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Sab, Feb

De André, uomo di mare

De André, uomo di mare

Cultura

Crêuza de mä, un album che inizia e finisce col mare, come la Puglia che dal Gargano a Leuca è una distesa di pescatori e marinai

Una voce più profonda degli abissi, una penna macchiata di verità, una chitarra ammansita da quel soffice tocco di consapevolezza del mondo che lo ha contraddistinto fino a ché è rimasto fra noi mortali: questa, forse, potrebbe essere una buona descrizione di Fabrizio De André, che a 20 anni dalla sua scomparsa avvenuta l’11 gennaio 1999, ha fatto ancor più rumore di prima monopolizzando giornali, televisioni, radio e – non lo avrebbe mai immaginato – social network, regalandoci una giornata da dedicare a lui ed alla sua arte. Cantautore degli ultimi, è stato capace di restituire dignità ai più disgraziati, inviando al mondo un messaggio incancellabile di solidarietà umana e perdono universale.

Ma De André era anche uomo di mare – volente o nolente – poiché inzaccherato del peccato originale d’esser nato in una città costiera, e non una qualsiasi: Genova, una delle quattro repubbliche marinare, una delle più importanti potenze mercantili del basso medioevo e dell’età moderna, la città dov’è nata la prima banca centrale al mondo e dove la lex mercatoria si è fatta strada fra le grida dei mercanti e gli studi dei giuristi, tracciando la rotta di quella che sarebbe diventata l’economia dei nostri giorni. Ma come ogni grande centro urbano e come ogni città portuale di gente che va e che viene – e nonostante i secoli di distanza ai quali nacque il Nostro – Genova ha presentato agli occhi di De André le più torve scene di pietà, malinconia, ingiustizia sociale. La lettura di questo paesaggio crepitante e al contempo affascinante si manifesta soprattutto in uno degli album più belli ed influenti degli anni ’80: “Crêuza de mä” (trad. dal genovese “Mulattiera di Mare”, indicante la stradicciola suburbana che scorre fra due muri delimitanti i confini di proprietà immobiliare), che con la sua title track ad aprire l’album e chiusa in “Dä Me Riva” (trad. “Dalla Mia Riva”), racconta due scenari ben noti alle genti delle città di mare, piene di marinai e belle donne, lagrime e promesse, sogni e incertezze, eternità ed estemporaneità, bellezza e violenza.
Immagini impresse negli occhi degli antenati dei contemporanei abitanti di capoluoghi come Taranto, Bari e Brindisi (per rimanere in Puglia), ma non solo memoria storica: anche istantanee della vita quotidiana odierna dei substrati sociali più disastrati ed abbandonati dalle istituzioni. Quelli che Faber amava incondizionatamente.
E così se con “Crêuza de mä” i marinai sfilano dalla scogliera alla terraferma in piena notte, stanchi e provati come “Il Vecchio” di Hemingway e pronti ad avvinazzarsi nella peggior taverna aperta a quell’ora, con “Dä Me Riva” si scorge, quasi voyeuristicamente, la scena opposta: una nave che salpa lasciando solo interrogativi, vane speranze e nostalgia degli amori di casa, annodando la gola degli imbarcati e aspergendo di strazio i fazzoletti delle donne rimaste a Genova.

Un album che inizia e finisce col mare, come la Puglia che dal Gargano a Leuca è una distesa di pescatori e marinai. L’acqua, quindi, come simbolo di vita, fertilità, sopravvivenza, ma anche morte, solitudine, impotenza, quasi come il liquido amniotico dal quale proveniamo tutti: il segreto dell’utero sicuro e impervio della Madre Terra nel qual vortice si può essere risucchiati non appena si abbassi la guardia. E Faber, questo segreto, ce l’ha confidato meglio di chiunque altro, con la saggezza di un padre e la bontà di un amico ancora presente nei nostri pensieri, nelle nostre parole, nel nostro modo di guardare il mondo; di odiarlo. Di amarlo.