08
Dom, Dic

The Irishman

The Irishman

Cinema

Il film prodotto e distribuito da Netflix, uscito sulla piattaforma streaming il 27 Novembre, si presenta inizialmente come un classico gangster movie di Scorsese, con una storia simile al suo capolavoro “Goodfellas”, che mostra la scalata al potere del protagonista nei ranghi della malavita, passando dal Ray Liotta del sopracitato film a Robert De Niro

“Questa è la fine, mio caro amico, la fine”. Cantava così Jim Morrison, dei “The Doors” nel 1967. La “fine” è insomma parte costante e integrante dell’esperienza umana e, come concetto, è stato celebrato fin dalla notte dei tempi. Cinquantadue anni dopo ne parla anche Martin Scorsese nella sua ultima opera: “The Irishman”.

Il film prodotto e distribuito da Netflix, uscito sulla piattaforma streaming il 27 Novembre, si presenta inizialmente come un classico gangster movie di Scorsese, con una storia simile al suo capolavoro “Goodfellas”, che mostra la scalata al potere del protagonista nei ranghi della malavita, passando dal Ray Liotta del sopracitato film a Robert De Niro. Le due opere del regista newyorkese presentano stilemi simili non solo nella semplice storia, ma anche nelle vicende attraverso la rottura della quarta parete da parte del protagonista: la narrazione interna permette un’assoluta limpidezza espositiva nei confronti dello spettatore attraverso la voce e la figura di Frank (interpretato da De Niro), un uomo semplice, schietto, un gran lavoratore dell’America post-bellica che non ha interesse nel narrarci le vicende che ha vissuto in maniera particolarmente artificiale ma intende presentarcele nella loro forma più nuda e cruda con l’aggiunta di poche spiegazioni solo quando necessarie. Non siamo dei bambini che devono essere protetti, e Frank lo sa: il mondo è una giungla e la violenza ne è parte integrante, sarà meglio perciò abituarcisi, quindi. La maturità dello spettatore non viene presa in considerazione solo dal protagonista ma anche dal regista stesso, che accompagna lo stile della narrazione interna con una regia asciutta, senza fronzoli, quasi espositiva.

Scorsese sa benissimo come trattare l’argomento, e lo fa senza orpelli registici, ma seguendo un’“abc” quasi da età dell’oro del cinema (campo lungo, primo piano, campo/controcampo di quinta durante i dialoghi) e senza un uso eccessivo del montaggio; l’editing infatti è semplice, senza particolare funzione narrativa, permettendo così anche una rappresentazione fluida e “matura” di quanto avviene sullo schermo. Questa scelta stilistica permette l’esaltazione della sceneggiatura di Steven Zaillian, tratta dal libro “I Heard You Paint Houses” di Charles Brandt. Regia e sceneggiatura creano uno squisito connubio che intrattiene lo spettatore e permette la fruizione di un’opera di tre ore e mezza senza che questa risulti pesante sullo spettatore.

“Maturità” è la parola chiave nell’analisi di quest’opera: oltre ad essere un elemento utilizzato spesso dallo stesso Scorsese, permette una chiave di lettura dell’opera che la differenzia dagli altri film dell’autore. Basti pensare alla violenza, uno dei marchi di fabbrica del regista: esplosiva, disturbante, realistica e mai prominente, ma sempre indagata con una certa curiosità in gran parte della filmografia (molto evidente la sua presenza all’inizio di “Goodfellas” o in tutto “Taxi Driver”). In “The Irishman” l’atto violento non è altrettanto esplorato, ma è anzi una nota quasi marginale nella vita dei protagonisti: lo spargimento di sangue non è un evento straordinario ma routine quotidiana, e quest’idea viene presentata con la scelta di girare la maggior parte delle esecuzioni utilizzando campi medi, distaccando quindi la telecamera dall’evento o a volte neanche mostrandolo, utilizzando pannelli che descrivono il destino di alcuni personaggi minori. La maturità traspare non solo dal lato puramente narrativo ma anche dal lato tecnico: la pellicola è un piccolo gioiello visivo che presenta, oltre alla sopracitata regia semplice, un comparto fotografico incredibile, merito di Rodrigo Prieto, già direttore della fotografia “Amores Perros”, “Babel” e “Silence”, che fa un lavoro magistrale nella gestione delle luci e nella composizione cromatica della scena; Prieto, infatti, usa la luce per dare dei contorni netti alla scena e non appesantisce lo sguardo dello spettatore, mettendo insieme una gamma cromatica armoniosa e creando, con Scorsese, una messa in scena dal forte gusto artificiale ma capace di saziare l’appetito estetico dello spettatore coi rallenty, per esempio, che vanno a creare dei veri e propri quadri michelangioleschi. Anche il comparto musicale è assoggettato a questa “maturazione”, in particolare grazie alle musiche di Robbie Robertson che in questo film predilige un maggiore uso di archi che accentuano il carattere negativo della storia raccontata, differenziandosi dal commento musicale più vivace degli altri film di genere del regista.

Tutta questa analisi del concetto di maturità verrebbe meno se non si parlasse dei protagonisti del film: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Tre giganti del cinema americano che qui danno una meravigliosa prova delle loro capacità attoriali, portando su schermo personaggi intriganti e sfaccettati.

Robert De Niro con Frank Sheeran ci regala l’interpretazione di una persona risoluta e leale, il ritratto distorto del sogno americano. Nonostante una certa tendenza ad essere monocorde, De Niro regala un’interpretazione che lo eleva rispetto al sé stesso degli ultimi anni, dando anche prova del fatto che, con Scorsese, è in grado di poter fare davvero un grande lavoro recitativo.

Al Pacino è un Jimmy Hoffa di fuoco, mai monotono, con un range emotivo che dona una grande sfaccettatura al personaggio e che permette così di essere letto in maniera diversa. Con le urla, la gestualità e le sue piccole manie, Jimmy Hoffa rischia di assumere le sembianze di una macchietta, ma con Al Pacino si trasforma nell’ennesimo personaggio memorabile dei film di Scorsese.

Per chiudere, Joe Pesci regala un’interpretazione incredibile, magnetica, come se l’assenza dai grandi titoli degli ultimi vent’anni non fosse mai avvenuta. Dismessi gli inquietanti panni del Tommy DeVito di “Goodfells”, il suo Russell Bufalino è una figura calma, ma inquietante allo stesso tempo, quasi indecifrabile dietro i suoi occhiali scuri; un timore reverenziale che Pesci ottiene abbandonando il manierismo gestuale delle sue vecchie interpretazioni e preferendo una recitazione basata sul tono di voce e sullo sguardo.

The Irishman” è uno dei migliori film di Scorsese degli ultimi dieci anni, non solo un magistrale gangster movie, ma anche la stupenda analisi del tempo che scorre e della vita che rimane. Uno stupendo ritratto di perdita e rimorsi, il perfetto epitaffio del film di genere.