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La Belle Époque del nostro millennio

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Roberto Nistri ha presentato il suo primo romanzo edito da Scorpione presso la libreria Gilgamesh di Taranto. Confronto con lo storico Salvatore Romeo

Classe ’47, Nistri è già noto per la sua attività di Professore di Storia e Filosofia presso il Liceo “Archita” di Taranto, ma anche per le numerose collaborazioni con le maggiori testate giornalistiche e riviste locali, e le sue critiche sul processo d’industrializzazione tarantina.
“La Romanza Sporca dei Due Mari” è il titolo dell’opera che lo stesso Nistri descrive come un “romanzo pieno di storia (e con qualche parolaccia) ambientato nella Belle Époque tarantina”.
Dalle parole dell’autore trasuda una Taranto in piena espansione economica, che da plebea inizia a conoscere nuove trasformazioni, rimanendo pur sempre una città piena di sporcizia: “Una sporcizia che si trova anche nel romanzo, attraverso i personaggi (ndr, più che pittoreschi), che si aggirano fra bordelli e locande, discutendo degli argomenti più disparati”.
A più riprese Nistri tende a sottolineare l’importanza della Storia “che trova nella leggenda il suo punto di forza”, senza mai scinderla da ciò che la rende movimentata, ossia la fantasia, che è nella leggenda stessa. Infatti, prosegue lo scrittore citando l’antropologo napoletano Ernesto de Martino: “Gli uomini hanno fame di simboli e di storie”. Quindi, la scienza storica non basta a se stessa: essa deve etero-integrarsi con la narrazione della storia stessa, mai prescindendo da un linguaggio semiotico, e dando vita ad un “rapporto fondamentale” che si estrinseca nella dicotomia del “saper spiegare” (ndr, relativo alla scienza storica), e del “saper emozionare” (ndr, relativo alla narrazione). La ragione di ciò? Perché “il mondo ha desiderio almeno di una parvenza di bellezza”.
E poi, una critica su Taranto: “Qui manca spirito di comunità. Ci sono delle città innamorate di loro stesse, e qui è necessario rinforzare la comunità imparando a stare bene insieme”. A quanto pare, l’arduo compito dello scrittore dovrebbe essere quello di assorbire le istanze del popolo nella sua produzione romanzesca, in quanto “la narrazione fa vivere meglio i cittadini”, e “la scrittura smuove ed è disturbante”.
Lo storico Salvatore Romeo osserva l’identità “matta” di questa città, che è estremamente “variegata e magmatica” rispetto a tante altre, ed a tal proposito Nistri espone come Taranto risulti una “realtà diversa da molte, in quanto si tratta di una città che ha vissuto (ndr, più volte) trasformazioni velocissime”. A prescindere da questo romanzo del quale iniziamo ad immaginare più la causa che la trama, c’è da dire che Taranto è rimasta una città non solo scompaginata dal punto di vista dell’identità popolare, ma altresì colma degli stessi personaggi tardo Ottocenteschi presenti nell’opera in trattazione. Personaggi; caratteristi con costumi diversi ma medesimi spiriti di quelli trascorsi, che fanno del capoluogo ionico un unicum nella sua “sporcizia”: è innegabile l’aplomb grottesco di molti nomi e volti famosi della Taranto contemporanea, che rimbalzano fra pagine social, video virali, e meme. Si va dal tossico imprecatore al venditore di giornali canterino, dal filosofo di strada al commerciante di oggetti rinvenuti tra i rifiuti urbani. Tutta gente che noi umani medi ed in qualche modo autoproclamati come “normali”, osserviamo alternativamente con scherno o compassione, con preoccupazione o goliardia, ma percependoli unanimamente come “diversi”: in qualche modo alienati dalla società. Eppure, anche fra i “normali” si nascondono certi personaggi non dappoco, mimetizzati nella media borghesia: persone che in Belle Époque si sarebbero trovate ad un Café Chantant, e che oggi seggono ad un bancone di tendenza (o, alle volte, di nicchia), a parlare del più e del meno. Già, perché se è vero che Taranto (come un po’ qualsiasi altra città italiana) non è mai mancata di strambi esemplari cinti da stracci od adornati da abiti sartoriali, è vero anche che mentre i primi continuano a vagare per le strade in cerca della loro verità, i secondi non usano più raccogliersi in loci ove celebrare il sapere e la conoscenza. O forse tali luoghi sono mutati, ed i caffè letterari sono diventati associazioni, i giornali degli intellettuali sono diventati “bloggherelli”, e le conversazioni per così dire “alte” sono diventate laconici hashtag. Allora, ci domandiamo: se il Café Chantant che nella nostra città ospitava Anna Fougez nella Belle Époque è ormai estinto, e se per la legge dei grandi numeri l’occidente si affaccia ad una nuova Belle Époque, in quanto storicamente ad ogni crisi economica si è sempre alternata una fase di benessere espanso, nella Taranto di domani ci sarà spazio per un nuovo Otto-Novecento artistico, oltre che (si da come per scontato) economico? Se come ha suggerito il Professor Nistri dobbiamo ricordare l’importanza della storia e della fantasia, forse è il caso di ripartire da quanto di bello è stato in grado di insegnarci il nostro passato. Per voler utilizzare una figura retorica, abbiamo il dovere di iniziare a costruire teatri laddove attualmente sorgono realtà destinate al collasso: basti pensare ai numerosi esuberi Ilva proclamati pochi giorni fa.
Senza mai dimenticare che da una ciminiera ad un teatro, è un attimo: basta desiderarlo. Nel frattempo, aspettiamo che ci venga restituito (almeno) il Fusco.

Nella foto il teatro Alhambra, attivo verso la fine della Belle Époque. Sorgeva al posto del Teatro Andronico. Al suo posto fu poi edificato l'attuale Palazzo del Governo".