipocrita pudore del vero. Così come lo sguardo altrettanto neutro, quanto totalmente partecipe, della morte (tanto è uguale: inizio e fine non sono forse due differenti inquadrature dello stesso incomprensibile, doloroso, meraviglioso soggetto?) che si sofferma su ciò che da vivi i vivi fanno per i morti che saranno, come negli scatti delle tombe monumentali di Staglieno, colte nel loro ostentato tentativo di patetica sfida all’eterno.
La quarta vita di Lisetta è stata nuovamente la musica, in una veste nuova. Mossa all’azione e all’eterno riciclarsi nel nuovo attingendo al vecchio (o meglio a ciò che è essenziale) dal musicista e psicoterapeuta Paolo Ferrari (creatore del metodo “Asistema in-assenza”), Lisetta ha ripreso a suonare il piano, chiudendo i seminari del suo amico ed ex alunno, a Milano. In proposito ha dichiarato: “Entrare a conoscenza delle idee di Paolo e riavvicinarmi alla musica sono stati un vero miracolo. Fino a quel momento avevo imparato dalla vita tutto quello che dovevo imparare e stavo vivendo un ribaltamento dei ruoli. La maestra era diventata lo studente”. Dopo sei anni di viaggi a Milano tuttavia Lisetta ha sentito che anche questa fase doveva chiudersi, perché “tutto stava iniziando a ripetersi ed era giunto il momento del distacco e del silenzio”. La quinta vita è nella quiete della sua casa a Cisternino. Nella meditazione, nella solitudine cercata e feconda. “Amava il silenzio, perché parlare disperde”. Pensa a quel vecchio? A ciò che – sola – ha visto nel suo non più? Un altro cerchio che si chiude, un altro obiettivo si profila. Se sarà la luce, Lisetta saprà che farne. Se sarà altro, sarà luce lo stesso, trattandosi di lei.

 
NOTA: Lisetta si è raccontata in molte interviste (una fra tutte quella di Lea Melandri su D La Repubblica), in una bella biografia di Giovanna Calvenzi e in un docufilm di Daniele Segre. Ad esse abbiamo attinto per la ricostruzione della sua storia, invitando però a cercare i video che la fanno vedere mentre parla: è diverso. Persone così vanno guardate, perché sono esse stesse, sguardo.