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Sabato, 22 Luglio 2017
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«Ricercare la propria libertà di pensiero»

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È il messaggio lanciato da Oliviero Beha, che ha presentato ieri il suo libro “Mio nipote nella giungla”, durante un incontro organizzato a Grottaglie dalla Bcc di San Marzano di San Giuseppe

«In questo libro c’è una lettura per il presente, una necessità di memoria per il passato e una serie di dubbi e di questioni per il futuro».
È così che il giornalista e scrittore Oliviero Beha ha sintetizzato il suo libro “Mio nipote nella giungla”, presentato ieri Grottaglie nell’auditorium della Bcc di San Marzano i San Giuseppe, che ha organizzato l’incontro in collaborazione con la storica kermesse culturale “Il Libro Possibile“, che propone ogni anno sul territorio pugliese cartelloni importanti di presentazioni di libri con autori di fama nazionale ed internazionale.
«Il futuro – ha detto Beha - è rappresentato da mio nipote, dal quale sono partito per scrivere il libro. Questo bambinetto di due anni che rappresenta la vita che continua. Ci sono tante questioni in ballo che io tratto in un numero di pagine alla portata di tutti. La giungla di cui parla il titolo non è soltanto la giungla esteriore, quella che ci circonda, quella nella quale ci troviamo tutti quanti e che non è solo italiana, ma planetaria. Forse noi italiani, per certi versi, siamo all’avanguardia nel peggio, ma il discorso è più ampio e generale. C’è una giungla interiore, che è tanto importante se non di più. Viviamo senza tenere d’occhio la nostra vita più profonda. E se il mio libro vuole mandare un messaggio, forse è quello di ricominciare a guardarsi dentro perché c’è bisogno di consapevolezza».
Ma può bastare guardarsi dentro per sopravvivere in questa giungla?
«Intanto, cominciamo a farlo – spiega Beha – perché ognuno risponde di sé. Girare l’interruttore dentro per vedere se si accende un po’ di luce, credo sia indispensabile per superare tutti i fondamentalismi».
Beha mette in evidenza la dipendenza dalla tecnologia, ormai insita in ognuno di noi. «Mi chiedo – ha detto – se è lo smartphone, che più o meno tutti abbiamo tra le mani, ad essere una nostra protesi? Oppure stiamo diventando noi stessi una sua protesi? La mia conclusione nel libro, sulla quale si può essere d’accordo oppure no, è che lo smartphone indebolisca il pensiero, limitandone la libertà. È necessario, invece, ricercare la propria libertà di pensiero, perché in giro ce n’è pochissima».

Anna Rita Palmsiani