L'altro volto della speranza

Cinema
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Il regista finlandese Aki Kaurismaki mette a segno un altro colpo. Il suo ultimo lavoro "L'altro volto della speranza" restituisce un ritratto dolente e ironico delle moderne migrazioni e del dramma vissuto dagli eterni apolidi

 Giunto al suo 17 esimo film Aki Kaurismaki non delude le aspettative. Il regista finlandese infatti con L’altro volto della speranza restituisce un quadro poetico e grottesco che vede nella questione delle migrazioni il suo vulnus più attuale. L’operazione risulta efficace perché reale e fortemente empatica, ma priva di banali contestualizzazioni. La storia vuole l’incontro fortuito e propizio di Khaled (Sherwan Haji) un ragazzo siriano in fuga da Aleppo, giunto in Finlandia a bordo di una nave che trasporta carbone e Wikström (Sakari Kuosmanen) un commesso viaggiatore e giocatore d’azzardo che rileverà un ristorantino abbandonando la vecchia professione. Sarà una inverosimile scazzottata tra i due a innescare la miccia di un’amicizia che si qualifica nel mutuo soccorso e in un certo modo di stare al mondo, una visione in cui solidarietà, coraggio e audacia costituiscono il motore del proprio vissuto. Khaled perseguitato dalla follia razzista di un gruppo di naziskin e in attesa di trovare la sorella unica superstite della famiglia scomparsa tragicamente sotto le bombe viene accolto dall’uomo che lo impiegherà assieme ad un improbabile gruppo di dipendenti. Nuovamente si ravvisano i temi cari al regista la sua avversione per i poteri forti e la propensione a raccontare le storie dei deboli, dei “richiedenti asilo”, degli emarginati, degli eterni viaggiatori. Personaggi che potrebbero e giustamente, cedere alla disperazione ma che scelgono di resistere senza alcun accenno all’autocompiacimento o alla malinconia. Perché si sa “i malinconici vengono respinti. Sono i primi che si mandano via”.