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Mar, Mag

Ilva. A denti stretti

Ilva. A denti stretti

Cinema

Un lavoro crudo ma veritiero quello realizzato dal regista Stefano Bianchi. Il grido di allarme lanciato all'Italia intera per raccontare l'eroica resistenza dei tarantini

Quando si frequentano corsi di giornalismo o si leggono libri al riguardo, i primi consigli degli addetti ai lavori sono, per cominciare, di seguire la regola delle cinque “W” (What? When? Why? Who? Where?) e di tenere il più possibile un tono imparziale a prescindere dalla gravità della notizia riportata, in modo da garantire al lettore una narrazione dei fatti che si avvicini il più possibile all’oggettività. Peccato che già al terzo minuto di “Ilva A denti stretti”, di Stefano Bianchi, mi si fosse attorcigliato lo stomaco. Questa reazione non è dovuta all’opera in sé del documentarista nostrano, che anzi ha fatto un lavoro esemplare nel condensare in sessantasei minuti quella che è l’attuale situazione di Taranto e del mostro siderurgico, ma è dovuta alla stanchezza nel vedere l’ennesimo innocente sottoposto ad un calvario immeritato, fatto di medicine, chemioterapia, radioterapia e padronanza di termini medici che una bambina di cinque anni non dovrebbe minimamente conoscere. Il documentario, infatti, si apre con Chiara e la sua famiglia che attraversano l’inferno del reparto di Emato-Oncologia pediatrica dell’ospedale di Taranto. La telecamera si concentra in particolar modo su Floriano, padre di Chiara, che si raffronta con un mondo in cui ci si è trovato contro ogni suo desiderio, parlando con i medici e distraendo la propria bambina come può, per alleggerirle il peso di una malattia troppo grande e insensata per quella famiglia.
“La mia prima reazione è stata quella di uccidere il medico che ce l’ha detto” dice Floriano, una frase di una violenza indicibile che però bene esprime il sentimento di rabbia impotente che accomuna tutta la città: duecentomila figli di Sparta sconfitti da un Moloch che puntualmente torna agli onori delle cronache solo se mette in pericolo quel misero 1% del PIL nazionale. Ad ogni nuova “minaccia” si scatena il solito circo di politicanti che come avvoltoi si nutrono delle carcasse dei nostri cari, a partire dal signor Salvini (che rifiuto di definire Dottore o Onorevole) che non perde occasione per blaterare insulsa propaganda anche in questo caso, buttando in mezzo gli operai tarantini in un discorso razziale “Un operaio Ilva vale più di dieci Balotelli” qualsiasi cosa voglia dire in italiano.
La narrazione storico-popolare però dipinge gli spartani come un popolo fiero, combattente e mai domo, e così come i nostri antenati hanno combattuto strenuamente alle Termopili, così i tarantini non smettono di sputare sangue in questa guerra ormai senza quartiere, utilizzando tutte le armi a loro disposizione; Stefano, infatti, oltre alla famiglia di Chiara segue l’operato di Luciano Manna, attivissimo ambientalista che si è occupato negli anni di dimostrare i catastrofici danni ambientali, non solo delle esalazioni della fabbrica, ma anche delle scorie che sono state usate per costruire le collinette ecologiche, costruite a metà anni ’70 per “difenderci” dall’inquinamento dell’acciaieria (anche se gli stessi addetti ai lavori all’epoca definirono il progetto “inutile” e “non sicuro”) e poste a sequestro da ormai dieci anni. Attraverso intense indagini, Manna mostra alla telecamera di Stefano Bianchi una realtà agghiacciante con numeri e dati che dimostrano quella che fino ad ora è stata una gestione dell’impianto “criminale”, termine non usato a scopi sensazionalistici, ma che purtroppo descrive perfettamente le scelte delle dirigenze dei Riva e di Mittal: documenti di controllo con firme false, elettrofiltri inesistenti e disinteresse assoluto delle condizioni di lavoro, tutto confermato da fonti anonime.
Gli animali però non sono solo negli uffici dirigenziali ad arricchirsi sulle nostre spalle, ma anche per strada, o meglio, in acqua e gestiscono un gigantesco mercato nero di mitili coltivati nel seno minore del Mar Piccolo: quintali e quintali di cozze nere adulte cariche di diossina pronte a finire sul mercato abusivo (ambulanti senza licenza) e non, grazie ad una fine arte di falsificazione dei documenti. “Ma sce ste cozz facevn vene’ u tumor sarebbero morte milioni di persone” afferma candidamente un “imprenditore” del settore della coltivazione delle cozze, aumentando l’attorcigliamento intestinale sopracitato e dando fulgido esempio del sce me ne futt a me, ideologia filosofica in voga tra molti abitanti di Taranto, un po’ come il Platonismo ad Atene, stessa cosa proprio. Nell’ultima parte del documentario Stefano Bianchi si concentra sulle reazioni dei cittadini alla loro condanna: mostra le manifestazioni dello scorso dicembre, funerea, silenziosa, quasi rassegnata e quella del quattro Maggio, violenta, arrabbiata, sotto una pioggia che ha accentuato il carattere farsesco degli scontri con le forze dell’ordine in una perfetta dimostrazione della guerra fra poveri a cui ci hanno condannato. Stefano si concentra sui nomi di chi ci ha lasciato troppo presto e sugli occhi di chi è rimasto, occhi guerrieri, mai domi, ma stanchi di ripetere costantemente le stesse cose a chi fa orecchio da mercante, chi si rifiuta di ascoltare il buon senso e vende chiacchiere alla nostra città, promettendole la libertà per poi venderla al miglior offerente come la peggiore delle schiave. “Ilva. A denti stretti” è il messaggio crudo e senza fronzoli sulla situazione tarantina che il regista lancia all’Italia intera, l’ennesimo grido d’aiuto di un figlio per la madre vessata, la perfetta rappresentazione di ciò che il grande Male o il Male brutto ci fa provare: un senso di costante angoscia per le persone a noi care, un cerchio che si stringe inesorabile intorno alle nostre famiglie, il costante terrore di ricevere una telefonata nel cuore della notte: “la mamma è stata ricoverata” o “papà non sta bene”. Noi tarantini viviamo costantemente una perversa roulette russa che ci consuma fino al colpo di grazia. Questo ci racconta Stefano, sicuramente inascoltato, l’ennesima goccia in un oceano di proteste, ma almeno ci ha provato.