All'Irish Film Festa, il regista Jim Sheridan

Cinema
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Jim Sheridan racconta di sé e del suo cinema – Gli esordi in teatro poco più che adolescente – L’Irlanda e l’impegno civile e politico  – La partenza per gli Stati Uniti e la sua trentennale carriera nel cinema fino al suo ultimo lavoro  Il segreto tratto dal best seller di Sebastian Barry

La decima edizione dell’Irish Film Festa tenutasi a Roma dal 30 marzo al 2 aprile è stata l’occasione per incontrare Jim Sheridan, il regista irlandese de Il mio piede sinistro e Nel nome del padre, e di ripercorrere con lui la sua carriera. Nel corso della breve manifestazione romana sono stati proiettati due film di Sheridan, The Boxer, nel ventennale dall’uscita e il recente The Secret Scripture, in italiano Il segreto, attualmente nelle sale distribuito da Lucky Red, tratto da un romanzo di Sebastian Barry che vede Vanessa Redgrave, Rooney Mara ed Eric Bana tra gli interpreti principali. L’ultima fatica di Sheridan è un classico e robusto melodramma che racconta di uno psichiatra che indaga sul tragico passato di un’anziana paziente rinchiusa per lungo tempo in un istituto psichiatrico che ora sta per essere smantellato.
Spavaldo, ironico, in un completo scuro troppo stretto per la sua corporatura, il regista di Dublino ha raccontato i suoi inizi nel mondo dello spettacolo quando appena diciottenne calcava le scene in maniera dilettantesca recitando nella compagnia teatrale creata da suo padre, per poi proseguire più seriamente e professionalmente alcuni anni più tardi fondando con suo fratello una compagnia che produceva spettacoli di carattere politico, interminabili e coraggiosi, che a poco a poco gli permisero di farsi un nome. A quel punto la decisione di andare negli Stati Uniti. “Avevo raggiunto tutti i miei obiettivi teatrali a Dublino” dice Sheridan “ e sentivo perciò il bisogno di una boccata d’aria fresca e soprattutto di trovare nuovi stimoli nel lavoro. Non volevo assolutamente andare in Inghilterra, non parlavo francese né italiano” aggiunge scherzosamente “e quindi a quel punto gli Stati Uniti mi sono sembrati il posto migliore dove trasferirmi. Cercai disperatamente di farmi strada nel mondo del cinema anche se per i primi sette anni gestii un piccolo teatro a New York”. La vita da emigrato fu difficile ma estremamente stimolante per il suo processo di maturazione sia personale che professionale e gli permise di sviluppare un punto di vista e una prospettiva diversa e più aperta su tutto, anche e soprattutto nel rapporto col suo paese d’origine. A questo proposito In America, che il regista ha girato nel 2002, è senza ombra di dubbio il suo film più personale; qui in forma semi autobiografica raccontava in definitiva del viaggio compiuto con sua moglie Fran dall’Irlanda agli Stati Uniti anche se in realtà nel copione si prese delle libertà drammaturgiche, cosicché per poter avere una prospettiva più oggettiva e critica rispetto alla sua personale esperienza s’ispirò a suo padre per creare il personaggio protagonista della storia.
Nei film di Sheridan ci sono quasi sempre nei ruoli principali attori non irlandesi e questo probabilmente per ragioni commerciali, per poter meglio penetrare il mercato americano. Queste scelte hanno reso perciò ancora più importante il lavoro sugli interpreti nella costante ricerca di far risultare credibile il loro accento irlandese. “Il Regno Unito” dice Sheridan “ è a una ventina di miglia da noi e naturalmente l’accento di un attore irlandese è diverso dall’accento di un attore per esempio di Belfast. Per me l’accento irlandese che si sente nei miei film è una questione di rispetto verso il pubblico. Io ho lavorato con attori che sono stati molto bravi nell’interpretare l’accento irlandese, per esempio Vanessa Redgrave nel mio ultimo film. E in The Boxer due attori fantastici come Daniel Day-Lewis e Gerard McSorley sono stati estremamente attenti e scrupolosi nel mantenere il loro accento omogeneo per tutta la durata del film”. Proprio The Boxer è stato uno dei film proposti in rassegna al pubblico romano, opera ritenuta dallo stesso registra tra le sue più riuscite sia da un punto di vista visivo che tecnico. Qui infatti, rispetto ai suoi precedenti lavori, ha avuto produttivamente maggiore libertà d’azione e poi soprattutto si è avvalso della collaborazione del direttore della fotografia Chris Menges, nome molto importante del cinema britannico, premio Oscar per Urla del silenzio e Mission.
“Comunque per me il segreto del cinema” chiosa serafico Sheridan “non è nella conoscenza tecnica ma è nell’intenzione, vale a dire nell’energia che un’inquadratura o una sequenza possiedono. In Mean Streets di Martin Scorsese per esempio la macchina da presa si muove tanto ed è evidente che il regista vorrebbe far finire la scena in una determinata posizione ma ogni volta taglia prima l’inquadratura, stacca sempre un attimo prima e questo perché è sempre l’intenzione, l’energia che contano veramente e che prevalgono appunto sulla tecnica”. La stessa energia che Jim Sheridan ha cercato di infondere alle sue pellicole più riuscite, nella ricerca costante di raggiungere il grande pubblico senza rinunciare a una sua personale ricerca estetica.